Il "Laboratorio dell'amicizia" per i ragazzi con disturbo dello spettro autistico - Tempostretto

Il “Laboratorio dell’amicizia” per i ragazzi con disturbo dello spettro autistico

Giuseppe Fontana

Il “Laboratorio dell’amicizia” per i ragazzi con disturbo dello spettro autistico

domenica 20 Novembre 2022 - 13:00

Bowling, mezzi di trasporto, pub e pizzerie: nulla deve essere precluso. Il progetto della dottoressa Silvestri e delle sue collaboratrici

MESSINA – Si chiama “Laboratorio dell’amicizia” e partirà mercoledì 23 novembre. Si tratta di un progetto interamente rivolto a un gruppo di ragazzi e ragazze con spettro autistico, in cui si vanno a compiere attività quotidiane, che però per loro possono rappresentare dei veri e propri ostacoli da affrontare. Si va dal giocare al bowling ad attraversare lo Stretto di Messina sulla nave, fino a pub e pizzate, mezzi pubblici e tanto altro. A organizzare il laboratorio è la dottoressa Maria Catena Silvestri, insieme alle collaboratrici Maria Teresa Girolamo, Fabiana Di Blasi, Simona Sutera, Alessandra Sergi, Maria Rosa Giardina e Alessia Dascola.

Dottoressa, come nasce il laboratorio dell’amicizia?

“Il laboratorio dell’amicizia è un’idea pensata da me e delle mie collaboratrici. Noi l’abbiamo denominato insieme laboratorio dell’amicizia perché ci siamo accorti che manca proprio l’amicizia a questi ragazzi con disturbi del neurosviluppo e in particolare lo spettro autistico. Le famiglie che seguiamo ci dicono spesso che sono isolati e che oltre alle terapie o ad andare a scuola, non fanno niente. Non vanno neanche a mangiare una pizza, a fare una passeggiata: mancano tutte quelle attività che sono fondamentali per la buona crescita di ogni adolescente. Quindi abbiamo pensato con le mie collaboratrici a cosa offrire, oltre alle terapie e ad altre attività di natura ludico-ricreativa. Così abbiamo inventato questo progetto”.

Qual è la novità del progetto rispetto ad altri già esistenti?

“Ovviamente ci sono i progetti del compagno adulto, in cui un operatore insegna all’adolescente a prendere il tram o l’autobus, a fare la spesa e gestire il denaro, insegnandogli tutte quelle autonomie della vita quotidiana e della realtà urbana. Non l’abbiamo inventata noi, ovviamente. L’aspetto innovativo del nostro progetto è, appunto, quello dell’amicizia e cioè lavorare in piccolo gruppo. Noi abbiamo già un gruppo di 5-6 adolescenti di un range d’età che vanno dai 13 anni circa fino ai 18. E lavorano con gli operatori perché se abbiamo cinque ragazzini abbiamo anche cinque operatori, che li seguono per far fare loro delle cose insieme, cose che fanno tutti gli adolescenti a prescindere dalla diagnosi. Ad esempio andare al McDonald’s, andare al cinema, prendere il tram, fare la traversata sullo Stretto, prendere un treno. E l’aspetto importante è farle insieme, socializzare tra loro”.

Cosa imparano e com’è nata l’idea?

“Il progetto ha una valenza terapeutica e riabilitativa perché sappiamo bene che i ragazzi messi in gruppo apprendono prima dei loro pari. Così escono e fanno delle attività diverse. E questo comporta anche che possano avere dei comportamenti-problema: essere iper sensoriali, confusi per i rumori o per le troppe persone. E in questo caso è anche stando insieme che riescono a superarla e a imparare come comportarsi. Pensiamo a quanto si impara al McDonald’s o in pizzeria, a fare la fila o a gestire le richieste. Imparano a gestire il denaro, diventano autonomi e si confrontano. Questo aspetto nasce dalle esigenze delle famiglie, perché spesso ci dicono che per loro è come fosse una quarantena per tutta la vita. Per gli adolescenti è un dramma, perché mentre il bambino piccolo lo puoi gestire con attività alternative, portandolo in parchi o ludoteche o fattorie, per l’adolescente gli interessi sono diversi e in quei luoghi si annoierebbe. E se il ragazzo con spettro autistico si annoia il rischio è anche che possano aumentare le sue stereotipie. Quindi questa è un po’ la motivazione che ci ha spinto a creare questo progetto”.

