teatro

“La grande menzogna”, il potente “J’accuse” postumo di un Borsellino autentico

In scena “La grande menzogna“. Il Teatro di Paglia, novello sito predisposto per ospitare talune performances inserite nella Rassegna 2023 del “Tindari Festival”, che nell’edizione annuale titolata “Tradizioni” si sta contrassegnando per le tematiche forti e eticamente significanti proposte, ha aggiunto ulteriore meritorio tassello con questa magistrale rappresentazione in prima nazionale dedicata al giudice Borsellino, andata in scena il 16 luglio scorso, una produzione “Nutrimenti Terrestri”, con l’adattamento teatrale e la direzione di un valente Claudio Fava, e l’interpretazione da “pelle d’oca” davvero di un maestoso David Coco, perfettamente in parte. Scenografia a cura di Lydia Giordano e Iolanda Mariella.

La recensione

L’attore, è di palmare evidenza, possiede un consono “phisique du role” e non per le sembianze “tout court”, rese ancor più verosimiglianti ,con pochi trucchi di scena, rispetto a quelle, amate, del magistrato di cui si celebra, proprio il 19 luglio, il luttuoso anniversario della carneficina del 1992, ma anche per la corretta gestualità, il “modus loquendi” con il giusto piglio per la resa di un personaggio singolare e unico, restituito al pubblico nel rispetto della Sua personalità densa con una miriade di sfaccettature, e grondante sicilianità autentica, quella ammirevole dei nostri figli migliori.

Applausi scroscianti e prolungati, divenuti standing ovation ed emozione palpabile hanno demarcato il totale coinvolgimento degli spettatori, che, per dirla con il direttore artistico della programmazione, il poliedrico Tindaro Granata,” stanno abitando”, quale comunità viva, il pregiato Festival. Rassegna che nel sito d’eccellenza, fra le colline, alla tenuta Giovenco, con isole Eolie di sfondo, i mandorli carichi di frutta, i covoni a far da sedute e tavoli di legno, essenziali e spartani per consumare dopo gli spettacoli cibo prodotto in loco, ha posto ancor più il suggello a quella interazione con l’ambiente divenuto parte integrante della rappresentazione.

L’incipit, con accoglienza di Granata, parte da lontano… da quella marcata contrapposizione, anche nella nostra Isola e segnatamente nel comprensorio pattese, fra i grandi latifondisti, con gli sterminati appezzamenti di terreni, e i loro campieri in totale sudditanza, esemplare della assenza di giustizia sociale, degenerata in patto scellerato generatore anche di connivenze fra la mafia e porzioni di poteri dello Stato, con il benestare di fette di società civile.

L’eccelso Coco e la prima regia di Fava

Fa subito ingresso in scena l’eccelso Coco. E intanto abbiamo avuto modo di apprezzare la scenografia, fattasi “parlante”, con quei manichini, la maggior parte dei quali anonimi, e dunque rimasti buttati in terra, o risollevati e poi riscagliati, quali insignificanze senza connotati, a simboleggiare la mancanza di senso vitale, di partecipazione etico-sociale, scaduta vieppiù in colpevole ignavia, di gran parte degli apparati societari e istituzionali

Il magistrato, trasformato, suo malgrado, in eroico santino, la cui effige viene portata in processione nella giornata dell’annuale anniversario, quest’anno il trentunesimo, per poi esser riposta in naftalina, con cura, per l’annata successiva, non ci sta…non ha combattuto per questo, quando dalle tranquille retrovie di risoluzione di controversie del diritto civile, ha aderito al transito in prima linea, in una terra, la nostra, che non lascia scampo ai veri combattenti, agli uomini di sostanza.

E, da encomiabile” sbirro” quale è stato, inizia a smontare, punto per punto quel cumulo di menzogne, mettendo in luce le complicità di uomini dei Servizi, che immediatamente dopo l’attentato, hanno ripulito il luogo della mattanza, portando via la sua borsa da lavoro, e restituendola, la mattina dopo, priva della famosa “agenda rossa”, perquisendo poi indebitamente le sue abitazioni.

Fava, già parlamentare, giornalista, drammaturgo di valore e scrittore firma la sua prima regia teatrale con eccelsi risultati: la materia gli è assolutamente congeniale poichè, come è noto, ha vissuto sulla propria pelle, quale figlio del grande Giuseppe, i sotterfugi e le manovre che possono avvelenare un’indagine, impedendo o rendendo onerosissimo che si arrivi a soluzione. Dal canto suo David Coco, interprete siciliano a più riprese coinvolto nella resa di script di Fava, a partire da “Il mio nome è Caino” passando per “Lavori in corso” e “Il giuramento”, diretti tutti da Ninni Bruschetta, per addivenire a “Centoventisei”, composto unitamente ad Abbate, con la regia di Livia Gionfrida, mette tutta la propria professionalità nel personaggio, che diviene perfetto, raccontato quando non è più, e dunque è in grado di fare sottolineature, di pretendere e stigmatizzare.

Borsellino non è la solita creatura di penna descritta nella sfera di finzione nella Sua condizione di solitudine che ha preceduto la Sua morte, né il morto martire, al quale tutti si inchinano…. ma si trova ora nello status risolto di chi ha già dato, e può consentirsi di mettere il focus su quella grande menzogna, intercorsa per 17 anni dalla sua uccisione, consistita in indagini viziate, processi fantomatici, con innocenti divenuti vittime sacrificali e per questo condannati all’ergastolo, pure in presenza di oggettive prove” a contrario”: la sua non è un’invettiva contro la mafia e i mafiosi, che, giova sottolineare, egli tiene fuori da reali responsabilità….piuttosto la verità di comodo ha fatto di Cosa Nostra il parafulmine di turno, strumento che può evitare che venga alla luce la tragica verità, della corresponsabilità dei servizi segreti e di istituzioni.

Come risulta lontano il magistrato da quelle annuali liturgie di commemorazioni, che lo hanno reso “un atto di fede”, in carenza di effettiva presa d’atto di quanto intanto occorso….”non vi siete accorti di nulla”, accusa, voi, “pubblico dei vivi”. Il furto di verità che il nostro Paese ha subito nel 1992, con l’attentato di via D’Amelio, ove trovarono una morte orribile anche cinque uomini della scorta, fra cui una giovane donna, enucleato passo dopo passo per bocca dello stesso Borsellino, appare nella sua tragica evidenza davvero clamoroso e povere macchiette i servizievoli personaggi che lo hanno reso possibile, dal falso pentito Vincenzo Scarantino, confinato nel carcere di Pianosa per farlo “confessare”, fra bastone e carota, minacce e blandizie, un povero” ladro di polli” divenuto fulcro di quella tragicomica macchinazione, al Procuratore Giovanni Tinebra, di Caltanissetta, Arnaldo La Barbera, Dirigente generale di pubblica sicurezza, e poi Questore, unitamente all’Uomo dei servizi segreti Bruno Contrada….tutti depistaggi che hanno contrassegnato una delle più grandi bugie italiane, fra misteri e contraddizioni, che ad oggi non sono addivenuti a soluzione.

Pièce davvero somma, che confido sia divulgata il più possibile, in primis nelle scuole, perchè noi, in perfetta assonanza con il Borsellino rappresentato, non si debba più vergognarsi della nostra povera Italia.