73 -Rom messinesi- che reclamano una loro identità, difficile da ottenere e con tanti problemi, dall'emergenza abitativa alle possibilità occupazionali
Si è conclusa con la presa visione delle condizioni in cui versa il campo nomadi di Maregrosso e con la promessa di un fattivo impegno dell’assessore alle politiche di integrazione multietnica Dario Caroniti il sopralluogo dello stesso esponente della giunta comunale presso l’insediamento dei Rom messinesi.
(foto Dino Sturiale)
L’assessore ha preso nota innanzitutto dei numeri del campo: 15 nuclei familiari, per 73 persone. La maggior parte di loro provenienti dal Kosovo e con problemi riguardo l’ottenimento del permesso di soggiorno.
Un permesso di soggiorno difficile da conseguire alla luce della maggioranza albanese che adesso vige in Kosovo e che ha dunque difficoltà a riconoscere i loro “concittadini” in terra straniera: da questo dato, nasce l’ovvia impossibilità da parte delle istituzioni italiane nel poter considerare residenti sul proprio territorio che non abbiano un permesso valido per risiedere nel territorio italiano. Una situazione controversa quindi che l’assessore Caroniti ha promesso di portare all’attenzione della Questura e del Prefetto.
Abbiamo parlato poco sopra di “Rom messinesi”. E in effetti tale è la situazione degli abitanti di Maregrosso, che lo stesso Caroniti definisce messinesi a tutti gli effetti, abitanti in riva allo Stretto addirittura dagli anni ’80 e con storie di integrazione che raccontano anche di matrimoni e convivenze tra messinesi e i cosiddetti -nomadi-.
Oltre a “spingere” per il recupero della zona, l’assessore ha preso l’impegno di portare presso l’amministrazione comunale la causa di questi nomadi, definizione forse errata data la permanenza di lunga data in territorio messinese, cercando di provvedere alla loro emergenziale situazione.
Innanzitutto relativa alla condizione igienica in cui versano le loro abitazioni, «una vera e propria emergenza abitativa, paragonabile al problema “baracche”», secondo Caroniti e poi relativa alle possibilità occupazionali che gli stessi nomadi reclamano, almeno sulla carta, e che il territorio non offre loro.