Un aspetto fondamentale è imparare ad aiutarsi tra loro

“Sì, è un apprendimento vicariante. Noi abbiamo calibrato il gruppo, nel senso che sono tutti diversi, quindi abbiamo messo insieme qualcuno che magari ha un funzionamento cognitivo un po’ più alto rispetto a chi ha un basso funzionamento in maniera tale che impari le cose prima per poi fare un po’ da tutor. E così apprendono tra di loro. Diventa qualcosa di spontaneo e maggiormente motivante, apprendono in maniera diversa rispetto a quanto fanno in una stanza di terapia. Questo lavoro di gruppo diventa importantissimo”.

Nei mesi scorsi il progetto ha vissuto un test. Qual è l’episodio più bello?

“Abbiamo fatto un test, una sorta di progetto pilota prima dell’estate. Credo che l’esperienza più bella sia stata la traversata sulla nave. Si tratta di qualcosa che per noi sembra normale, ma molti di questi ragazzi non l’avevano mai fatto ed è stato molto emozionante tanto per loro quanto per noi, che abbiamo visto la loro emozione. Facevano tante domande, incuriositi dai rumori del mare, dai colori, dalla novità. Mentre un altro momento importante è stato nei pressi di un locale. Eravamo lì per prendere un panino e a un certo punto l’eccessiva confusione ha infastidito uno dei nostri ragazzini. Lì è scattato quello che chiamiamo un comportamento-problema: si era arrabbiato e non voleva entrare. L’aiuto è arrivato da un altro ragazzo che invece aveva imparato a gestire l’ipersensibilità, si è avvicinato e l’ha aiutato a calmarsi”.

Il progetto aiuta molto i ragazzi, ma quanto aiuta i genitori?

“Li aiuta molto perché i genitori tendono ad essere molto protettivi. Cito sempre questo esempio della traversata sullo Stretto, perché una delle mamme mi ha subito chiesto dove dovessimo andare. L’abbiamo tranquillizzata, si trattava solo di prendere la nave e tornare. Loro sono sempre molto preoccupati dopo le tante difficoltà che magari hanno affrontato nel corso dello sviluppo dei propri figli. Ma anche la paura rispetto agli altri perché purtroppo ci sono molte volte degli episodi di bullismo o di cyberbullismo nei riguardi di ragazzi con disturbi del neurosviluppo dello spettro autistico, quindi la preoccupazione del genitore è assolutamente comprensibile. Però queste esperienze li aiutano ad organizzarsi un pochino e a dar loro la possibilità di essere più autonomi”.

C’è una fattore legato anche al periodo storico che abbiamo vissuto: quanto pesa la pandemia?

“La pandemia ha influenzato molto perché molti ragazzini, soprattutto nella prima ondata, quando per tre mesi è stato sospeso tutto, sono stati penalizzati. Questa sospensione totale delle terapie li ha fatti regradire, perché di colpo tutte le loro abitudini sono state bloccate, c’è stata una rottura netta. Per loro restare a casa è stata quasi una tortura. Quindi sono aumentati alcuni comportamenti problema, hanno esasperato le famiglie che non riuscivano molte volte a gestirli. Ma soprattutto sono rimasti indietro. Poi per fortuna le terapie sono riprese, quindi hanno recuperato ovviamente però per loro è stata una doppia chiusura. I lockdown si sono aggiunti a un dramma che è l’isolamento quotidiano. Ci siamo resi conto che purtroppo molte volte la città le città in generale, non sono pienamente inclusive. E questo perché non conoscono il problema. Perciò è stato un grande dramma sotto molti aspetti per i ragazzi”.

