La battaglia della piccola Fatima e la missione africana dei medici taorminesi - Tempo Stretto

La battaglia della piccola Fatima e la missione africana dei medici taorminesi

Carmelo Caspanello

La battaglia della piccola Fatima e la missione africana dei medici taorminesi

venerdì 05 Ottobre 2018 - 09:22
La battaglia della piccola Fatima e la missione africana dei medici taorminesi

Il racconto del videomaker messinese Matteo Arrigo volato in Tanzania con i cardiochirurghi del Centro cardiologico pediatrico del Mediterraneo: "Il filo sottile fra la vita e la morte. È la fortunata differenza per un bambino di trovarsi lì durante una missione umanitaria ed essere venuto al mondo in questo continente un mese prima o dopo..."

L’equipe di medici specialisti del Centro cardiologico pediatrico del Mediterraneo di Taormina ha fatto rientro dalla Tanzania dove grazie all’associazione Mending kids international ed in sinergia con l’Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma ha partecipato ad una missione per training dei medici tanzani, al Muhimbili Hospital di Dar Es Salam, la capitale dello stato africano. Ma non vogliamo parlarvi della loro preziosa opera, dei loro interventi. La storia che vi vogliamo raccontare è quella di un “non medico” che ha partecipato con loro alla missione: il videomaker messinese Matteo Arrigo. Il suo è un reportage vero. Un racconto che è lo specchio di una realtà fatta di dolore e speranza.

Come ha vissuto questa esperienza da non medico?

“Ho vissuto una

Matteo Arrigo in Tanzania

settimana tra le corsie di un reparto difficile – esordisce Arrigo – e per me che medico non sono è stata dura accettare quello che per uno specialista può essere la normalità. È stata un’esperienza forte ma formativa, e la racconto sperando che a qualcuno arrivi il messaggio che la nostra quotidianità è fatta troppo spesso di cose superficiali a cui diamo troppa importanza”.

In lei c’è tanta voglia di testimoniare quanto vissuto. Adesso lo fa con le parole, ma quanto prima presenterà un video che narrerà quella realtà di dolore e speranza attraverso le immagini…

“Proprio così. Voglio raccontare cosa vuol dire andare in missione documentando senza essere invadente quello che ho vissuto”.

IL RACCONTO DI MATTEO ARRIGO

Indosso la divisa, i calzari sterili. Attraverso lo spogliatoio ed entro in corsia, c’è ancora la calma delle 8 del mattino. <<Jumbo>>, saluto gli infermieri, che ti accolgono sempre con il sorriso. Metto la cuffietta, la mascherina, imbraccio la fotocamera ed entro in terapia intensiva cardiologica.

I medici stanno facendo già il giro mattutino. Godwin, il primario della cardiochirurgia, è seguito dal dottor Sasha del Centro cardiologico di Taormina.

La piccola Fatima è ancora intubata dopo l’intervento del giorno prima, i valori cominciano ad oscillare, non sono buoni. I medici si interrogano su come agire. La situazione peggiora. Poi quel suono, la luce, il cuore in arresto.

Un secondo di silenzio, comincia la… battaglia.

In un attimo è il caos. Defibrillatore, siringhe. Vedo gli infermieri del reparto correre in tutte le direzioni. Chi porta un tubo, un’altra arriva con una garza. Confusione. Cerco di rendermi utile tenendo la porta aperta con un piede e favorire l’ingresso. Il suono continuo. Un’infermiera si ferma, alza le mani al cielo e nel mezzo del corridoio comincia a pregare.

Manca qualche medicina, non capisco cosa, vedo attraverso i vetri i medici indaffarati sul corpicino, troppo piccolo per poter accettare quanto succede. È una lotta alla sopravvivenza che tutti i giorni viene combattuta con i mezzi che si hanno a disposizione. Piano piano torna la calma, il cuore riparte.

Per la piccola Fatima non è ancora arrivata l’ora di lasciare questa terra. Per oggi proseguirà anche lei la sua battaglia.

Perché questa è l’Africa.

