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Reggio, post-“Miramare” / Il centrodestra durissimo: Falcomatà, dimettiti!

mario meliado

Reggio, post-“Miramare” / Il centrodestra durissimo: Falcomatà, dimettiti!

sabato 20 Novembre 2021 - 09:30

Minicuci: dimissioni, unica via. Davi: si torni sùbito al voto. Va all'attacco anche il Pcl: nessuna differenza tra centrosinistra e centrodestra

REGGIO CALABRIA – Da vari esponenti del centrodestra reggino e calabrese non mancano dichiarazioni di tangibile soddisfazione, per la condanna dei politici interessati alla “sentenza Miramare”, in testa il sindaco e sindaco metropolitano Giuseppe Falcomatà. Anche se tra questi figura peraltro pure un esponente del centrodestra, il fin qui consigliere comunale di Coraggio Italia – ed ex vicesindaco, nella consiliatura precedente – Saverio Anghelone.

Salvini: reggini lasciati allo sbando

Matteo Salvini a Reggio Calabria
Matteo Salvini nel corso di un recente appuntamento nel cuore di Reggio Calabria

Per sentenza del “processo Miramare” si scomoda, innanzitutto, lo stesso leader nazionale della Lega Matteo Salvini (che pure aveva espresso, in Nino Minicuci, il candidato sindaco che portò Falcomatà al ballottaggio).

«Fra condanne, scandali, denunce di brogli e rifiuti ovunque, Falcomatà non molla la poltrona – così l’ex ministro dell’Interno – e lascia i cittadini di Reggio allo sbando: dimissioni!».

Minicuci: dimissioni, unica via

Anche per il consigliere comunale della Lega Nino Minicuci, che – appunto – di Falcomatà fu il competitor al primo turno dapprima e poi anche al ballottaggio – pur perdendo con uno scarto che ha sfiorato il 17% –, l’unica via d’uscita è andare al voto.

Nino Minicuci, sfidante di Falcomatà al ballottaggio
Nino Minicuci, sfidante di Falcomatà al ballottaggio

«Il timore è quello di dover augurare buon lavoro a Falcomatà per la sua nuova avventura da dipendente del Comune di Milano», ironizza Minicuci dopo aver augurato al sindaco di riuscire a dimostrare la propria innocenza. Appare infatti «complicato – almeno all’esponente del Carroccio – comprendere le ragioni che hanno spinto Falcomatà a candidarsi a sindaco nonostante la pesante spada di Damocle che pendeva sul suo capo e buona parte della Giunta del primo mandato». E appare «doppiamente complicato» visto che un “segnale” già era arrivato con la condanna di Angela Marcianò (per la quale, a sua volta candidatasi a sindaco e in realtà fin qui mai entrata a Palazzo San Giorgio da consigliere, vale dunque lo stesso ragionamento) in sede di rito abbreviato.

Ad avviso di Nino Minicuci, adesso Comune e MetroCity restano «senza una vera guida, dopo 7 anni di catastrofi e alla vigilia di un momento storico decisivo per la nostra città»: il riferimento, ovviamente, è al Pnrr.

Doppiopesismo rispetto al passato? «Ricordo come nel 2012, a fronte di uno scioglimento del Comune che negli anni s’è scoperto essere infondato, gli esponenti locali del Partito democratico esultavano», punta l’indice l’ex dg dell’allora Amministrazione provinciale reggina. Che fa presente come nei giorni scorsi la stessa Cassazione abbia sancito che l’Ente non andava sciolto per contiguità mafiose, come invece accadde 9 anni addietro.

Sentenza "Miramare", il collegio giudicante presieduto da Fabio Lauria dà lettura della sentenza di condanna (19.11.2021)

«Oggi, il Tribunale ha condannato chi 9 anni fa festeggiava, ma noi invece non esultiamo – mette i “puntini sulle i” Minicuci -. Le dimissioni da parte della maggioranza sarebbero la soluzione ideale non solo dal punto di vista politico ma anche della dignità» che, a suo avviso, insieme all’integrità il “caso” dei brogli elettorali avrebbero chiarito star di casa « lontanissimo rispetto alla maggioranza che oggi occupa Palazzo San Giorgio».

Come già il centrodestra aveva offerto la propria collaborazione a Giuseppe Falcomatà, Minicuci la offre adesso al neovicesindaco Paolo Brunetti: ma, ammonisce, «deve verificarsi una rivoluzione rispetto al totale immobilismo e alla mancanza di democrazia consiliare registratisi in questi 7 anni abbondanti».