Cosa serve a Messina per aiutare i suoi cittadini e diventare una città inclusiva sotto questo aspetto?

“Questa è la stessa domanda che ci siamo poste giorni fa con una mamma. La città non è inclusiva, ma non è inclusiva perché non conosce il problema. E come ho detto prima, se no io non ho il problema, lo ignoro quindi non me lo pongo proprio. Perciò la domanda è: cosa fare per promuovere la conoscenza di queste difficoltà? Dopodiché si può iniziare a fare una serie di attività che devono sicuramente partire dalle istituzioni. Io sono un libero professionista e con il mio gruppo di lavoro facciamo tante cose. E nonostante molte delle cose che facciamo sono gratuite manca l’informazione. Bisogna far conoscere alla città che ci sono delle piccole realtà. Però se le piccole realtà restano slegate non abbiamo la possibilità di crescere, di rendere la città inclusiva. La città diventa inclusiva quando accanto a tante manifestazioni, come può essere la gara di plogging o il festival degli aquiloni, tutte cose bellissime che si fanno in questa città, si pensano anche delle attività parallele per ragazzi con disturbi dello spettro autistico. Va educata tutta la città”.

Quale può essere un sogno per questo progetto?

“Vorrei dare la possibilità a tutti i bambini e i ragazzini di questa città di poter partecipare e il mio sogno è che questo progetto potesse essere finanziato. Perché se viene finanziato, io realizzo due cose: da un lato do la possibilità a dei giovani colleghi e ad altri professionisti di lavorare e dall’altro lato posso offrire un servizio gratuito a tutti i bambini, a tutti i ragazzi adolescenti. So che qui non è mai stato fatto una vera stima del problema, ma sono tantissimi gli adolescenti relazioni con disturbi del neurosviluppo, ma anche con disabilità fisiche o cognitive. Quindi il mio sogno sarebbe questo: dare la possibilità a tutti di aderire a un progetto di questo genere. Ovviamente ci vogliono però degli operatori specializzati che li seguano, perché se dovesse esserci qualche difficoltà ci vogliono persone competenti che sono in grado di intervenire. Comunque è una responsabilità: noi usciamo, siamo in strada, andiamo a prendere il tram, quindi bisogna stare molto attenti”.

E per la città?

“Per la città il sogno che ho io è quello di rendere la città più blu. E ovviamente non penso alla parata che si fa il 2 aprile, nella Giornata di consapevolezza dello spettro autistico. Quello dal mio punto di vista non serve se non si rende la città inclusiva. Io ad esempio le magliette blu ai miei bambini non le faccio mai mettere. Se deve essere inclusiva devono essere vestiti uguali agli altri.

Se dovessimo lanciare un messaggio ai genitori?

“Ai genitori mi sento di dire di aprirsi un po’ di più a queste attività, ma soprattutto di considerare che i loro figli sono uguali a tutti gli altri: hanno emozioni, pensieri, bisogni. Tutto collegato all’età di sviluppo, a seconda della fase di vita che stanno attraversando. Un ragazzo normotipico di 13 anni ha la stessa esigenza: il desiderio o il bisogno di stare in gruppo, di avere degli amici. Ed è lo stesso per un ragazzo con spettro autistico. La differenza è che molte volte nello spettro autistico, magari non si hanno gli strumenti per poter portare avanti questi desideri”.

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Un commento

  1. Vincenzo Travaglianti 21 Novembre 2022 19:31

    E per quei ragazzi che sono internati in provincia come mio figlio di 20 anni residente a Cesarò che progetti suggerite 0% ? Puntate tutto sulle città e i paesi interni sono abbandonati dalle istituzioni, bravi.

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