“Il bugiardo”, di questa vita menzognera

“Il bugiardo”, di questa vita menzognera

Domenico Colosi

“Il bugiardo”, di questa vita menzognera

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sabato 30 Aprile 2016 - 09:59

Il volto e le maschere: un incontenibile Angelo Campolo nella riproposizione del classico goldoniano firmata dal regista messinese Giorgio Bongiovanni

Per non esser bugiardi, conviene parlar poco”. Chiacchiera e trasborda il giovane Lelio, imprigionato da una fantasia perniciosa: le sue splendide invenzioni travolgono l’ordine della realtà, sentimenti, affetti, parentela e amicizie. Tornato a Venezia dopo un lungo soggiorno napoletano, il bugiardo si rivela vittima del proprio ego, con l’amore per la dolce Rosaura da innaffiare con la vitalità di ingegnose trovate, furti d’identità, plagi e verità in continua elaborazione. Si succedono le scene, il fido Arlecchino troverà come saziarsi, il rivale Ottavio e il timido Florindo vedranno infine riconosciuti i propri meriti, il dottor Balanzone darà in sposa entrambe le figlie. Lelio fugge con una donna romana: acquietati gli animi, non giunge nessun pentimento. Il vizio si perpetuerà altrove.

Produzione del Teatro di Messina, “Il bugiardo” di Carlo Goldoni si palesa come veicolo di talenti e ambizioni dello città dello Stretto: il regista Giorgio Bongiovanni amministra con ordine l’incandescente materia della commedia dell’arte, l’incontenibile Angelo Campolo (nei panni di Lelio) diverte e sorprende con l’usuale tendenza ad occupare integralmente il palcoscenico con brio e naturalezza, lo spettacolo si mostra tradizionale nella forma e compatto nello stile. Una Venezia stilizzata a far da sfondo alla vicenda, con le maschere ad avvicendarsi in un plurilinguismo privo di asperità: il dottor Balanzone e Brighella (entrambi interpretati da Tommaso Minniti), Colombina (Carmen Panarello), Arlecchino (Enrico Bonavera) e Pantalone (Leonardo de Colle) sostengono la narrazione con i caratteri tipici della grande tradizione italiana, la commistione produce gli effetti sperati per un divertimento volto alla riflessione taciuta, riscontrabile solo tra gli ingranaggi di un meccanismo ad orologeria che non concede pause al vorticoso montare di lazzi ed intrighi. In questo senso si rivelano convincenti le prove di Maria Laila Fernandez e Roberta Catanese, nei panni rispettivamente di Rosaura e Beatrice, le due figlie del dottore costrette ad ondeggiare tra i flutti delle bizzarrie inventate dal bugiardo Lelio per conservare, se non l’onore, un sovrano rispetto per la propria dignità. Scarna la scenografia realizzata da Carla Ricotti, compito degli attori idealizzare e completare la visione d’insieme tra la locanda e la casa del dottor Balanzone: i messinesi Luca Fiorino (Ottavio), Gabriele Furnari Falanga (Florindo), Simone Corso (portalettere) e Adriana Mangano (garzona e sposa romana) sono impeccabili in questa direzione nel contribuire al rumore di fondo necessario alla riuscita del lavoro.

Un gioco di similitudini accompagna lo spettatore per l’intera durata del classico: quanta megalomania nel racconto quotidiano con l’inarrestabile elenco di imprese e programmi per un futuro migliore tesi ad occultare la complessità del reale. Lelio, il bugiardo ingenuo, imbastisce mille intrighi solo per amor delle donne e compiacimento di sé: il potere, almeno, resta lontano dalle sue mire.

Domenico Colosi

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