Perché il calcio italiano soffre l’aumento delle partite

Perché il calcio italiano soffre l’aumento delle partite

Autore Esterno

Perché il calcio italiano soffre l’aumento delle partite

martedì 08 Luglio 2025 - 15:49

Le numerose competizioni mettono a dura prova le squadre italiane di calcio. Serve una buona preparazione atletica

di Riccardo Giacoppo

Il modo di giocare a calcio sta cambiando notevolmente, soprattutto con l’introduzione di nuove competizioni, come il format del Mondiale per Club inaugurato nell’edizione di quest’anno, o l’inedita Coppa Intercontinentale FIFA, che vedrà i campioni d’Europa del Paris Saint-Germain sfidare i vincitori dei trofei delle altre federazioni.

Le due protagoniste italiane di questo Mondiale per Club, Inter e Juventus, uscite entrambe agli ottavi di finale contro Fluminense e Real Madrid, nell’ultima stagione sono state impegnate in un numero enorme di partite, rispettivamente 63 e 55, se si comprendono anche Serie A, Coppa Italia, Supercoppa Italiana e Champions League. In entrambi i casi nessun titolo è stato conquistato, nonostante l’Inter ne abbia sfiorati tre.

Per alcune delle colonne portanti delle due squadre il numero di partite è aumentato ulteriormente con gli impegni tra Nazionali: oltre alla Nations League, la stagione 2024-2025 ha visto l’inizio delle qualificazioni ai prossimi Mondiali, vissute finora con grande tensione soprattutto dalla Nazionale italiana, per via del rischio di una terza assenza di fila, che ha scosso anche i nerazzurri Dimarco, Bastoni, Barella e Frattesi e gli juventini Cambiaso e Gatti.

I tempi sono cambiati. Il caso del Napoli

Proprio così, nel calcio di oggi puoi arrivare a disputare anche 70 partite o più in una sola stagione e non riuscire a vincere neanche un titolo. Sono tempi ben diversi da quelli del Napoli di Diego Armando Maradona e della famosa stagione 1986-1987: 45 partite in totale, se si comprende la Coppa UEFA, coronate con la vittoria del primo scudetto e della Coppa Italia.
Cambiano i giocatori, eppure a volte gli eventi si ripetono nel tempo, tant’è che proprio il Napoli ha chiuso questa stagione con la quarta vittoria del campionato di Serie A, senza tuttavia essere impegnato in alcun trofeo continentale o intercontinentale, il che significa ancora meno partite giocate.

Il successo del Paris Saint-Germain

Nessun dubbio sulla superiorità tecnica di buona parte dei giocatori, sulla qualità del lavoro svolto dalla dirigenza, sulle scelte tecniche e sul carisma del mister Antonio Conte, ma nel calcio di oggi chiedersi cosa rende davvero una squadra vincente richiede una riflessione più attenta. Di certo l’aumento del numero di partite comporta maggiore stanchezza fisica e mentale e un più alto rischio di infortuni, ma davvero esiste un legame tra il numero di incontri disputati e la probabilità di vincere titoli? Come spiegare allora il successo del Paris Saint-Germain, che ha già collezionato ben 4 titoli in stagione e può tuttora ambire a uno storico “quintuplete” in caso di vittoria del Mondiale per Club?

Soprattutto nella finale da record di Champions League, vinta per 5-0 contro l’Inter, la squadra si è distinta per la sua velocità nella corsa e per il suo gioco molto offensivo, caratteristiche che sicuramente non mancano a Lautaro Martínez e compagni, sebbene la fatica abbia visibilmente impedito agli uomini di Simone Inzaghi di esprimere le loro qualità al meglio fino in fondo. Da una parte una grossa macchina da gol che combina tecnica e atletismo, rappresentati in particolare da giovani come Doué e dai prodotti del vivaio, ad esempio Zaïre-Emery, insieme ad elementi di esperienza, alcuni dei quali noti al calcio italiano, ossia il capitano Marquinhos, Fabian Ruiz, Kvaratskhelia e Donnarumma.

