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1998-2018: la parabola che ha portato al fallimento di Messinambiente

Francesca Stornante

1998-2018: la parabola che ha portato al fallimento di Messinambiente

sabato 17 Novembre 2018 - 07:03
1998-2018: la parabola che ha portato al fallimento di Messinambiente

Messinambiente è stata in vita vent'anni e da ieri è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Messina. Ha gestito i rifiuti per il Comune di Messina, è stata al centro di inchieste e bufere, ha attraversato emergenze rifiuti, ma soprattutto accumulato debiti per quasi 100 milioni

Vent’anni di scelte politiche, contenziosi, debiti accumulati, servizi e assunzioni, cambi societari, lotte intestine con società “sorelle”. Vent’anni che iniziano il 18 ottobre 1998, quando nacque Messinambiente spa. All’epoca società mista, trasformata in società pubblica nel 2006, quando il socio privato cedette il 49% delle sue quote a Palazzo Zanca. Una storia lunga e travagliata, fatta di rapporti conflittuali con lo stesso Comune di Messina che proprio dal 2006 ha iniziato a detenere il 99,01% delle azioni, lasciando ai comuni di Taormina e Tremestieri Etneo rispettivamente lo 0,25% e lo 0,75% di quote. Messinambiente che per troppo tempo è stata usata dalla politica come un carrozzone, Messinambiente al centro di pesanti inchieste giudiziarie.

Il 3 febbraio del 2012 il socio di maggioranza, cioè il Comune di Messina, rappresentato dall’allora sindaco Giuseppe Buzzanca ed il maggior rappresentante di Messinambiente Spa, Armando di Maria, a quel tempo amministratore unico, deliberarono in Assemblea dei soci la liquidazione dell’azienda. Fu Buzzanca a ritenere «indispensabile provvedere alla messa liquidazione della società» sia «sulla scorta della grave situazione patrimoniale», sia per le «rilevanti perdite d’esercizio» e in ultimo, ma non meno importante aspetto, per il «possibile esito negativo del giudizio in corso tra Messinambiente ed Ato Me3». L’ex sindaco propose, quindi, «di sciogliere e mettere in liquidazione» la società di via Dogali, che, nelle more, avrebbe comunque continuato «l’attività, nei limiti delle condizioni previste dalla legge e ciò in considerazione del fatto che la stessa fornisce… un servizio pubblico essenziale» recitano i verbali di quell’assemblea.

Messinambiente è rimasta in liquidazione ma ha continuato a gestire i servizi rifiuti, nel frattempo il debito è cresciuto, i contenziosi sono rimasti aperti.

Poi nell’ottobre 2015 iniziò il vero incubo quando la Serit fece recapitare sui tavoli degli uffici di via Dogali una cartella esattoriale da quasi 30 milioni di euro. Un maxi debito fatto di cartelle non pagate negli anni, tasse e imposte non versate allo Stato e relativi interessi e sanzioni. La prima cosa che decise di fare all’epoca il vicesindaco e assessore alle partecipate Guido Signorino fu di chiedere un incontro all’Agenzia delle Entrate, “mandante” della cartella esattoriale. La strada che immediatamente si decise di percorrere fu quella della richiesta di sospensiva per scongiurare conseguenze drastiche e provare un percorso che potesse essere il più indolore possibile per Palazzo Zanca, per Messinambiente e per la città. Il giudice respinse la richiesta. E la società ci riprovò presentando il cosiddetto reclamo. Quello però segnò l’inizio di una strada difficilissima.

Il 27 gennaio 2017 la mazzata: l’avvio della procedura fallimentare da parte del Tribunale fallimentare. Calabrò e i legali si presentarono in Tribunale con la richiesta di concordato preventivo, la proposta fu accolta e così si è aperto l’anno del concordato e della costituzione di MessinaServizi, inizialmente nei progetti dell’amministrazione come chiave di volta per un cambio di passo nel settore rifiuti, poi diventata strumento per sostenere la stessa Messinambiente.

Da marzo 2018, dopo le turbolenze per arrivare al transito dei lavoratori, Messinambiente ha lavorato in tandem con MessinaServizi, poi a fine settembre quel cordone ombelicale è stato reciso.

Arriviamo ai giorni nostri e alla sentenza di fallimento che ieri ha messo la parola fine, ma che in realtà apre nuovi scenari per la gestione dei rifiuti in città. Un fallimento che porterà anche ad individuare cosa è accaduto in questi anni e come la società è arrivata ad accumulare debiti che oggi si attestano sui 100 milioni di euro.

I commissari giudiziali avevanoparlato di «profilo patologico». Come si è arrivati a questo squilibrio?A causa dei mancati versamenti di imposte e contributi per impiegare quelle somme per gestire l’azienda, visto che mancava un autofinanziamento generato dalla gestione, e a causa della atavica mancanza di adeguati riconoscimenti di ricavi a copertura dei costi di gestione da parte del Comune di Messina e di AtoMessina 3.

Poi un’altra causa risiede nella sottocapitalizzazione strutturale e cronicizzata di Messinambiente. Ha avuto una fetta di responsabilità il fatto che Messinambiente abbia sempre avuto una struttura dei costi estremamente rigida, in particolare con l’elevata incidenza del costo del personale superiore al 70% dei ricavi: si tratta della causa primaria originaria della crisi di Messinambiente.

Tutto questo ha portato ad uno squilibrio economico divenuto non risolvibile a causa degli effetti dell’indebitamento erariale e previdenziale, dovuto alle sanzioni ed agli interessi determinati da quel debito, con l’insorgere di un circolo vizioso che, provocando perdite nette d’esercizio e conseguente mancanza di autofinanziamento, ha ulteriormente aggravato il deficit patrimoniale della società.

La sentenza di ieri ha presentato il conto per questi vent’anni.

Francesca Stornante

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