Ventiseiesimo anniversario della morte di Graziella Campagna
Della storia di Graziella Campagna, uccisa dalla mafia il 12 dicembre del 1985 per aver trovato l’agendina di un boss, sappiamo tutto, abbiamo detto tutto. Della battaglia di Piero e della famiglia per la verità e la giustizia, sappiamo tutto, abbiamo detto tutto. Delle nostre storie quotidiane, delle nostre battaglie per la verità e la giustizia non sappiamo nulla. Ci sono assenze che nulla può riempire, ma se 26 anni dopo vogliamo dare un senso all’accaduto, l’unica cosa che possiamo fare è rendere onore al ricordo di Graziella. Della sua morte, come della disperata battaglia di Piero contro ogni forma di mafia e d’ingiustizia sappiamo nomi, cose, illusioni, fatti. Ciò che non sappiamo è cosa facciamo noi contro ogni forma di mafia e d’ingiustizia. Mi sono convinta che esiste un solo modo per parlare di lei e ricordarla: agire. Se parliamo solo di come l’hanno uccisa e di come hanno continuato a massacrare il suo ricordo per 25 anni, infangando la verità, sporcando i vivi e i morti, restano solo parole. L’unico modo per “riempire” l’assenza di Graziella e delle altre vittime delle mafie, è evitare che queste storie si ripetano, soprattutto evitare che si ripeta l’indifferenza che le ha connotate. Non dobbiamo limitarci a piangere nel ricordo ma è nostro dovere riportarla in vita attraverso il nostro impegno. Io voglio vederla “viva” ogni volta che uno di noi lotta per un mondo più giusto, ogni volta che ognuno di noi mette un mattone per costruire una società migliore di quella che ha trovato. Non basta ricordare, bisogna saper imparare dal ricordo e superarlo facendolo nostro. Graziella sarà viva ogni volta che ognuno di noi terrà la schiena dritta e dirà no con la sua azione ad ogni forma di sopruso e d’illegalità. Non importa quale sia la battaglia che ci porta ad alzarci in piedi, potrebbe anche sembrarci banale, ma costruire una società migliore non è affatto banale. Non importa se sia una “grande battaglia” o una piccola lotta quotidiana, basta che ci alziamo in piedi e riempiamo il libro della vita di Graziella con le nostre pagine. Anche solo reclamare un diritto piuttosto che elemosinarlo è un gesto che rende viva Graziella. Piero e Pasquale non ci chiedono soltanto di parlare della loro sorella massacrata, ma ci chiedono di fare molto di più. Ad esempio non far finta di non vedere, non dire mai “non mi riguarda”, non girarsi mai dall’altra parte. Ogni cosa ci riguarda, ogni volta che una nuova vittima diventa nuova vittima ci riguarda. E non dobbiamo stare ad aspettare che un altro si alzi per primo e seguirlo, dobbiamo alzarci per primi e magari restare soli, non importa. Alzarci con la schiena dritta e dire “io ci sono”. C’è una splendida poesia dal titolo “Berlino, 1932” di Bertold Brecth. “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”. Ogni morte ci riguarda, ogni ingiustizia ci riguarda. Un giorno hanno preso Graziella alla fermata dell’autobus e nessuno ha protestato, perché non è successo alla loro figlia o sorella. Poi hanno preso Libero Grassi, e nessuno ha detto nulla, perché se l’è cercata. Hanno fatto “suicidare” Parmaliana, e nessuno ha alzato il dito, perché parlava troppo. Hanno ucciso il piccolo Di Matteo, e nessuno ha fiatato, perché avevano paura. Hanno preso Falcone, Borsellino, giornalisti, giudici, sindacalisti, e nessuno ha parlato, perché c’è sempre un motivo per girarsi dall’altra parte. Ogni giorno “uccidono” in qualche modo qualcuno e possono farlo grazie al fatto che siamo diventati ciechi e sordi. Stanno uccidendo Messina e ci giriamo dall’altra parte perché crediamo che riguardi “l’altro”, il nostro vicino senza casa, il nostro collega licenziato, il figlio del nostro amico costretto a emigrare, gli uomini, le donne e i bambini uccisi da alluvioni figli dell’abusivismo. No, non riguarda solo “l’altro”, perché prima o poi, a furia di starci zitti di dire “hanno preso il romeno, chi se ne frega, ruba. Hanno preso l’omosessuale, ma io sono normale. Hanno licenziato lui, io ho la barca all’asciutto. E’ morto lui, lui viveva sul torrente”, a furia di dire questo il giorno che toccherà a noi non ci sarà nessuno ad alzarsi in piedi e dire “io ci sono”. Graziella ci chiede di stare al nostro fianco nelle “nostre” battaglie. Smettiamola di piangere e basta, di guardare i palloncini azzurri che volano in cielo per i funerali ogni volta che muore un bambino travolto dal fango. Alziamoci in piedi e diciamo no quando ci chiedono di dare un voto in cambio di un pezzo di pane, quando senza accorgercene diventiamo schiavi e barattiamo la dignità con qualcosa. Se ci sono ancora vittime delle ingiustizie e delle mafie è anche colpa nostra, che non ci assumiamo la responsabilità personale di cambiare le cose e agire. Io non voglio più parlare dell’assenza di Graziella, ma della sua presenza viva in ognuno di noi.
Rosaria Brancato

“Se ci sono ancora vittime delle ingiustizie e delle mafie è anche colpa nostra, che non ci assumiamo la responsabilità personale di cambiare le cose e agire.” SACROSANTE PAROLE .. peccato ke ognuno di noi nn se ne ricordi al momento della campagna elettorale, quando il cugino, il nipote o il vicino di casa ci kiede il voto .. e noi come PECORONI annuiamo garantendo la nostra disponibilità e della nostra famiglia, nn curandoci del programma o di quello ke in realtà il candidato ha intenzione di fare x la città. ma queste sono polemike dette e ridette in ogni occasione tragica ke ci riguarda, voglio solo complimentarmi con rosaria brancato x l’articolo dedicato a Graziella, a mio avviso scritto con il cuore, brava 🙂
Complimenti per il bellissimo articolo, sono rimasto molto colpito dalle parole della poesia di Brecht e sono andato a cercarla in web…
Ho scoperto che non è ancora chiara la paternità di “Prima vennero…” (questo il titolo), erroneamente attribuita a Brecht nei paesi spagnoli negli anni 70.
Sembra che l’abbia scritta invece un pastore, tale Martin Niemoller, di origini tedesche, ma anche in questo caso ci sono dubbi inoltre, ne sono state create svariate versioni…comunque bellissima!
Comunque ancora complimenti, Rosaria, veramente toccante!
P.S.: concordo pienamente con la condanna della politica clientelare cui si riferiva il precedente lettore.
http://it.wikipedia.org/wiki/Prima_vennero…