Dalla finestra vedo il caos nelle strade dell’ospedale. Centinaia di persone percorrono quei viali, un fiume colorato. Fuori dal cancello d’entrata il traffico e la quantità di persone sono tipiche di una grande città africana. Dar es Salaam vive tra le bancarelle di strada, le apecar, l’oceano Indiano. A pochi minuti di strada dall’ospedale, partono i traghetti che portano i turisti dentro il sogno esotico e danaroso di Zanzibar.

Il Muhimbili National Hospital è una bolla di speranza dentro il caos africano, l’unico ospedale della Tanzania. Qui ci vengono in migliaia.

Al piano terra della cardiologia pediatrica, la dottoressa Nais visita le centinaia di bambini che sono venuti per farsi curare durante questa settimana di missione italiana. Alcuni hanno fatto chilometri a piedi, vengono dalla Savana, un viaggio durato parecchi giorni, appartengono a molte delle varie tribù della Tanzania, lo si capisce dai differenti lineamenti.

I medici italiani sono sempre i più attesi, si sono fatti apprezzare negli anni, e sono sempre sorridenti come loro.

Il dottor Andrea, alla macchina dell’ecocardio, analizza tutti i bambini. Alcuni non hanno compiuto nemmeno un mese di vita, altri sono un po’ più grandi, i più irrequieti: è strano per loro trovarsi davanti a un dottore, davanti a una sonda.

Una delle prime ad arrivare è Sophia, 4 anni, soffre di una grave cardiopatica congenita complessa, andrà in sala operatoria quel giorno stesso.

La cardiologa Nais comunica alle mamme le diagnosi, a volte le sputa proprio in faccia, con durezza.

Per alcuni bambini non c’è cura, non c’è intervento che possa salvarli. Le parole sono chiare, dirette, dure, ma le mamme le incassano con una forza e una dignità fuori dal normale, qualcuna vacilla, ma è un attimo. Se così deve essere che lo sia. Baba Yetu, il nostro Padre, ha deciso così. La fatalità. La non conoscenza delle strade della medicina, della risoluzione del problema, porta gli africani ad affidarsi ancora di più a quello che è il destino, la decisione di un dio, qualunque esso sia.

Su centinaia di bambini visitati, solo alcuni potranno essere operati. La scelta è cinica ma è necessaria.

Per i dottori italiani bisogna decidere a chi dare la speranza ed escludere chi purtroppo non potrà farcela lo stesso.

È il filo sottile fra la vita e la morte. È la fortunata differenza per un bambino di trovarsi lì durante una missione umanitaria ed essere venuto al mondo in questo continente un mese prima o dopo.

È la lista della speranza che loro malgrado i medici sono costretti a fare. Interventi che in Italia vengono effettuati quotidianamente, qui diventano una ruota di variabili infinite.

Perché questa è l’Africa.

Gli infermieri sono in attesa. La mamma recita l’ultima preghiera con la mano sulla nuca di Sophia, le labbra si muovono piano, l’ultimo sguardo, la piccola viene consegnata alle braccia amorevoli degli infermieri e ci troviamo sotto le luci della sala operatoria. Vaschette, forbici, i volti con le cuffie e le mascherine. È spaventata, trema. Forse è la prima volta che si trova senza la mamma. Arianna prova a tranquillizzarla stringendola tra le sue braccia, le disegna un piccolo cuore sulla garza vicino all’ago cannula.

I suoni della sala operatoria. Gli odori. Le ore di intervento. Le mamme in ansiosa attesa oltre le porte scorrevoli. La sera che scende. La terapia intensiva. Mentre Sophia nel post operatorio è addormentata a letto, le metto accanto una piccola paperella di pelouche che amici italiani mi hanno dato da portare insieme ad altri giochi.

Quando si sveglia, in mezzo ai tubi, ai fili, ai cerotti, la trova li, e la abbraccia. È spaventata, irrequieta, durante la giornata prova a togliersi la cannula dalla mano. Provo a dirle qualcosa, non riesce a ridere. Le ora in terapia intensiva sono dilatate, pesanti.

