L'agente 41enne è originario del centro jonico, dove la comunità si è stretta intorno ai genitori
Messina – Incredulità e dolore ad Alì Terme, dopo l’arresto del poliziotto Carmelo Cinturrino per l’omicidio di Rogoredo. La famiglia dell’agente 41enne è infatti originaria del centro jonico del messinese. Qui tutti conoscono i genitori e li stimano, non hanno voglia di sbilanciarsi ma tutti hanno pensato ai familiari, a quel che possono aver provato, quando hanno scoperto gli scioccanti fatti che hanno portato al fermo dell’agente per l’uccisione di Abderrahim Mansouri. Il 28enne, marocchino disarmato, è stato ucciso lo scorso 26 gennaio.
Ad Alì Carmelo manca da molti anni, qui lo ricordano bambino, un bambino educato e tranquillo. Tra i concittadini c’è quindi tanto senso di smarrimento ma soprattutto di vicinanza ai genitori appunto.
La ricostruzione della Procura
Per l’agente le accuse sono omicidio volontario, rischio di inquinamento probatorio e pericolosità sociale. La ricostruzione della Procura – a lavoro sul caso ci sono il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola – ipotizza che Cinturrino ha sparato a Mansouri quando il giovane era disarmato. Solo successivamente, e dopo aver mandato un collega a prendere uno zaino al commissariato, l’agente avrebbe posizionato accanto al corpo una pistola giocattolo, per simulare la minaccia.
Un drammatico retroscena
Durante i drammatici minuti successivi al colpo, Mansouri era ancora vivo, ma Cinturrino non avrebbe chiamato i soccorsi né informato immediatamente la centrale operativa. Il primo contatto con la Questura è avvenuto solo dopo 23 minuti, un ritardo fatale per la vittima. Indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso alcuni colleghi di Cinturrino. L’elemento più inquietante è però il movente ora al vaglio degli investigatori. L’ipotesi è infatti che l’agente “taglieggiasse” regolarmente lo spacciatore.
