Messina, il caso Moro secondo Leonardo Sciascia

Messina, il caso Moro secondo Leonardo Sciascia

Autore Esterno

Messina, il caso Moro secondo Leonardo Sciascia

lunedì 02 Novembre 2026 - 08:48

Nuova lezione della Scuola di liberalismo. Al Cospecs il professore Giovanni Moschella ha commentato L’affaire Moro

MESSINA – La verità come ricerca incessante, il dubbio come strumento di conoscenza e la responsabilità delle istituzioni di fronte a una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana. Sono stati questi i temi al centro della quarta giornata della Scuola di Liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi, svoltasi oggi al Cospecs dell’università degli studi di Messina.

A guidare la riflessione è stato il professore Giovanni Moschella, ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico e prorettore vicario dell’Ateneo messinese dal 2018 al settembre 2023, che ha dedicato la sua lezione a L’affaire Moro di Leonardo Sciascia, opera nella quale lo scrittore siciliano affronta il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro attraverso una rigorosa indagine critica sui documenti, sulle parole e sulle responsabilità politiche.

Dopo i saluti introduttivi del Professore Pippo Rao, direttore generale della Fondazione Luigi Einaudi, rivolti ai corsisti presenti in aula e a quelli collegati online, Moschella ha illustrato le ragioni della scelta di un libro che continua a interrogare la coscienza civile del Paese.

L’opera di Sciascia, ha sottolineato il docente, non si limita a ricostruire la cronologia dei fatti, ma propone una lettura paradigmatica della vicenda Moro. Il suo obiettivo non è soltanto raccontare ciò che accadde durante i 55 giorni di prigionia dello statista, ma indagare il significato politico e umano di quella tragedia, soffermandosi sul comportamento delle istituzioni e sulle responsabilità dello Stato.

Il compromesso storico e la svolta mancata

Per comprendere la portata del caso Moro, occorre partire dal contesto politico nel quale maturò il rapimento. Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, era allora uno dei protagonisti della stagione del compromesso storico, il progetto di avvicinamento tra la DC e il Partito comunista italiano che avrebbe potuto aprire una nuova fase nella vita democratica del Paese.

La democrazia italiana, nella lettura politica di quella stagione, appariva ancora incompiuta: una parte significativa dell’elettorato e della rappresentanza politica non aveva ancora trovato piena legittimazione negli equilibri di governo. Moro lavorava per favorire un’evoluzione del sistema costituzionale e ampliare le basi della partecipazione democratica.

Il 16 marzo 1978, in via Fani, a Roma, le Brigate Rosse rapirono lo statista in un agguato nel quale furono uccisi i cinque uomini della sua scorta. L’attacco non colpì soltanto una figura centrale della Democrazia cristiana, ma investì anche la prospettiva politica che Moro rappresentava.

Nel corso della lezione, Moschella ha evidenziato come, nella lettura di Sciascia, il sequestro assuma il significato di un processo politico rivolto contro lo stesso Moro. La vicenda diventa così un banco di prova per lo Stato democratico, chiamato a confrontarsi con una situazione estrema e con decisioni dalle conseguenze profonde.

Sciascia e il metodo del dubbio

Uno dei punti centrali dell’analisi ha riguardato il metodo di lavoro dello scrittore siciliano. Sciascia affronta il caso Moro senza verità precostituite, attraverso lo studio delle carte, l’esame delle lettere e il confronto critico con le ricostruzioni disponibili.

Nella sua opera emerge una costante esigenza di ricerca: non accontentarsi delle spiegazioni ufficiali, ma verificare i fatti e interrogare le contraddizioni. La letteratura diventa così uno strumento per leggere la realtà, mettere in discussione le certezze e far emergere le domande che la cronaca, da sola, rischia di lasciare inevase.

Moschella ha sottolineato che Sciascia non accoglie le ragioni delle Brigate Rosse, ma mantiene aperto il dubbio sul comportamento dello Stato e sulla gestione politica del sequestro. È proprio questa distinzione a rendere centrale la sua riflessione: condannare il terrorismo non significa rinunciare a interrogarsi sulle scelte delle istituzioni.

La domanda che attraversa L’affaire Moro riguarda dunque la capacità dello Stato di assumersi le proprie responsabilità, soprattutto quando la pressione degli eventi impone decisioni difficili. La vicenda diventa una verifica della maturità democratica e della capacità della classe dirigente di confrontarsi con il valore della vita umana.

Le lettere di Moro: la richiesta di dialogo e il silenzio della politica

Ampio spazio è stato dedicato alle lettere scritte da Moro durante la prigionia, documenti fondamentali per comprendere il suo tentativo di mantenere aperto un canale di comunicazione con le istituzioni e con i dirigenti del suo partito.

Tra queste, particolare rilievo assume la lettera del 29 marzo 1978 indirizzata a Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno. Moro la concepì come una comunicazione riservata, ma il documento fu successivamente reso pubblico dalle Brigate Rosse.

Nelle sue parole, lo statista cercava di richiamare l’attenzione sulla possibilità di una trattativa e sull’inammissibilità di un sacrificio che avrebbe potuto essere evitato. Pur senza riconoscere alle Brigate Rosse una legittimazione politica, Moro tentava di mantenere aperta una prospettiva di interlocuzione.

Da qui nasce uno degli interrogativi più profondi sollevati da Sciascia: se Moro continuava a essere un interlocutore politico, perché le sue richieste e le sue valutazioni finirono per essere considerate marginali nella gestione della crisi?

Il problema non riguardava soltanto la sorte personale dello statista, ma investiva la capacità delle istituzioni di valutare ogni possibile via d’uscita. Riportare Moro vivo alla famiglia e al Paese avrebbe rappresentato, in questa prospettiva, anche un risultato per lo Stato democratico.

