E se poi, invece, lo fanno?
I boatos della politicuccia italiana raccontano che, dopo le elezioni del 2006, Oliviero Diliberto chiese che il Ministero dei Trasporti fosse assegnato al suo partito, i Comunisti Italiani.
Ottenuto l’assenso di Prodi, Diliberto chiamò l’allora Rettore dell’Università di Reggio Calabria per chiedergli se fosse disposto ad assumersi tale responsabilità.
Si dice anche che condizione per tale incarico non fosse un’approfondita conoscenza delle opere di Marx, degli scritti economici di Dobb o di quelli sociologici della Scuola di Francoforte; ma la promessa di dire, ad ogni occasione, che il Ponte sullo Stretto non si sarebbe fatto più.
Come fosse condizione necessaria e sufficiente per essere veramente di sinistra.
Di fronte a quella dichiarazione – che, in effetti, Bianchi fece subito dopo aver prestato il giuramento dal Capo dello Stato -, furono pochi a restare perplessi: da quando Berlusconi aveva detto di volerlo, nell’immaginario collettivo era divenuto un assioma che NoPonte voleva dire NoBerlusconi e quindi, per una immaginaria proprietà transitiva e alla faccia di qualsiasi logica -, NoPonte=Governo di Sinistra.
Nelle ultime settimane abbiamo avuto l’impressione che questo ridicolo – Politicamente parlando, s’intende – condizionamento pavloviano si sia trasferito a livello di Regione Siciliana: il silenzio di Lombardo sul tema che gli era tanto caro suona come il prezzo pagato all’appoggio del PD al Lombardo quater.
Speriamo intensamente di sbagliarci: se fosse vero, rappresenterebbe il trionfo del trasformismo, la prova definitiva della fondatezza dell’accusa – da più parti mossa all’uomo di Grammichele – che è pronto a sacrificare quanto (sembrava) avere di più caro pur di restare in sella.
Oggi che sembra giunto il momento di raccogliere i frutti (elettorali) dell’avvio dei lavori – con quel che ne segue in circolazione di denaro e posti di lavoro – ci chiediamo dove siano andati a finire i proclami, la sfilata dei sostenitori venuti dal Catanese, la definizione di Ponte come vero simbolo dell’Unità d’Italia (12 febbraio 2010).
Viene da chiedersi se quel grande obiettivo sia stato sostituito da qualcosa d’altro. Sicuramente meno ingombrante.
A nostro parere, è un rischio che persino il Grande Equilibrista non può permettersi.
E nemmeno il PD.
