“Now”, l’inverno del nostro scontento

“Now”, l’inverno del nostro scontento

Domenico Colosi

“Now”, l’inverno del nostro scontento

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venerdì 20 Maggio 2016 - 14:44

Liberamente ispirata al Riccardo III di William Shakespeare, la performance di Michele Sinisi elabora una personale epica della rabbia sociale in un blob di delirante violenza

Un non-luogo da manuale, forse la stazione di una metropolitana, patria di solitudini rabbiose covate nel grembo della società capitalista: il deforme, l’emarginato alieno al sistema, l’ospite ingrato della civiltà dei consumi. Tutto vero, nonostante gli spot televisivi, la musica assorbita nelle cuffie, la dittatura della tecnologia. “Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York”: il nuovo Riccardo III non ha legami famigliari né ideologie da vendere, il suo hic et nunc è rappresentato da una semplice istanza di cittadinanza. Testimone assente della storia, urla la sua rabbia contro la natura, o contro Dio. Unico compito dello spettatore quello di individuare la realtà: tra le assi di un palcoscenico o in una porta spalancata verso l’esterno della sala.

Il monologo iniziale del Riccardo III di Shakespeare frammentato, reiterato, domato e dileggiato da Michele Sinisi per un’epica contemporanea degli ultimi: il writer notturno, il clandestino, il senzatetto delle stazioni trovano la propria dimora in una lunga invettiva virulenta, con una violenza sempre pronta a riemergere dalla rapida esecuzione di gesti banali. “In questo fiacco e flautato tempo di pace, non ho altro piacere con cui passare il tempo se non quello di spiare la mia ombra nel sole e commentare la mia deformità”; un braccio offeso, un pallone usato come gobba: Sinisi trascina il piede destro lungo il palco della Laudamo per raggiungere un microfono da cui ricominciare la propria metallica litania. Al centro della scena un tavolo di alluminio dove sfogare l’istinto da grafomane, semplice lavagna che diviene nel corso dello spettacolo bara o lettino da autopsia. L’attore si denuda prima di spalancare una porta di emergenza: ancora una volta “it’s true, not false”.

Performance artistica che utilizza il testo scespiriano come esperanto della sensibilità, “Now” si rivela una febbrile progressione nella tragedia dell’isolamento, l’allunaggio in una terra di morti impermeabile alla speranza. Recitato integralmente in lingua originale, il monologo del re deforme rintraccia la propria Lady Anna in un graffito di Marilyn Monroe, manifesta l’appartenenza nella maglia della nazionale inglese: la società dello spettacolo messa alla berlina in un blob delirante che ricorda la straniante operazione compiuta nel 1971 da Gavin Bryars con Tom Waits nel progetto “Jesus’ Blood Never Failed Me Yet”, una serie di variazioni musicali ad ammantare la voce registrata di uno sconosciuto senzatetto. “L’uno contro l’altro”, fino alla fine dei tempi: l’arte semplice consolazione momentanea, mentre la società nutre gli astuti, falsi e traditori di domani. Poca cosa l’offerta di un regno quando l’uomo resta vassallo della Natura.

Domenico Colosi

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