La riflessione - Per quanto tempo ancora…

La riflessione – Per quanto tempo ancora…

La riflessione – Per quanto tempo ancora…

mercoledì 02 Febbraio 2011 - 09:25

Di seguito l’amaro sfogo di chi è nato e cresciuto a Messina e giorno dopo giorno assiste alla lenta agonia di una città che si avvicina alla soglia del baratro

Ho provato a ragionare su alcune delle cause del decadimento sociale, economico e culturale che ha colpito la nostra città, soprattutto nell’ultimo ventennio.

Mentre nel mondo anche i paesi meno evoluti facevano di tutto per modernizzarsi, realizzando infrastrutture capaci di soddisfare le esigenze del territorio e dei suoi abitanti, noi non riuscivamo nemmeno a completare un paio di svincoli autostradali, necessari per snellire il traffico veicolare.

Mentre gli altri pianificavano il futuro, ridisegnando città, zone costiere e montane, puntando sullo sviluppo e sull’incremento turistico, noi non siamo stati capaci nemmeno di comprendere e assimilare come siano determinanti le vie di comunicazione per restare collegati al resto del mondo.

Oggi è più semplice e conveniente raggiungere località fino a qualche anno fa sconosciute che arrivare a Messina. L’autostrada Reggio-Salerno è un incubo per tutti gli automobilisti. La ferrovia funzionava meglio ai tempi del carbone. La progettazione di un aeroporto è ancora una chimera. Del ponte forse non abbiamo nemmeno ben compreso l’utilità, perché, non solo i nostri politici ma un po’ tutti noi, siamo abituati a ragionare in maniera utilitaristica. Poi c’è il nostro porto, che per secoli era stato il motore economico della città, e che oggi potrebbe essere ancora un importante volano di sviluppo. Basterebbe intanto valorizzare meglio il flusso croceristico. Un enorme business in mano a pochi potenti i quali, per ovvi motivi speculativi, continuano a dirottare circa il 50% degli sbarchi in città nella vicina provincia.

L’esigenza di sviluppare e potenziare le vie di comunicazione continua così a subire un lungo stop. Il persistere di una mentalità effimera e retrograda non ha fatto altro che strangolare sempre più la nostra economia, mettendo in ginocchio quei pochi sistemi produttivi che potevano servire a garantire una progressiva stabilità. Più passano gli anni quindi più diviene problematico mettersi al passo con gli altri paesi. Più continuiamo a ostacolare lo sviluppo, più segniamo irrimediabilmente il nostro destino.

Anche i tragici eventi che hanno colpito negli ultimi anni il territorio e gli abitanti di Messina e della sua provincia, non sembra abbiano scosso abbastanza le coscienze. Di certo non sono serviti per dire basta all’immobilismo. Al contrario quegli eventi, per certi versi, sono stati strumentalizzati e trasformati in perfetti pretesti per giustificare la scarsa capacità di innovare e ammodernare la città e le sue infrastrutture.

La stessa alluvione del primo ottobre 2009 sembra già una pagina di storia strappata alla labile memoria. Le trentuno vittime e sei dispersi di Giampilieri, Altolia e Scaletta Zanclea, malgrado urlino ancora giustizia, giacciono tragicamente nel silenzio di fredde lapidi. Nemmeno l’ennesima frana, dello scorso febbraio, che ha fatto scivolare lentamente il paese di San Fratello, con la conseguente evacuazione di migliaia di abitanti e le altre numerose frane nei centri sui Monti Nebrodi che hanno avuto minore eco, ma che continuano ancora oggi a tenere in apprensione e ad allarmare la popolazione, sono stati un monito sufficiente per riflettere sulla precarietà e sulle insidie di un territorio fortemente provato anche dalle calamità naturali. Una provincia e una città, quella di Messina, con 257 corsi d’acqua e 109 comuni, di cui molti, se non tutti, ad altissimo rischio sismico e fortemente esposti a dissesto idrogeologico. Se l’uomo va considerato nella sua concretezza, l’ambiente vitale in cui egli respira, per processi di circolarità, restituisce a lui quello che egli ha operato. Se l’uomo è violento, il mare, la terra, l’aria, gli elementi naturali, gli restituiranno violenza. È inevitabile. Se l’uomo opprime la natura violentandola, essa reagirà.

