La presentazione del libro alla Libreria Colapesce di Messina con Nadia Terranova e Marietta Salvo
MESSINA. Nonna Tita aveva, da tempo, programmato ogni dettaglio delle proprie esequie. Mora, sua nipote, sapeva esattamente cosa fare e come farlo: anche quell’ultima volta, come per tutto il resto della sua vita, aveva seguito attentamente le sue istruzioni. Perdere la nonna, però, non ascoltarla più insegnarle che i pensieri passano sempre dai piedi o che i sentimenti non vanno forzati, altrimenti si sciupano, incrina ogni sua certezza. Mette in dubbio progetti, relazioni, desideri, e spinge la trentatreenne a cambiare vita. Si trasferirà a Rocca, il paesino delle estati trascorse con nonna Tita, e inizierà a lavorare come educatrice nella Casa delle Rose. Lì comincerà la sua battaglia per difendere i ricordi dei tanti vecchietti ospitati dalla struttura, per strapparli all’oblio, mentre si troverà inaspettatamente a doversi confrontare anche con i propri.
Questa è l’appassionante storia de “La Guardiana” di Caterina Battilocchio, in libreria dal 2 giugno. A presentare il libro, edito da Garzanti, a Messina, presso la libreria Colapesce, sono, insieme alla sua autrice, Marietta Salvo e Nadia Terranova.
Il tempo
È emozionante, infatti, e un po’ magica, la circolarità che porta oggi Terranova, amata scrittrice messinese, a presentare a casa sua un libro in cui ha creduto prima ancora che nascesse e che ha seguito in ogni fase della sua fioritura. “Caterina aveva partecipato a un mio corso di scrittura durante la pandemia –racconta Terranova– e quando leggevo quello che scriveva, gli esercizi che realizzava, sentivo che c’era un grande materiale su cui lavorare. Ci siamo incontrate in estate e abbiamo parlato di quel suo lavoro che si intitolava, allora, La casa delle rose. Questo libro aveva già la sua strada quando non esisteva per nessuno, ma aveva bisogno del tempo, come ogni lavoro creativo necessita. Così Caterina si è presa quattro anni per scriverlo, rimaneggiarlo, limarlo. Il tempo è qualcosa che nessuna corsa verso il risultato può dare, serve alla maturazione della storia, è la storia stessa e fa la differenza”.
Il tempo non è, dunque, soltanto un tema della narrazione, ma anche il metodo con cui il libro è stato costruito. È il tempo della scrittura, della maturazione e della memoria, che restituisce significato agli eventi solo quando si è pronti a guardarli.
Due voci, due epoche
Continua Marietta Salvo: “Ho portato questo testo sulle rive dello Stretto, dove era necessario ci fosse una guardiana. Una guardiana dei ricordi, della memoria, dell’identità, ma anche della vita quotidiana, tra massime e insegnamenti pratici. È ciò che racconta il libro, attraverso questo amore tra nonna e nipote, le cui voci si intrecciano sempre di più”.
Nel romanzo si alternano, infatti, due registri, due tempi, due voci: quelli di Mora e di nonna Tita. Precisa ancora Terranova: “Mora è la protagonista contemporanea che dà voce alla storia del nostro tempo, di quel tempo in cui, tra i trenta e i quarant’anni, siamo ancora pieni di domande sulle scelte che abbiamo fatto e su quelle che vogliamo fare, su dove vogliamo andare, su quanto di noi possiamo ancora cambiare. La storia di Margherita, invece, ci racconta un tempo più lontano, quello di un’Italia del dopoguerra. Così Caterina Battilocchio, come le rivoluzionarie scrittrici del Novecento, richiedendoci qualche sforzo in più di riflessione, riesce a parlare a ciascuno di noi”.