Inter e Juventus, squadre in fase di ricostruzione

La macchina nerazzurra, tuttavia, richiede una più accurata manutenzione: nel corso della stagione parte spedita per poi decelerare, soffre più facilmente sul pressing e frena bruscamente se mancano pezzi importanti.
Questo spiega anche l’uscita di Inter e Juventus dal Mondiale per Club in corso. Il nuovo allenatore nerazzurro Cristian Chivu si è ritrovato a dover guidare una squadra in cui diversi giocatori difficilmente verranno riconfermati come titolari, e dunque a dover valutare nuovi ingressi, alcuni già allenati mentre erano ancora nella squadra Primavera, su tutti Francesco Pio Esposito e Valentin Carboni, altri appena arrivati alla sua corte per la prima volta, ovvero Petar Sučić e Luis Henrique. Inoltre, pare che dopo l’eliminazione si siano scaldati gli animi all’interno dello spogliatoio, con le recenti dichiarazioni di Lautaro Martínez che sono state interpretate come una frecciatina ai danni dei possibili partenti Hakan Çalhanoğlu e Marcus Thuram.

Discorso simile per la squadra di Igor Tudor, che per fare fronte ai numerosi infortuni necessita di rinforzi con particolare attenzione verso i reparti di difesa e attacco, date le prestazioni spesso insufficienti delle attuali riserve. Nel frattempo la trattativa con il Porto per l’acquisto a titolo definitivo di Francisco Conceição non si è ancora conclusa e la cerchia dei giocatori irrinunciabili si sta stringendo. Entrambe le squadre sono dunque in fase di ricostruzione, e si vede.

Com’è andata al mondiale per club

I giovani Pio Esposito e Carboni convincono Chivu e segnano gol fondamentali per il passaggio agli ottavi di finale, centrato anche grazie ai dribbling di Sučić. Poi di nuovo il guasto: Pio è indisponibile contro il Fluminense per un infortunio, il fratello maggiore Sebastiano entra solo al 66’ al posto di Thuram, che malgrado la maggiore esperienza non riesce a interrompere la sua striscia di partite negative; partono dalla panchina anche Sučić e Carboni, ma non bastano i loro ingressi a riparare il danno causato dalle continue dormite della difesa, che ha come unica forza fresca Bastoni, tuttavia sostituito da un Carlos Augusto impreciso sul tiro del possibile pareggio.

Il Real Madrid, invece, domina contro una Juventus che inizialmente resiste alle sue continue incursioni offensive, soprattutto grazie alle parate del protagonista Michele Di Gregorio, ma ci riesce solo per poco più di un tempo. La sblocca di testa Gonzalo García, ancora sconosciuto a molti prima di questa partita. In una squadra di per sé giovane è l’unico tra quelli impiegati ad essere stato appena promosso dalla cantera, Xabi Alonso gli dà fiducia al posto di Mbappé e lui la ripaga alla sua prima occasione utile, lasciato tutto solo anche questa volta per un errore della difesa. Poi l’infortunio di Kelly e una serie di cambi che ha destato polemiche, in particolare la scelta di sostituire il cannoniere Yıldız con Koopmeiners. Ad ogni modo, non si può fare affidamento esclusivamente su Yıldız, Di Gregorio e pochi altri, serve di più per alzare l’asticella.

Questo è il calcio di oggi: le squadre vincenti non hanno più 11 titolari, bensì almeno 22. Hanno rose più ampie con un’età media più giovane e formate da veri e propri velocisti, puntano maggiormente sui giocatori cresciuti nel vivaio e li abituano a puntare l’uomo e dribblarlo, a tirare dalla distanza e a resistere per tutti i 90 minuti. Se sottoposti ad un’adeguata preparazione atletica, i campioni sono in grado di vincere anche dopo 70 partite, perché nel calcio di oggi non vince solo il più forte, vince chi resiste più a lungo.

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