Klaus Davi: sùbito al voto

Critico l’ex candidato sindaco Klaus Davi, peraltro non entrato in Consiglio comunale con la sua minicoalizione giusto per una manciata di suffragi.

L’ex candidato sindaco di Reggio Klaus Davi

Il giornalista-massmediologo sfugge a ogni commento sul verdetto in sé; politicamente però, ne è certo, «l’unica cosa che si deve fare è tornare a votare». Questo, innanzitutto, perché «questa è una fase in cui Reggio Calabria deve avere un primo cittadino con pieni poteri che possa difendere la città e garantire che a essa vengano destinati i giusti investimenti ricavati dal Pnrr», senza attendere quelle che vengono definite «soluzioni di comodo».

Iniquamente, argomenta Davi, «Reggio Calabria è diventata nell’immaginario collettivo la città dell’immondizia e dell’incuria; deve tornare ad essere la capitale del Mediterraneo. Questo però non vuol dire assolutamente consegnare la città a Francesco Cannizzaro o ai suoi innumerevoli congiunti/e» e, nell’analisi dell’ex aspirante alla fascia tricolore, «ancor meno a estremisti di varia natura e indole».

Secondo Klaus Davi, piuttosto, «ognuno deve fare la propria parte. Si è perso già troppo tempo».

Reazioni social al vetriolo

Non mancano le reazioni inviperite via social network, che danno addosso a Giuseppe Falcomatà e – in alcuni casi – degli altri politici condannati in primo grado con lui nel “processo Miramare”.
Questo, specialmente ad opera d’esponenti del centrodestra locale.

L’ex presidente della Crpo Giovanna Cusumano

Si guardi ad esempio all’ex presidente della Crpo (la Commissione regionale Pari opportunità) ed ex consigliera comunale di centrodestra Giovanna Cusumano.

«La grande amarezza – scrive la Cusumano, il 3 e 4 ottobre candidata al Consiglio regionale per Fratelli d’Italia – è che Reggio Calabria e tutti noi reggini la “condanna” l’abbiamo presa 7 anni fa, quando abbiamo eletto per la prima volta il sindaco Falcomatà. E siamo stati pure recidivi. Purtroppo!».

Gli dà manforte il consigliere comunale d’opposizione Massimo Ripepi, che su Facebook diffonde anche un suo video a tema. «Sarò sempre garantista – scrive il neocoordinatore metropolitano di Coraggio Italia –, ma per il bene della città il sindaco si dimetta e si torni sùbito al voto».

Nino Castorina, ex capogruppo pd al Comune

Ma sempre sui social si fa vivo anche l’ex capogruppo dèm a Palazzo San Giorgio, Nino Castorina: «Qualcuno tra gli ex assessori oggi condannati chiese le mie dimissioni e iniziò a pontificare – scrive l’ex consigliere metropolitano delegato al Bilancio –, pensando di poter fare il consigliere regionale o assumere ruoli in mia assenza». E giù con la stilettata: «Oggi, chi chiese all’epoca le mie dimissioni (ovviamente non rese) è stato dimissionato da una sentenza di primo grado che certifica un abuso d’ufficio e che chiarisce come la faccia di determinati personaggi è simile a una parte meno nobile del corpo umano».

E poi una frase simile a un claim pubblicitario: «Garantista sempre, ipocrita mai. Il tempo è galantuomo».

Esacerbato il Pcl: il centrosinistra non è diverso dal centrodestra

Il responsabile Mezzogiorno del Pcl Pino Siclari

E in una nota diramata agli organi d’informazione, il responsabile Mezzogiorno del Partito comunista dei lavoratori Pino Siclari fa presente che «il Pcl non è certamente sorpreso dagli sviluppi del caso Miramare. Quanta differenza tra le sue conclusioni e il sadismo della condanna inflitta a Mimmo Lucano», aggiungono dal partito.

La vicenda relativa all’affidamento diretto di alcuni locali della più che prestigiosa struttura ricettiva nel cuore della città ha infatti «coinvolto esponenti delle due fazioni politiche (centro sinistra e centro destra) che imperano in città. Interessi trasversali, identità di metodi politici le accomunano chiaramente. Reggio Calabria – così il Pcl – è dunque devastata da questo sistema di potere fatto di viscide contiguità. Il prezzo viene però pagato in primis dalle masse popolari».

Per queste ragioni, il Partito comunista dei lavoratori torna ad auspicare l’unità delle «Sinistre d’opposizione» per «costruire a Reggio e in Italia un governo dei lavoratori».

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