Durante la missione passiamo con i medici anche 16 ore al giorno in reparto. Giorni in cui non li ho mai visti cedere alla stanchezza, mai hanno mollato nessuna situazione.

Gli interventi si susseguono. Ally, un mese, “tetralogia di Fallot”; Samweli, 4 mesim “atresia polmonare”; Julye, 4 anni, “truncus arteriosus”.

Il dottor Godwin è l’unico cardiochirurgo di tutta la Tanzania, per fare un confronto nell’omologa struttura taorminese ne operano 4. Essere affiancato dai medici italiani è per lui un’opportunità di crescita.

Il senso dei volontari in missione, più che

operare materialmente, è proprio questo: formare il personale del posto in modo che una volta finita la missione possano essere in grado di portare avanti il reparto, gestendolo al meglio e riducendo gli errori, cosa che purtroppo la non formazione adeguata del personale tanzano porta a commettere.

È questo che mi racconta Mirko, alla sua terza missione in Tanzania, la decima fra Congo, Mozambico, Afghanistan. Qualche anno fa in Africa ha contratto la malaria, e oggi che a Roma ha tre figli, continua a tornarci con la stessa voglia di sempre.

I volontari non sono dei “nuovi Madre Teresa di Calcutta”, non vogliono sentirsi cosi. Sono solo dei professionisti, padri e madri di famiglia, figli, che mettono a disposizione la loro preparazione all’estero, in aree geografiche difficili, con lo stesso amore e la stessa dedizione che mettono in Italia.

Qui la preparazione e la presenza di spirito, al momento giusto, fanno la differenza fra vivere o morire. Danno il senso all’ aver lottato o aver abbandonato.

Perché questa è l’Africa

Indosso la divisa, i calzari sterili. Attraverso lo spogliatoio ed entro in corsia, c’è ancora la calma delle 8 del mattino. <<Jumbo>>, saluto gli infermieri che ti accolgono sempre con il sorriso. Metto la cuffietta, la mascherina, imbraccio la fotocamera ed entro in terapia intensiva cardiologica.

Un letto è vuoto. Fatima questa notte ha perso la battaglia. Stanno rifacendo il letto. Vedo oltre la finestra il caos nelle strade dell’ospedale.

È tutto ovattato. I medici si sono parlati su quello che è successo in nottata. Il letto adesso ha le lenzuola pulite ed è di nuovo pronto. Riparte il giro delle visite. Ricomincia la battaglia. La terapia intensiva è così.

In una missione di questo genere è messa sempre in preventivo la percentuale di insuccesso, la possibilità che qualcuno non ce la faccia.

Perché questa è l’Africa.

In ospedale le madri entrano solo con i vestiti che hanno addosso, i figli indossano a volte magliette strappate, calzature sfatte.

In questa terra dove niente è indispensabile, dove un ombrellone rotto diventa un telo su cui sedersi, dove quello che si possiede veramente lo si porta dentro.

Non so se la piccola Sophia abbia mai capito che quella “paperella” gliel’ho lasciata io.

So che l’ultimo giorno, quando sono andato a salutarla alla degenza, quel pelouche era li sul letto. Ho alzato la mano per salutarla dalla soglia della porta, mi è corsa incontro e si è attaccata alle mie gambe, ci siamo abbracciati. Mi stringeva così forte che avevo paura di farle male per quella grossa cicatrice ancora fresca che le correva per tutta la lunghezza del petto.

Raggiungere la terra degli ultimi mi ha permesso di godermi lo spettacolo della vita in prima fila.

Perché anche questa è l’Africa. (Matteo Arrigo)

L’equipe italiana era composta dal

cardiochirurgo Sasha Agati (primario del reparto di Cardiochirurgia pediatrica dell’Ospedale S. Vincenzo di Taormina) , dal cardiologo Andrea De Zorzi (primario del Ccpm di Taormina), dall’anestesista Zanai, dall’ infermiere Noto (tutti dell’ospedale di Taormina) e dagli infermieri del Bambin Gesù di Roma Novelli, Minghetti, De Santis e De Chirico.

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