La storia di T. e M.: quando l’amore vince sull’odio e sul pregiudizio - Tempo Stretto

La storia di T. e M.: quando l’amore vince sull’odio e sul pregiudizio

Danila La Torre

La storia di T. e M.: quando l’amore vince sull’odio e sul pregiudizio

venerdì 04 Ottobre 2019 - 07:20
La storia di T. e M.: quando l’amore vince sull’odio e sul pregiudizio

Insieme a loro figlio formano una famiglia felice, multiculturale e multireligiosa

MESSINA – T. ha 39 anni ed è nata e cresciuta a Messina. M. ha 21 anni ed è originario della Costa D’Avorio. Lui è musulmano, lei pentecostale. La loro è una storia d’amore e di integrazione.

Dalla loro unione è nato un bellissimo bambino. Insieme formano una famiglia felice, multiculturale e multireligiosa, nella quale l’affetto ed il rispetto reciproco hanno vinto sull’odio e sui pregiudizi, sentimenti oggi troppo diffusi in Italia.

T. e M. si sono conosciuti 3 anni fa in un Centro di accoglienza in provincia di Messina, dove lui era stato trasferito dopo essere arrivato dall’Africa su un gommone portato in salvo da una nave della Marina Militare e lei lavorava come mediatrice.

«Quando io sono arrivata al Centro di accoglienza  – racconta la giovane donna – lui era lì da 7 mesi  e aveva  già imparato un po’ di italiano. Per M. è stato amore a prima vista e mi ha subito corteggiato. Mi riempiva di complimenti :  “Che sei bella”, “voglio farmi fidanzato con te”, “voglio rimanere in Sicilia per te”. Il suo è stato un corteggiamento spietato, ma io mai avrei pensato che mi sarei  fidanzata con lui. Invece, dopo sei mesi ho sentito che qualcosa dentro di me era cambiato e mi sono resa conto che anch’io provavo un sentimento».

«Quando ci siamo fidanzati- continua T.- ho deciso di lasciare quel lavoro e abbiamo da subito pensato a come potevamo vivere insieme e formare una famiglia. Ci siamo quindi rivolti ad un avvocato per capire come M. potesse uscire dal Centro di accoglienza. Nel frattempo, però, lui è stato trasferito in un Centro di Caltanissetta , dove è rimasto per quattro mesi».

Durante quei mesi di lontananza T. e M. si scambiavamo continuamente messaggi , si videochiamavano e lei due volte al mese riusciva anche a raggiungerlo a Caltanissetta, grazie al padre che la accompagnava in macchina .

«La mia famiglia – spiega – mi ha sempre supportata e  non ha mai ostacolato questa storia. Ricordo che quando ho parlato ai miei genitori di M. hanno voluto conoscerlo e fortunatamente  gli è piaciuto subito,  perché si sono resi conto immediatamente della persona meravigliosa che è».

Quando M. è riuscito finalmente a lasciare il centro di accoglienza nisseno e a tornare a Messina, lui e T. sono andati a vivere insieme nella casa dei genitori di lei . M. ha anche iniziato a lavorare allo Sportello migranti del Papardo: «In quel periodo – racconta ancora T. – ci ha aiutato molto Clelia Marano (assistente sociale, ex esperta del Comune, professionista coraggiosa sempre in prima linea ad aiutare concretamente gli ultimi ndr). Lei continua ad essere per noi un punto di riferimento ancora oggi».

Successivamente M., che parla francese, italiano, inglese, spagnolo e sette dialetti africani,  ha lavorato con la Croce Rossa nell’ambito di un progetto poi conclusosi; oggi collabora con alcuni avvocati come mediatore. Inoltre si dedica alla coltivazione di un piccolo appezzamento di terreno e gioca a calcio nella squadra del Real Sud.  T. descrive M. come un ragazzo «forte e  positivo, uno che non si lamenta mai e non ha grilli per la testa. Inoltre – ci dice–  è un papà meraviglioso».

Da un po’ di tempo, T. e M. hanno una casa tutta loro che arredano pian piano, sono indipendenti anche se continuano a vivere vicini alla famiglia di lei, che abita al piano inferiore.

Dal loro amore è arrivato il dono più bello: «Quando abbiamo iniziato a convivere abbiamo subito cercato di avere un figlio, che è arrivato dopo 8 mesi». A T. brillano gli occhi quando parla di suo figlio ed orgogliosa ci mostra le foto custodite nel suo cellulare. T. è una mamma premurosa e presente, ha infatti deciso momentaneamente di non lavorare per crescere suo figlio. Ma è anche una madre preoccupata per il clima di odio che si respira in Italia e per gli episodi di razzismo sempre più frequenti . «Quando ho letto la storia del bambino di colore preso a calci da un uomo solo perché voleva dare una carezza al figlio sono rimasta sconvolta, non pensavo di potesse arrivare a tanto . Ho sofferto moltissimo per quell’episodio, perché mi sono immedesimata nei genitori di quel bambino», ci dice quasi con le lacrime agli occhi.

«Anche io – ci confida – vivo in prima persona delle situazioni preoccupanti. Quando esco con mio figlio per una passeggiata capita molto spesso che si avvicinino delle persone per dirmi: “Che bel bambino! Che bel sorriso. Menomale che non è troppo nero”. E giuro che è successo già parecchie volte.Questa cosa mi fa arrabbiare tantissimo . Ho paura che mio figlio possa subire episodi di razzismo quando inizierà ad andare all’asilo e a scuola».

Anche nei confronti del compagno ci sono stati degli episodi che l’ hanno ferito profondamente . «Una volta – racconta- eravamo in sala d’attesa dal medico e due signore hanno iniziato a parlare a voce alta, con l’intento di farsi sentire, definendo i migranti cannibali. Un’altra volta viaggiando insieme sull’autobus un signore ha urlato contro il mio compagno: “Vengono qui, prendono i mezzi gratis, e noi paghiamo” . Lui mi dice che io non devo rispondere e devono fregarmene di quello che dicono le persone , ma ci sto male».

T.  non sa se quando  M. esce da solo viene preso di mira per il suo colore della pelle: «Anche se fosse accaduto non me lo avrebbe raccontato, perché vuole proteggermi. Ma non nascondo che qualche dubbio ce l’ho».

Quando le chiediamo se c’è un messaggio che vorrebbe lanciare attraverso Tempostretto, T. non ci pensa un attimo: «Vorrei dire alle persone di togliersi dalla testa questi pregiudizi, perché gli “africani”, gli “immigrati” sono persone. Non hanno niente di diverso da noi. Anche la religione non rappresenta un problema se ciascuno rispetta l’atro. Mi auguro che mio figlio non venga mai discriminato per il colore della pelle. Perché di questo parliamo».

Danila La Torre

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2 commenti

  1. FRA UN PAIO DI ANNI NE RIPARLIAMO.. B ASTA CHE, NON VADA IN TV A ROMPERE LE SCATOLE!!..

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    1. Jane Cunningham 14 Novembre 2019 07:47

      sono completamente d’accordo, mi dispiace per il bambino che non sara’ ne carne , ne pesce : io non credo nel meticciato……

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