Nadia Terranova tra scrittura, trasfigurazione e amore per la sua terra - Tempostretto

Nadia Terranova tra scrittura, trasfigurazione e amore per la sua terra

Emanuela Giorgianni

Nadia Terranova tra scrittura, trasfigurazione e amore per la sua terra

mercoledì 18 Dicembre 2019 - 07:30

Nadia Terranova torna nella sua città per parlare di Stefano D’Arrigo, in occasione dell’iniziativa “Nel ventre dell’Orca”, organizzata dalla Fondazione Horcynus Orca

“Nel Ventre dell’Orca” è l’iniziativa, organizzata dalla Fondazione Horcynus Orca, che conta un calendario ricchissimo e variegato per celebrare il centenario della nascita di Stefano D’Arrigo; incredibile autore di Messina, creatore di un romanzo-mondo, Horcynus Orca appunto, che rende protagonista la nostra terra e il nostro mare.

In questa occasione, ho incontrato Nadia Terranova. Scrittrice apprezzatissima e poliedrica, bella, brava e messinese; grazie alla sua scrittura profonda, intima, diretta, emozionante ed evocativa, ha portato Messina anche nella cinquina del Premio Strega 2019, con il romanzo Addio Fantasmi. Le ho chiesto della scrittura, della vita e dell’ispirazione, colpita dalle sue parole che, ugualmente a quelle scritte nero su bianco, hanno forza e potenza nella loro limpida e immediata semplicità. Le parole di Nadia Terranova abbandonano vincoli, costrutti, sovrastrutture e si rivolgono direttamente all’anima di chi la legge e, in questo caso, l’ascolta.

L’intervista

È qui, tornata nella sua terra che l’aspetta sempre, in occasione dell’iniziativa “Nel ventre dell’Orca”, per celebrare il centenario della nascita di Stefano D’Arrigo; inizio, allora, proprio chiedendole come entrare secondo lei “nel ventre dell’Orca”, come addentrarsi in questo complesso libro- mondo e comprenderne il cuore?

Si parte sempre con tanta buona volontà a leggere Horcynus Orca, soprattutto da Messinesi, perché si vuole comprendere questo romanzo che ha raccontato lo Stretto; poi capita legittimamente di arenarsi per la complicatezza della lingua o perché, magari, la tenuta narrativa sembra essere oscillante. Allora, penso che la strategia corretta sia quella che ho adottato io quando l’ho letto a 20 anni

È stato questo, quindi, il suo primo incontro con il libro?

Sì, ho deciso quando avevo 20 anni di leggere il libro che potesse spiegarmi il luogo in cui vivevo e, finalmente, mostrarmelo con uno sguardo che allora non riuscivo ad avere. Ero una lettrice molto forte ma, ovviamente, mi sono trovata a un certo punto “sbarruata”, e non so dirlo in altro modo se non in dialetto. A quel punto mi sono detta goditelo come un romanzo di avventura, in realtà il modo giusto per me per leggerlo è come una storia raccontata da un vecchio marinaio in una bettola; in questo modo, ho potuto veramente apprezzarlo. Senza doversi forzare a leggerlo di corsa, ci si può mettere anche un anno, spostando il proprio segnalibro. Ho qui il mio testo, appartenente a mia zia, che trovai a casa; è la prima edizione, seconda tiratura, cui sono legatissima. Non c’è nemmeno una sottolineatura perché andrebbe sottolineato tutto. Ci sono libri da sottolineare, altri invece in cui è impossibile farlo, poiché va evidenziata ogni parola. Horcynus Orca non va delineato con squadretta e righello, va letto come una bella bella avventura.

Come ha influito sulla sua scrittura?

Dimenticandolo. Volevo raccontare lo Stretto e la città di Messina e avevo a che fare con una Bibbia, non un libro ma un monumento totemico; per la letteratura messinese, italiana e mondiale, Horcynus Orca è come la Divina Commedia, è l’Ulisse, è Moby Dick. L’unica possibilità è, dopo averlo attraversato molto bene, dimenticarlo, perché non puoi vivere di confronto, devi andare completamente da un’altra parte. Se, per esempio, racconto una traversata è ovvio che descrivo un gesto che Stefano D’Arrigo ha definito magistralmente, ma al tempo stesso racconto un gesto che i messinesi fanno migliaia di volte nella loro vita e che per ciascuno ha un significato. In fondo è sempre lo stesso, l’attraversamento dell’altro, l’alterità, l’espugnazione di un mare, di una terra e ho voluto narrarlo a modo mio. Credo di aver omaggiato D’Arrigo nelle intenzioni, in certi periodi impercettibili che un lettore può scorgere, ma senza caricare, altrimenti avrei scritto una cosa che già esisteva. Ho voluto creare una mitologia mia.

Proprio riguardo la descrizione dei suoi luoghi e dei loro gesti, è da qui che proviene l’ispirazione per lei?

Sì è fondamentale. Nasce da Messina come una creatura mitologica, dallo Stretto. Ma non lo avrei mai detto quando ho iniziato a scrivere. Scrivo di altri argomenti e di altri luoghi, sta per uscire una nuova raccolta di racconti ambientati a Roma, sempre con il mio sguardo da migrante, ma buona parte della mia scrittura si sostanzia e nasce, in maniera misteriosa anche a me stessa, proprio dallo Stretto.

