L'ingegnere Santoro riflette sulla mancata manutenzione delle infrastrutture. Ecco perché "attenderemo il prossimo crollo o la prossima strage"
Dall’ingegnere Leonardo Santoro, già segretario generale dell’Autorità di bacino del distretto idrografico della Sicilia e ora in pensione, riceviamo e pubblichiamo.
Le colpe sotto il tappeto e la mancata manutenzione delle infrastrutture
La sentenza emessa dal tribunale di Genova per il crollo del ponte Morandi segna uno spartiacque. Tra un prima, privo di colpevoli e un dopo, in cui, la talvolta fallace giustizia italiana, ha individuato, almeno fino a questo grado di giudizio, dei colpevoli e, soprattutto, dei ritenuti innocenti. Ma chi era il vero convitato di pietra a questo altare in cui, le ennesime vittime di un demone occulto, chiedevano giustizia? Chi era, oggi per il crollo di un ponte che, recita la sentenza, poteva essere evitato (rimandata, direi!), e ieri, per il crollo della scuola Jovine a San Giuliano di Puglia in Molise o per la Casa dello studente dell’Aquila? Non il colpevole, a quello ci ha pensato la giustizia dell’uomo, ma il vero, occulto, responsabile?
Il vero tema che rimane, anche oggi, dopo questa sentenza, nascosto come polvere sotto il tappeto dell’oblio, in Italia, da decenni, è la mancata manutenzione delle infrastrutture. Dalle più grandi, come il più moderno (allora) viadotto in cemento armato degli anni ’60 progettato dall’ingegnere Morandi, fino ai giunti dello sterzo di uno scuola bus volato giù in un burrone con dentro i cadaveri degli scolari, la cui morte verrà derubricata con “l’errore umano” o il “guasto meccanico”. No, non dobbiamo più starci. È necessario, imprescindibile, urgente, indifferibile (che bella lingua, l’italiano! Tante parole per non dire ancora nulla) sollevare quel tappeto sotto cui giacciono tonnellate di polvere di stragi derubricate in fatalità, mancati controlli, negligenze, errori e così, via cantando.
La Sicilia condannata da oscuri burocrati
Eppure, oltre ogni sentenza collettiva esiste una sentenza interiore, intima, individuale. Quella coscienza del singolo colpevole che l’ha fatta franca o di quello che nemmeno si è posto il problema dell’effetto delle proprie azioni. La Sicilia, come del resto l’intera Italia ne è piena. Se le dighe siciliane per decenni non sono state svuotate del fango che vi si è depositato, oggi non è più economicamente sostenibile farlo. Così, la Sicilia è stata condannata da oscuri burocrati a una sete perenne.
E così, chilometri di autostrade prive per decenni di manutenzione oggi, cadono a pezzi e i viadotti è più efficace, ma costoso e lungo, demolirli e ricostruirli. Per non parlare di condomini di case popolari, costruiti e lasciati marcire, scuole che con una costante manutenzione, oggi, non dovrebbero restare chiuse perché i soffitti crollano sui banchi.
Per analoghe ragioni, dovute a sciatteria, superficialità, approssimazione, supponenza, interi centri abitati franano e oggi, non è più possibile salvarli, perché intere colline hanno ceduto sotto il peso di acque fognarie mai manutenute correttamente.
In Italia attenderemo il prossimo crollo o la prossima strage
Ed ecco perché, in Italia, attenderemo il prossimo crollo, il prossimo terremoto, o frana o alluvione o, comunque, purtroppo, la prossima strage, soltanto allora, e “soltanto” non è un termine riduttivo ma semplicemente pietoso, per cercare, con indagini e processi interminabili, alcuni, soltanto alcuni colpevoli da additare al pubblico abominio.
Ma gli altri rimarranno per sempre nell’ombra. Il vero convitato di pietra al processo per il ponte Morandi, oggi, è la coscienza collettiva che doveva porre il quesito dei quesiti. Per non avvenire, quel crollo, cosa non si è fatto che, qualcuno, tanti, troppi, dovevano fare? E il ponte Morandi è anche il paradigma della vergogna collettiva.
La soluzione trovata, nel caso del tristo moncone del viadotto miseramente crollato per mancata manutenzione, da parte di coloro che, occulti, erano anch’essi responsabili del disastro, è stata quella di farlo saltare in aria con l’esplosivo. Era pericolante, si disse. Era pericoloso, così, monco com’era. E 50 milioni di italiani sonnolenti, che virano da esperti di calcio a esperti di pandemie, a seconda del tema del momento, ci hanno creduto.
Ma tra quei 50 milioni di italiani, c’erano direttori a cui le mille segretarie non hanno spiegato cosa fare, oltre ad incassare stipendi da favola, ingegneri che hanno omesso di vigilare e che hanno taciuto. C’erano tecnici che dovevano controllare, progettisti che dovevano, con coscienza, predisporre piani di manutenzione, periti accaldati, operai che non avvitato bene un dado. Tutti hanno taciuto, in pubblico. Per pudicizia, per vergogna magari.
Come medici c’erano, dopo i morti in clinica per infezioni nelle sale chirurgiche o periti c’erano negli uffici, dove hanno omesso i controlli sui giunti dello sterzo di un autobus volato giù da un viadotto.
In Italia, i colpevoli sono decine di migliaia, non le poche centurie di condannati dalla giustizia. Ma tornando al vero tema che oggi siamo obbligati a porci; chi deve stringere, periodicamente, i bulloni del guard rail che impediranno alle vetture di cadere nel vuoto? Chi deve obbligare un carpentiere, in un cantiere per la costruzione di una scuola, di stringere a dovere le armature affinché, con il prossimo terremoto, non finisca come i grattacieli di città del Messico o di İzmit in turchia o, come di recente, in Venezuela. E quel tizio che non si porrà nemmeno questa domanda sarà un uomo o una donna pagati per farlo e che continueranno beatamente a tornare alle loro case, dopo una giornata di lavoro dedicata alla sicurezza del prossimo.
E così, via dicendo fino ai legislatori ignoranti (anche qui, nel senso letterale del termine) che su input di tecnici omissivi, devono (dovrebbero) promulgare leggi che obblighino controlli documentati e documentabili da parti terze a intervalli di tempo costanti per viti, sterzi, trattori, case, scuole, ospedali, dighe, viadotti, elettrodotti e su, su fino alle più grandi opere, ma a partire dai bulloni che le costituiscono.
La sentenza sul crollo del ponte Morandi, purtroppo, oggi ci dice soltanto che abbiamo sepolto altra polvere sotto il tappeto delle mancate e mai realizzate manutenzioni del nostro Paese. Giustizia, però, è fatta. Fino alla prossima strage, inspiegabile ai più.
Ingegnere Leonardo Santoro
Foto dall’archivio Italpress


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