Fai bei sogni. L’ossessione della verità - Tempostretto

Fai bei sogni. L’ossessione della verità

Tosi Siragusa

Fai bei sogni. L’ossessione della verità

martedì 22 Novembre 2016 - 23:07

Sulla rotta della decima musa: dal best-seller di Massimo Gramellini, il film di Marco Bellocchio presentato all'ultima edizione del Festival di Cannes. Impressioni a cura di Tosi Siragusa

Dall’omonima confessione autobiografica, divenuta best-seller, di Massimo Gramellini (editore Longanesi) fenomeno editoriale del 2012, sono stati tratti il soggetto e la sceneggiatura a firma Valia Santella, Edoardo Albinati e Marco Bellocchio e quest’ultimo ha diretto l’angosciante storia sulla perdita delle perdite, quella materna.

Nel film d’apertura alla quarantottesima Quinzaine des Realisateurs di Cannes, il piccolo Massimo non ha mai compreso – e perché gli è stato nascosto e perché si è inconsciamente rifiutato di arrivare in fondo – le ragioni dell’improvvisa morte, quando aveva solo nove anni, della propria madre (molto malata certo) e tale scomparsa è dunque rimasta sempre avvolta nel mistero. La sua esistenza è stata segnata da questa assenza e in particolare da quest’ombra aleggiante intorno alla verità, che gli ha creato come un buco interiore, inibendo una sua vera crescita. Certo, Massimo diviene un individuo professionalmente realizzato, un ottimo giornalista, inviato di guerra in Bosnia, ma la corazza che si è costruita gli ha fin lì impedito di amare; l’incontro con una figura femminile per lui salvifica – Elisa – farà breccia nella sua rigida costruzione difensiva ed egli potrà consentirsi chela verità sulla sua infanzia e sul suo passato venga a galla. Valerio Mastandrea è un intensissimo Massimo da adulto – l’attore ha confessato di non avere voluto leggere il libro per poter liberamente strutturare il suo personaggio, attraverso una scarnificazione, spesso priva di un centro emozionale – che rende bene l’intimo percorso di un essere umano posto di fronte ai nodi della vita, a quelli della sua famiglia e della realtà italiana, che come nelle altre opere filmiche del grande regista, rimane sempre in sfondo. Splendida è la resa del piccolo Massimo da parte di Nicolò Cabras e buona quella del Massimo teenager di Dario Dal Pero; Berenice Bejo è come sempre intensa e magmatica, è luce pura, e apparizione fulminante è quella di Piera Degli Esposti nel ruolo dell’antica amica della madre, cruciale nello sviluppo della storia. Barbara Ronchi è, ancora, la madre di Massimo e Roberto Herlitzka il prete professore, il sacerdote che dà a Massimo lezioni di vita e si identifica con quella fede, di cui i film di Bellocchio sono sempre infarciti; il padre reticente e bugiardo, severo e distante è Guido Caprino; Fausto Russo Alesi è Simone e Fabrizio Gifuni Paolo, assimilabile al ruolo di Raul Gardini.

L’eccessiva lentezza registica, riscontrabile soprattutto nella prima parte, non giova certo al lungometraggio che, per il resto, pur se a tratti statico, è comunque impeccabile, avvalendosi dell’ottima fotografia di Daniele Ciprì, delle belle scenografie di Marco Dentici (si riproduce l’ambientazione nelle varie epoche del ‘900, con una caratterizzazione dei toni grigiastri anni ’70), dei costumi di Daria Calvelli e delle competenze per l’arredamento di Lily Pungitore. Le musiche, che sottolineano pienamente i passaggi fondamentali, sono di Carlo Crivelli. La rievocazione dell’infanzia è altamente poetica, gli anni adulti invece peccano di genericità, e spesso il film risulta mancante di misura (la descrizione della guerra dei Balcani potrebbe ad esempio agevolmente eliminarsi) come un fiume carsico (come per quella immersione nell’Italia anni ’60); inoltre l’ambiente giornalistico è rappresentato in maniera poco credibile. Il romanzo di formazione, di spessore autoriale, è come una seduta di psicanalisi, e tende al lirico, il film è invece una personalissima trasposizione delle os sessioni e dei fantasmi del regista e si smorza ogni tentazione mèlo. Il lungometraggio passa dagli amarcord ai tormenti contemporanei con una certa grazia:pur se le scene appaiono spesso episodiche, senza un respiro unico, frammentarie, di forma rarefatta, riescono comunque ad incantare, mettendo in luce l’ipocrisia borghese e vince la coralità della storia, infarcita di frammenti televisivi e elementi sportivi. Intenso il finale, con Bellocchio che vuole solo lasciare andare padri e madri e con essi dolori, omissioni e false verità. In conclusione, il giudizio sull’opera cinematografica, in programmazione al cinema Lux, è solo buono, posto che non decolla del tutto e quella figura materna e quell’incombere di tragedie familiari, temi cari a Bellocchio, sono trattati con una sensibilità non distribuita con uniformità.

Tosi Siragusa

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