L’enciclopedia delle rose
A rendere ancora più originale la struttura narrativa è l’enciclopedia delle rose che apre ogni capitolo dedicato a Mora. È Battilocchio a spiegarlo: “È un esercizio nato in un secondo momento, attraverso le rose introduco il senso del capitolo, e ho voluto farlo sottolineando l’individualità della cura. Ogni rosa viene da una storia diversa, ha un significato diverso, necessita delle cure diverse, così come le persone hanno storie e bisogni unici. E, poi, il profumo è il primo senso con cui esercitiamo la memoria, una memoria che, come le spine delle rose, può anche ferire”.
La memoria e la scrittura
Battilocchio continua descrivendo la sua scrittura come atto di resistenza e di protezione della memoria: “Ho avuto un legame molto forte con mia nonna che, dopo aver passato tutta la sua vita a raccontarmi storie e tramandarmi ricordi, si è ammalata di Alzheimer. È nata lì la mia ossessione per il fatto che tutto ciò che abbiamo amato un giorno può andare perduto, e la mia convinzione che la scrittura possa essere la sola a salvarci. Mi sono appassionata al metodo autobiografico con cui, come antropologa, ho lavorato a lungo tra Pakistan e Nord Africa. Indagare le storie di vita è anche un metodo per indagare le culture a livello collettivo. Attraverso le storie di vita si comprendono le rappresentazioni che l’individuo fa del suo mondo, che spesso si rivelano collettive. Non sono solo dati quantitativi, sono prove qualitative. E, così, ho utilizzato lo stesso metodo con i miei personaggi. Ho immaginato Mora capace di restituire le persone alla casa di se stesse, alla testimonianza di se stesse, attraverso la forza della memoria”.
Attraverso tutte le incertezze della sua vita, l’unica certezza cui Mora si aggrappa è proprio quella della memoria: l’importanza del ricordo del passato per potersi riposizionare nel presente e proiettare nel futuro e, dunque, della scrittura come unico strumento per onorarla e salvaguardarla. Riflette, infatti, Mora tra le pagine, facendo risuonare la voce dalla sua autrice: “…che la scrittura poteva restituire senso alla propria esistenza e a quella degli altri. Che il mio ruolo, in quel labirinto di racconti, era sempre stato lo stesso: facilitare la narrazione, sia quando la scrittura era stata armistizio per rinascere, sia quando era stata celebrazione della vita di chi non c’era più”.
Il segreto di nonna Tita
A un certo punto, però, la donna che ha custodito i ricordi degli altri è costretta a interrogare i propri, mettendoli in discussione. Da quella ricerca nasce una domanda: conosciamo davvero le persone che amiamo?
Il viaggio di ritorno a Rocca non sarà per Mora solo un viaggio alla scoperta di se stessa, ma anche di quella nonna tanto speciale e del misterioso errore che avrebbe commesso.

Il valore dell’imperfezione
Senza anticipare nulla, da lettrice è stato un colpo al cuore, dopo la commozione tra le pagine che ripercorrevano la vita di nonna Tita e la tenerezza del suo amore per nonno Eugenio, scoprire il suo segreto. Ho provato per nonna Tita quella stessa rabbia che prova sua nipote, sebbene la mia fosse sicuramente meno legittima. Un valore ulteriore di questo libro, però, è l’umanità profonda che rivela ciascuno dei suoi personaggi: non sono eroi, sono esseri umani con le loro fragilità e con quegli errori che forse ce li fanno amare ancora di più. L’imperfezione diventa un valore e lo si vede sia nei piccoli difetti fisici che accomunano molti tra i personaggi, sia nelle loro scelte di vita e nei loro rapporti. Non è perfetto il rapporto di Mora con la mamma, non è perfetto quello tra Mora e il fidanzato Michele –che non sbaglia nulla, ma è semplicemente una persona che, come accade nella vita, percorre una strada diversa– e non è perfetto neanche il rapporto di Mora e la nonna. Ma non per questo è meno vero o meno intenso. Mora e la nonna si ritrovano, allora, fuori dal tempo, il loro rapporto si consuma in maniera ancestrale e da quell’errore non confessato della nonna, Mora impara, ancora una volta, a vivere la sua vita.

