La Leal di Messina lancia una raccolta firme contro la vivisezione - Tempostretto

La Leal di Messina lancia una raccolta firme contro la vivisezione

La Leal di Messina lancia una raccolta firme contro la vivisezione

sabato 15 Settembre 2012 - 15:00

Inizia anche a Messina la campagna della Leal per abrogare la direttiva dell’Unione Europea sull’utilizzo degli animali per la ricerca. E’ un’iniziativa che coinvolge ventisette paesi membri e ha l'obiettivo di raggiungere un milione di firme. Nel banchetto di Piazza Cairoli - dove si potrà firmare oggi e domani e nei prossimi fine settimana - gli animalisti dichiarano: “Non siamo contro la scienza”.

Un milione di firme per dire no alla vivisezione. È la campagna dell’associazione Leal, lanciata a livello europeo, partita anche a Messina, con il banchetto allestito dalla sezione locale del movimento animalista a Piazza Cairoli. Dalle 10 alle 13, dalle 17 alle 20 di oggi e domani, e nei fine settimana successivi, si potrà firmare per abrogare la direttiva di Strasburgo, siglata l’8 settembre del 2010, che nei fatti non solo giustifica le varie pratiche di vivisezione, ma le legittima anche nei casi in cui non sono necessarie. La direttiva shock siglata dal Parlamento Europeo non obbliga, infatti, ad utilizzare i metodi di ricerca alternativi ai test sugli animali, pur se voci “eminenti” della medicina mondiale li ritengano di gran lunga più affidabili rispetto alle vivisezioni. Una delle parti del disegno di legge ad aver suscitato più clamore e sdegno nella società civile, non solo per i “fedeli” degli amici a quattro zampe (i ruoli si invertono), è l’articolo 11 della direttiva che consente la sperimentazione su cani e gatti randagi. Strasburgo però non si ferma a questo: sarà possibile sperimentare sui primati anche senza motivazioni vincolanti riguardanti la salvaguardia della vita umana; riutilizzare più volte lo stesso animale anche nelle procedure più invasive e dolorose; vivisezionare animali a scopi puramente didattici; creare animali geneticamente modificati mediante procedure chirurgiche, tenerli in isolamento per lunghi periodi, praticare toracotomie – apertura del torace – senza analgesici. Tutto questo in completa libertà senza neppure l’obbligo dell’anestesia. Quello che qualcuno chiama ricerca e progresso, per chi ama gli animali rappresenta solo una lunga lista di orrori. Ecco perché i paladini di cani, gatti, scimmie (e chi più ne ha è più ne metta) hanno chiamato a raccolt il maggior numero possibile di persone: l’obiettivo è dire ad una legge che viene ritenuta barbara e inutile. Gli attivisti non si stancano di ricordare che i metodi alternativi esistono e il più delle volte portano anche a risultati migliori. “Non siamo contro la scienza – afferma con forza Agata Pandolfino, responsabile della sezione messinese della Leal –, ma la vivisezione è un metodo obsoleto, ne esistono di migliori”. Quello del sacrificio necessario per salvare vite umane, insomma, è spesso un espediente retorico utilizzato per coprire altri interessi. Come si legge nel comunicato che lancia ufficialmente la campagna “stop vivisection”: “Proviamo vergogna e profondo dolorre nel constatare quanto peso abbiano gli interessi dell’establishment economico e scientifico che trae profitto dalla vivisezione e quanto poco contino le idee di umanità e giustizia nei confronti delle altre specie viventi”. Negli opuscoli informativi distribuiti dalla Leal, si può notare come solo una piccola parte delle ricerche sugli animali riguardino l’ambito prettamente medico; lla vivisezione, e le innumerevoli pratiche annesse, è infatti ampiamente utilizzata nel campo dei cosmetici, dei prodotti per il corpo in generale, della genetica e degli esperimenti psicologici di vecchio stampo cognitivista. Il tutto per un numero pari a 900.000 animali vivisezionati ogni anno in Italia, 12-14 milioni in tutta la Comunità Europea. Scrive la Leal: “Gli esperimenti sono compiuti con le più svariate modalità: gli animali sono avvelenati, ustionati, accecati, shockati, affamati, mutilati, congelati, decerebrati, schiacciati”. In più della metà di questi esperimenti gli animali non vengono anestetizzati, al più privati delle corde vocali per impedirgli di recare troppo disturbo con i loro lamenti. La rabbia degli animalisti sta nella constatazione che tutto questo non è necessario. Sicuramente non nella stragrande maggioranza dei casi. Se un mascara testato in modo diverso da quello messo sulle ciglia di una sciammia, non provoca danni, ci si domanda perché si debba continuare a spillare le palpebre dei primati per simili esperimenti. Solo per fare qualche esempio. Il web è ricco di informazioni, foto e video di denuncia, per la maggior parte durissime e difficilissime da sopportare. Il tema della vivisezione, nel nostro paese, è stato ritornato all’attenzione della cronaca a seguito della vicenda riguardante l’allevamento di Geen Hill e il blizt di liberazione dei cuccioli di beagle in attesa di un crudele destino. La Guardia di Finanza ha chiuso l’allevamento e dato in affidamento gli animali “imprigionati”, ma la battaglia contro una pratica che molto spesso rappresenta solo crudeltà gratuita, eseguita più per motivi di tipo economico – vivisezionare costa meno che affidarsi a metodi alternativi-, è ancora lontana dall’essersi conclusa. Per abrogare un disegno di legge che legittima tutto questo, gli animalisti della Leal hanno dato il via a questa iniziativa popolare in ventisette stati membri: entro il 21 giugno del 2013 è necessario raggiungere l’ambizioso traguardo di un milione di firme.

Per ulteriori informazioni, per tenersi aggiornati sull’andamento della raccolta firme o sottoscriverla online si può visitare il sito dell’iniziativa www. stopvivisection.eu.

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