Un’altra lettera significativa è quella indirizzata a Benigno Zaccagnini, allora segretario della Democrazia cristiana. Moro richiamava il partito alle proprie responsabilità, ricordando il legame tra le scelte dei suoi dirigenti e la storia politica della DC. La responsabilità, nella sua visione, non era soltanto collettiva, ma anche individuale.

A Zaccagnini scriveva: «Moralmente sei tu al posto mio».

Un passaggio che richiama direttamente la coscienza personale di chi è chiamato a decidere. Moro si appellava anche alla tradizione cristiana del partito, invitando i suoi dirigenti a verificare se esistessero margini per una trattativa.

Con il prolungarsi della prigionia, nelle lettere emerge sempre più chiaramente la delusione verso la classe politica. Il silenzio e l’atteggiamento di chiusura vengono percepiti dallo statista come una forma di abbandono, mentre la prospettiva della morte si fa sempre più concreta.

«Siete tutti convinti di volere la mia morte?», scriveva Moro, esprimendo la drammatica solitudine di un uomo che continuava a rivolgersi alle istituzioni e ai propri compagni di partito senza ottenere la risposta sperata.

In questo quadro assume rilievo anche il richiamo alla pietas, intesa come sentimento di umanità e responsabilità morale, ma anche come possibilità di riaprire uno spazio di ragionamento politico. Non si trattava soltanto di un appello emotivo: Moro cercava di richiamare i suoi interlocutori alla necessità di valutare le conseguenze delle proprie scelte.

Andreotti, Craxi e l’appello alle responsabilità politiche

Tra i documenti esaminati nella riflessione sul caso Moro figurano anche le lettere indirizzate ad altri protagonisti della vita politica italiana, tra cui Giulio Andreotti e Bettino Craxi.

Ad Andreotti, allora presidente del Consiglio, Moro si rivolgeva richiamando il suo ruolo negli equilibri politici del Paese e la sua capacità di incidere sul rapporto tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista. La sua preoccupazione andava oltre la propria sorte personale.

«Non sarà solo un problema mio e della mia famiglia. La mia morte cambierà gli equilibri politici», scriveva.

Parole che mostrano quanto Moro fosse consapevole delle possibili conseguenze della sua uccisione sul sistema politico italiano. Nella sua prospettiva, il sequestro non riguardava soltanto la persona tenuta prigioniera: attraverso di lui veniva messa sotto pressione un’intera architettura politica.

Anche alla moglie Moro confidava il senso di solitudine e di abbandono vissuto durante la prigionia, arrivando ad affermare: «Il mio sangue ricadrà su di loro». Un’espressione che restituisce la drammaticità del suo rapporto con una classe dirigente dalla quale attendeva una risposta.

Nella lettera a Craxi, Moro riconosceva inoltre al leader socialista una posizione dalla quale avrebbe potuto tentare di intervenire per favorire una soluzione.

La vicenda coinvolse anche il pontefice Paolo VI, che rivolse alle Brigate Rosse un appello affinché liberassero Moro senza condizioni. L’appello testimonia la dimensione umana e morale assunta dalla crisi, che oltrepassò i confini della politica e coinvolse l’intera società italiana.

Dal falso comunicato alla tragica conclusione

Il 18 aprile 1978 fu diffusa la notizia della presunta morte di Moro, legata a un falso comunicato delle Brigate Rosse. La notizia fu successivamente smentita dal comunicato numero 7 bis, che dichiarava lo statista ancora in vita, accompagnando però l’annuncio con una minaccia sulla sua imminente sorte.

Il 9 maggio 1978 la vicenda si concluse tragicamente. Il corpo senza vita di Aldo Moro fu ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, nel centro di Roma, in una strada situata tra le sedi della Democrazia cristiana e del Partito comunista italiano. Una collocazione che assunse un forte valore simbolico nella memoria collettiva del Paese.

Per Sciascia, il caso Moro non si esaurisce tuttavia nella ricostruzione della sequenza degli eventi. Il punto decisivo resta la possibilità di interrogare le responsabilità politiche e istituzionali, senza accettare che una sola interpretazione diventi definitiva e sottratta a ogni verifica.

«L’affaire Moro», un libro sulla verità

È proprio la ricerca della verità il tema che ha attraversato l’intera relazione del Prof. Moschella. Il libro di Sciascia invita a porsi domande, a leggere criticamente i documenti e a non rinunciare al dubbio, anche quando la vicenda riguarda uno dei momenti più dolorosi della storia nazionale.

La riflessione conclusiva ha riportato al centro il rapporto tra democrazia e pluralità delle interpretazioni. Uno Stato democratico non si rafforza eliminando le domande, ma dimostrando di saperle affrontare; non diventa più solido imponendo una verità indiscutibile, ma attraverso la possibilità di verificare i fatti e sottoporre le decisioni al vaglio critico.

La lezione si è conclusa tra gli applausi dei presenti. Il professor Pippo Rao ha rivolto al Prof. Moschella parole di apprezzamento, sottolineando il valore di una riflessione che prosegue, attraverso il confronto e lo studio, il percorso di ricerca della verità intrapreso da Sciascia.

La Scuola di Liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi tornerà giovedì 5 novembre, alle ore 17, con la relazione del professor Giancristiano Desiderio, dedicata a Contributo alla critica di me stesso di Benedetto Croce.

Un nuovo appuntamento per approfondire il pensiero liberale e il ruolo della cultura critica nel comprendere la società, la politica e le istituzioni.

Fulvio Arena

Tirocinante in Giornalismo -Universita’ degli Studi di Messina –

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