"Il Sud è niente". Sulla rotta della decima musa

“Il Sud è niente”. Sulla rotta della decima musa

Tosi Siragusa

“Il Sud è niente”. Sulla rotta della decima musa

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venerdì 13 Dicembre 2013 - 10:53

La scena si svolge ai tempi nostri, in una periferia reggina abbrutita ed oppressa dalla malavita organizzata del Sud, che sembra non consentire spiragli di riscatto, fra rituali pseudo-religiosi (degna di menzione la festa del patrono, resa indimenticabile da colori rosso-sangue), silenzi, frasi smozzicate e omertà dilagante

Ad inaugurare questa rubrica l’opera prima del giovane cineasta reggino Fabio Mollo, che è anche co-sceneggiatore, selezionata al festival di Toronto, giunta nel corso della settimana scorsa sugli schermi anche in Italia, in programmazione alla multisala Apollo di Messina, e presentata la sera dell’8 dicembre, dal prof. Nino Genovese e dal giornalista Massimiliano Cavaleri, alla presenza del regista e del sindaco Renato Accorinti.

Il lungometraggio è interpretato dall’esordiente Miriam Karlkvist, da Vinicio Marchioni, da Alessandra Costanzo e da Andrea Bellisario, rispettivamente nei ruoli di Grazia, giovane rabbiosa, del dolente padre Cristiano, che “ha due cuori” diviso com’é fra rassegnazione silenziosa e desiderio di fuga, della nonna, che discetta per motteggi e riassume nell’espressione “Il Sud é niente e niente succede” l’immobilismo di quella società che mortifica i suoi figli, costringendoli a desiderare la fuga, e di Carmelo, figlio di un gestore di giostre e bancarelle itineranti, che intreccia una controversa relazione con la protagonista, riuscendo a fatica a trovare forme di comunicazione. Un cameo è poi reso con grazia da Valentina Lodovini, che impersona con ricercata indeterminatezza l’amante senza nome.

La scena si svolge ai tempi nostri, in una periferia reggina abbrutita ed oppressa dalla malavita organizzata del Sud, che sembra non consentire spiragli di riscatto, fra rituali pseudo-religiosi (degna di menzione la festa del patrono, resa indimenticabile da colori rosso-sangue), silenzi, frasi smozzicate e omertà dilagante. Grazia è colta in una delicata fase dell’esistenza, alle soglie della maturità e la splendida rappresentazione del personaggio si delinea quasi per sottrazione: si sa (per pensieri espressi ad alta voce dalla nonna) che ha perso i suoi boccoli, sua madre (non si sa bene come) e che sta con difficoltà provando ad elaborare il lutto per la scomparsa del fratello Pietro (interpretato da Giorgio Musumeci) che la proteggeva. L’assenza di Pietro grava quale macigno sull’intera vicenda, più di qualsivoglia presenza ed i familiari credono di vederlo (forse con qualche ripetizione, evitabile) gli parlano, conservano morbosamente i suoi effetti personali. Pietro e la Sua barca in secca, sulla quale il nome sembra impresso in modo indelebile, pesano sulla storia.

La ribelle Grazia ha forme androgine, si è costruita, certamente per una sorta di compensazione della inconsolabile perdita, un’identità maschile, la sua femminilità appare bloccata e solo l’incontro-scontro con Carmelo, a fatica, le consentirà, grazie anche alla rottura del pesante ed omertoso silenzio paterno sulla sorte del fratello, di vivere la sessualità, che la fine dell’adolescenza comporta.

Lo Stretto di Messina è splendidamente ripreso, divenendo quasi vertigine di libertà assoluta, cornice perfetta qual è di germinazione di un difficilissimo rinnovamento e nell’identificazione con quel paesaggio rarefatto, quasi liquido amniotico, Grazia al fine, appare come liberata.

Le prove di recitazione possono complessivamente definirsi ben riuscite ed i percorsi psicologici resi sapientemente, senza il ricorso a verbosità eccessiva ed orchestrati con timbri efficaci. L’opera appare comunque di non facile impatto e si apprezza maggiormente in seconda visione. La musica, infine, sottolinea – senza raggiungere picchi particolarmente degni di nota – alcuni momenti di particolare intensità – come quando riproduce la distanza infinita di quel mare, con la costa siciliana… quasi poetico miraggio – ma in generale non risulta particolarmente evocativa in questo piccolo film indipendente, in co-produzione francese, che costituisce senza dubbio una scommessa vinta”.

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