Nel giorno più importante della tradizione cristiana, abbiamo deciso di fare un viaggio nella realtà di chi vivrà un natale/non natale, non almeno per in senso religioso: la Casa di accoglienza per immigrati Don Orione
La tavola è apparecchiata per otto persone, alle 19 in punto siederanno per cominciare la cena. Volutamente evitiamo di definirla cena della vigilia di Natale, perché la maggior parte di loro proviene dai martoriati paesi del Nord-Africa, Somalia, Eritrea, Maghreb, dove la religione praticata è quella musulmana. Sono gli ospiti della Casa d’accoglienza per immigrati “Don Orione”, che proprio all’interno della struttura diretta da padre Felice e grazie all’aiuto dei 40 volontari che lì operano con turni giornalieri, provano a ripartire da zero scrollandosi di dosso il peso di pregiudizi razziali che in molti casi rendono ancor più complicata la loro affermazione in un paese diverso da quello di origine. Tante storie, una diversa dall’altra, ma legate da un unico filo che rappresenta il tragitto percorso dai barconi e dalle carrette del mare alla conquista della speranza: raggiungere le coste della Sicilia, o magari della Calabria, prima di essere intercettati e rispediti al “via” senza possibilità di appello, anche chi potrebbe far valere il proprio status di rifugiato di guerra, come gli eritrei.
Come Osman, 30 anni, eritreo, di professione elettricista: lui ce l’ha fatta, è giunto in Sicilia, a Siracusa, nel 2008, e da appena due settimane è ospite della Casa Don Orione. Di lui i volontari sono riusciti a sapere ben poco, ma basta osservare il suo volto per capire: lo sguardo, infatti, sembra quello di chi sulle proprie spalle porta già il peso di almeno metà della vita ed invece quella vita, nel senso vero del termine, deve ancora vederla sbocciare.
«Spesso capita che non tutti siano subito disposti ad aprirsi – ci spiega Enrico Pistorino, uno degli storici volontari della struttura e nostro “Cicerone” – ma man mano prendono confidenza e riescono a lasciarsi andare, bisogna avere pazienza».
Sono 1287 gli immigrati che dal 1991 ad oggi hanno soggiornato presso la struttura, nata inizialmente per effettuare un servizio di mensa e divenuta invece nel 1993 vera e propria casa di accoglienza: «Siamo aperti dalle 18 alle 7 del mattino, abbiamo 16 posti letto, di cui 4 riservati per l’accoglienza di famiglie o donne – spiega Enrico – Nella maggior parte dei casi però ospitiamo uomini, di età compresa tra i venti e i quarant’anni. Forniamo loro una prima accoglienza ma molti soggiornano qui per diversi mesi, anche per un anno, perché il nostro aiuto mira anche a trovare loro un lavoro e quindi favorire un inserimento sul territorio. E per fare questo ovviamente ci vuole del tempo. Altri invece vanno via e tornano da noi quando magari devono rinnovare il permesso di soggiorno che, come imposto dalla legge, deve essere nuovamente concesso dalla questura che lo ha inizialmente rilasciato». Una struttura effettivamente accogliente, dove non manca uno spazio ricreativo e dove gli stranieri vengono anche aiutati ad acquisire dimistichezza con la lingua italiana grazie alle lezioni dei volontari.
Un via vai di persone, un continuo incrociarsi di vite raccontate anche dalle immagini, dalle foto, dai regali che gli stessi “ospiti” decidono di donare a quei volontari che per loro hanno rappresentano e rappresentano la famiglia. «Le persone che ospitiamo nella nostra casa – continua Pistorino – rappresentano una fascia particolare di immigrati: si tratta cioè di coloro che a Messina non hanno comunità già strutturate in cui potersi inserire, diversamente magari dai filippini o cingalesi, e che si ritrovano quindi completamente soli, con l’ulteriore difficoltà magari di dover combattere il pregiudizio legato alla propria nazionalità».
Lo abbiamo scritto in apertura, lo ribadiamo anche in conclusione: è un natale/non natale, non almeno nel significato religioso del termine, quello che oggi e domani si festeggerà nella Casa d’accoglienza per immigrati Don Orione, eppure andrebbe ritenuto quello cristianamente più carico di significato: e nell’avanzare tale affermazione ci rifacciamo proprio alle parole pronunciate dall’Arcivescovo La Piana nel messaggio di auguri rivolto alla città e in cui il prelato invita ad una maggiore cultura dell’accoglienza, accoglienza di chi è diverso da noi anche per cultura e tradizione.
Quando stiamo per andare via i primi “ospiti” fanno ritorno a casa dopo aver trascorso un’intensa giornata di lavoro: non mancano gli addobbi e le decorazioni natalizie a rendere ancor più confortevole l’ambiente, ma non sarà la Vigilia di Natale, almeno non per tutti: sarà piuttosto la fine di un’altra giornata “diversamente speciale” vissuta per conquistare la normalità.
Elena De Pasquale