Questa logica però, per quanto legittima e incontrovertibile, non dovrebbe essere usata per soffocare sul nascere qualsivoglia iniziativa, alimentando fra i cittadini l’inganno del pregiudizio. Dico questo ricordando a me stesso come sia più facile distruggere una idea che costruire una opportunità. Bisogna anche dire che le diverse correnti di pensiero, soprattutto in materia di opere pubbliche (e non mi riferisco solo alla epopea del ponte), più che fare chiarezza e riconciliarsi continuano duramente a osteggiarsi, evitando incautamente opportune convergenze. Questo modo convulso e deleterio di fare politica, oltre a tenere l’operosità sotto scacco, impedisce anche di incentivare l’utilizzo di moderne tecnologie che, agevolando le procedure di risanamento, garantirebbero non solo la messa in sicurezza di ampie aree urbane ed extraurbane, oggi ancora indegnamente abbandonate al degrado, ma offrirebbero anche l’opportunità di ridisegnare una città finalmente a misura d’uomo.

Malgrado l’inquietante realtà, all’orizzonte non si scorge ancora nessun percorso condiviso, desideroso intanto di tutelare il patrimonio naturale e paesaggistico e di sostenere al tempo stesso lo sviluppo necessario per tentare di strappare, in una fase storica così delicata, questa meravigliosa città da un destino nefasto.

Piuttosto si ha la sensazione che una sempre più crescente e marcata conflittualità stia colpendo gli umori, già scostanti, di molti cittadini. Le vicende penose che si susseguono quotidianamente, mostrano il volto di una città frustrata e piegata da logiche inique. La divisione regna sovrana. Quel tutti contro tutti sembra prevalere sull’ottimismo, sulla volontà e sul bisogno di dover o di poter fare qualcosa… tutti insieme.

Più siamo pervasi e incattiviti dai problemi più rischiamo di isolarci e di restare soli. Più si consolida, radicandosi in noi, il sentimento della rassegnazione, più i disonesti avranno campo libero, prosperando tacitamente con i loro loschi affari.

Il tempo è stretto e non possiamo più pigramente credere che cambiare significhi peggiorare ulteriormente la nostra situazione. Lasciare che attecchisca in noi il concetto di immutabilità può servire solo a ostacolare il cambiamento e a non pensare al nuovo con positività e ottimismo. Dopo tutto noi essere umani siamo esseri mutevoli. Siamo essere mutevoli, perché i sogni e gli obiettivi che avevamo in passato non sono gli stessi che abbiamo oggi, e lasciare che le cose permangano come sempre sono state, convincendosi di non poter essere noi i protagonisti del cambiamento, può essere una delle maggiori cause della nostra rovina.

Albert Einstein, che non era certo un uomo qualunque come me, scriveva: “E’ una stupidaggine fare sempre le cose come sempre si sono fatte sperando di ottenere risultati diversi”.

Per quanto tempo ancora… allora dovremo privarci e spogliarci dei nostri diritti e doveri di cittadini, affidando, per inerzia, a pochi interessati volenterosi il nostro destino e quello dei nostri figli?

Per quanto tempo ancora… potremo rifugiarci nelle nostre case, augurandoci che quello che accade fuori l’uscio della nostra porta non ci colpisca mai?

Per quanto tempo ancora… resisteremo barricati dietro l’anonimato senza voler dare continuità e forza ai nostri sogni attraverso azioni concrete?

Per quanto tempo ancora… saremo disposti a sperare che gli altri si facciano carico dei nostri problemi per superare gli ostacoli che si presentano sul nostro cammino?

Per quanto tempo ancora… la litigiosità dovrà prevalere sul buon senso e sul bisogno viscerale di sentirsi parte di un mondo in continua evoluzione e che ha urgente bisogno di noi?

Per quanto tempo ancora… resisteremo ad un clima così sfavorevole al benessere sociale e alla esigenza di prosperare attraverso l’incontro di differenti culture e il confronto delle idee?

Per quanto tempo ancora… continueremo a piangerci addosso, restando inerti e passivi di fronte alla prevaricazione, all’intolleranza e alla follia collettiva?

Per quanto tempo ancora… riusciremo a soffocare la nostra intelligenza, il nostro talento, la nostra stessa coscienza, ingannando soprattutto noi stessi?

Per quanto tempo ancora… potremo zittire quella voce, che urla dentro di noi, e che continua a ripeterci che siamo esseri viventi e come tali meritevoli di considerazione e rispetto?

Per quanto tempo ancora… fingeremo di non avere la consapevolezza necessaria per scuoterci, restituendo dignità alla nostra vita di cittadini?

Per quanto tempo ancora… decidete voi, vorremo attendere prima di cominciare a reagire con positività e ottimismo alle avversità, sapendo di non essere i soli?

Giacomo Chillé

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