L'architetto Nino Principato illustra le tradizioni che accompagnano la celebrazione della Natività, tra quelle che resistono e quelle che non ci sono più
Passeggiando per le strade di Messina, quest’anno, ci scopriamo circondati da figure che sono tradizionalmente rappresentative del Santo Natale: gli angeli, che, su iniziativa dell’amministrazione comunale, ci accompagnano verso la notte del 25 dicembre con la loro presenza fisica e simbolica nelle opere d’arte che popolano i vari quartieri. Un riferimento alla tradizione, dunque, all’ombra della quale i messinesi, ancora oggi, scelgono di celebrare la natività del Signore.
«Il culto del bambin Gesù è molto radicato nella nostra città», spiega lo storico e architetto Nino Principato. «Già nel ‘600-‘700, a Messina esisteva l’attività artigianale ed artistica dei bambiniddari, oggi scomparsa completamente». Il terremoto del 1908 rappresenta uno spartiacque sotto tutti i punti di vista, compreso il modo di celebrare il Natale: «Fino a prima del sisma, i bambinelli di cera venivano collocati sotto una campana di vetro o dentro particolari scatole di legno, a vetri, chiamate “scarabattole” o “scaffarate”, che poi venivano messe a loro volta sulla toletta della camera da letto. Di questi bambinelli ne è rimasto uno molto venerato, risalente alla metà del ‘600, nella Chiesa di Gesù e Maria delle Trombe, in via San Giovanni Bosco: tra l’altro, si è reso protagonista di episodi miracolosi a partire dal 1712, lacrimando per 11 anni. Si tratta di un capolavoro di arte ceroplastica dei Juvarra. Uno dei più famosi bambiniddari fu poi Giovanni Rossello, vissuto tra il ‘600 e il ‘700, le cui opere sono conservate al Museo regionale di Messina».
Ma la tradizione più importante è rappresentata dai presepi. «Prima del terremoto, si distinguevano per monumentalità e complessità. Quello del cavaliere Calamarà, ad esempio, si snodava in sette stanze, e spesso venivano chiamati gendarmi per regolare il grande afflusso di gente che andava a visitarlo. Un altro presepe particolare era quello realizzato da Salvatore Bensaia, il quale, addirittura, arrivò a metterci dentro i pali del telegrafo, le locomotive a vapore e una piccola osteria dove i garibaldini giocavano e bevevano! La tradizione continua ancora oggi, specie con i presepi viventi». L’albero di Natale, invece, era visto con grande diffidenza. «In un articolo di inizio Novecento il barone Giuseppe Arena I lo definì una scimmiottaggine di altre culture che qui non avrebbe avuto futuro. Invece, intorno agli anni ’40-’50, l’albero entrò stabilmente nelle abitudini natalizie messinesi».
Suggestive, naturalmente, le processioni che accompagnano la nascita del Signore. «Ancora oggi ne esiste una, risalente al ‘600, che parte dopo la messa della notte di Natale e percorre tutta la zona nord della città. Vi partecipano anche i ciaramiddhari (gli zampognari), e dura sino alle prime luci dell’alba, quando fa ritorno alla Chiesa dell’Immacolata. Un tempo era affidata alla Chiesa della Madonna della Luce, che, fino al terremoto, sorgeva in via monsignor D’Arrigo».
Una tradizione che si è perduta è quella delle “cone”. «Si trattava di “grotte” col Bambin Gesù, dalla struttura di fogliame, che i negozianti stessi abbellivano coi frutti della stagione e i lumini, mentre nelle strade i nuviniddari, di solito composti da un suonatore cieco di violino e da un garzone (“u picciottu”) con il triangolo, facevano la “strina” (la strenna), cioè la novena. Prima del terremoto del 1908 ce n’erano due in particolare: “Cappiddazzu” e “Ammazzapadre”, mentre l’ultimo nuviniddaro è stato Mastro Vito Pagano, il cui figlio continua la tradizione delle novene, perlopiù privatamente. Alla fine di questi concerti estemporanei, come ci informa il barone Arena, il garzone concludeva dicendo: “E sanari a lu picciottu, s’arripezza lu cappottu” (“Date gli spiccioli al garzone, così si rattoppa il cappotto”)».
Importante, naturalmente, anche il momento conviviale. «I messinesi del primo Novecento, sia per la notte di Natale che per quella di San Silvestro, si recavano alla pescheria sull’ansa portuale, comprando murene, capitoni e l’”anghiddi du pantanu” (le anguille dei laghi di Ganzirri). In molte case, poi, si leggeva collettivamente il “Viaggiu dulurusu di Maria Santissima in Betlemmi”, opera popolare di un certo Annuleru. Quindi, si passava il tempo a giocare a sette e mezzo, al mercante in fiera, alla tombola. Finalmente, arrivava il momento del cenone. Piatti di “pasta a timballu” o “pasta a picchiu pacchiu”; poi le “anghiddi” in umido o arrostite; il baccalà. A fare da cornice, i “puciddhati”, forme di pane circolare col buco. Il momento del dolce era quello più atteso: si preparavano “risu niuru”, “cutugnata”, “mustarda”, “sangunazzu”. Quindi, dopo lo sgranocchio degli “scacci”, noci, nocciole e castagne, arrivava la mezzanotte col nuovo anno».
Le cose sono un po’ cambiate. Oggi, come sottolinea lo stesso arch. Principato, «si preferisce comprare un po’ di focaccia o una pizza». Ma il momento conviviale, come quello dei doni e del presepe, resta immutato nella sua forza. Buon cenone, quindi, e buon Natale a tutti. Che i messinesi possano continuare a vivere queste festività nel rispetto delle tradizioni, per non perdere quel grande dono rappresentato dal tesoro del loro passato.
Enrico Anastasi