Nei suoi libri vi è sempre un perfetto incontro tra la creazione artistica e ciò che deriva più direttamente dal vissuto, dall’intimo e personale. Gli elementi protagonisti delle sue esperienze di vita vengono arricchiti da una cornice fantastica ed immaginaria, divenendo un vero e proprio “topos”. Qual è il suo rapporto tra memoria e immaginazione, tra reale e il potere letterario di romanzarlo?

Mi piace molto la parola trasfigurazione. Credo sia la più adatta, perché quando scriviamo non copiamo la realtà e non la inventiamo, la trasfiguriamo. La prendiamo dal luogo in cui l’abbiamo vista e la trasferiamo in un altro luogo, inventato, ma con gli strumenti che abbiamo nella nostra memoria e nella nostra mente. Quindi è inventato dal creatore che siamo noi stessi con il nostro bagaglio di ricordi ed immaginazione; questa è l’arte del trasfigurare, la quale permette di giocare tra ciò che è reale e ciò che è immaginario. Solo lo scrittore lo sa, l’importante è che per il lettore sia tutto vero.

La sua terra è sempre al centro delle sue storie, permettendo anche a chi è lontano di sentirla viva e vicina; ma cosa si porta di più di Messina quando è distante? E qual è la dimensione del suo “nòstos”?

Fortunatamente, torno spesso, ho voluto mantenere casa qui, mi sento una cittadina messinese a tutti gli effetti perché ci passo molto tempo e la vivo in pieno. In realtà, la Messina di cui mi sento costituita è con me dappertutto, non mi sento meno messinese se sono in Cile o in Germania a parlare di libri. Messina è un luogo dell’anima, è inutile negarlo, quindi è bellissimo stare qui, ma è anche vero che sono diventata ancor più messinese stando fuori, l’ho capita e l’ho vista diversamente. Quando ritorno, torno subito indigena, sono indigena e straniera insieme e sento che questa definizione mi rispecchi molto; restando solo indigena non l’avrei saputa guardare con profondità, restando solo straniera non l’avrei sentita mia.

Per scrivere Addio Fantasmi è dovuta entrare in stretto contatto con le sue ossessioni, paure e dolori. Ma è da ciò che deriva l’esigenza di scrivere? Da dove nasce il bisogno e il desiderio?

Sono loro che hanno sentito il bisogno di essere a contatto con me, purtroppo le ossessioni a un certo punto ti si piantano davanti e non se ne vanno più, ti chiedono veramente di essere raccontate per trovare pace in qualche modo.

Durante la presentazione a Messina di Omero è stato qui, in cui racconta ai bambini, e non solo, i miti e le leggende della sua terra come mai prima, ha affermato che il suo pubblico di lettori va dagli 0 ai 130 anni. Ma lei ha una tipologia preferita di lettore cui ama indirizzarsi? O, in generale, scrive di più per chi la legge o per se stessa?

Scrivo per i lettori, per tutti. Immagino un lettore indefinito, come un grande occhio senza sesso, età, provenienza geografica, perché credo che se pensassi a qualcuno in particolare, escludendo gli altri, diventerei una di quegli scrittori snob che pensano di scrivere per una sola categoria, cosa che detesto. Spero che i miei libri vengano letti da tutti, anche da quelle persone che non la pensano come me. I libri sono l’unico territorio di comunicazione che abbiamo e che, magari, è assente nella realtà, quindi non posso proprio sopportare l’elitarismo nella scrittura. Bisogna essere profondi e restare profondi, complessi, ma cercando di far arrivare ciò che si vuole dire, a più livelli, a chiunque. Non può essere un gioco ad ostacoli contro il lettore la scrittura ma una stratificazione dentro cui, con i vari livelli di profondità che ciascuno ha, può comunque arrivare un messaggio. Questo è, poi, il segreto dei grandi romanzi, il motivo per cui I Promessi Sposi possono essere letti tanto dai ragazzini quanto dagli studiosi di letteratura e così la Divina Commedia. Il grande romanzo ha una storia semplice che può arrivare a tutti e anche una lingua articolata che, magari, qualcuno si gode più di altri.

A proposito, ancora, di Addio Fantasmi, e per concludere, forse una domanda cui ha dovuto rispondere spesso, come ha scoperto di essere stata candidata al Premio Strega? Qual è stata la sua prima emozione?

Sono rimasta molto sorpresa per la candidatura, era nell’aria, i lettori la volevano, ma Einaudi, la mia casa editrice, aveva già un altro candidato, quindi davvero non me l’aspettavo. Quando sono stata selezionata nei 12 è stata troppa la felicità, e poi nei 5 è stata assoluta e sempre più inaspettata. Nessun passo è stato mai scontato. In più è stato il primo caso nella storia del Premio Strega in cui Einaudi ha portato due libri diversi nella cinquina, involontariamente sono entrata nella storia e ho portato con me la città di Messina, che non era mai stata nella cinquina, abbiamo avuto Vincenzo Consolo, ma raccontava Cefalù. Quindi ritengo che metà del mio dovere sia stato fatto.

E al suo dovere compiuto siamo fortemente grati tutti noi che amiamo leggerla.

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