Al Salone del Libro di Torino, Abdelfattah Kilito presenta il suo libro “Tu non parlerai la mia lingua” (lunedì 17 maggio 2010 - h 15, presso l’Arena Piemonte)
Abdelfattah Kilito, uno dei più importanti filologi di lingua araba in Tu non parlerai la mia lingua (Mesogea; pp.168; €16) affronta in una serie di testi a metà fra il saggio e il racconto il tema dell’esperienza concreta della lingua e della trasformazione subita dai concetti di traduzione e mediazione culturale nel mondo arabo: «Alcuni credono che Le lingue siano gelose l’una delle altre e si detestino, come le diverse donne di uno stesso uomo» e non va certo meglio al traduttore che finisce per «essere servo di due padroni, dovendo gestire sia la lingua estranea sia la lingua familiare, rischiando di vivere nel limbo della “traduzione permanente”». Eppure Kilito è conscio che le barriere linguistiche non possono frenare la comunicazione ma soprattutto l’amore per la letteratura e così se davvero la poesia è «prigioniera della lingua nella quale viene espressa» finendo per essere intraducibile, nondimeno «per amore di un poeta si può essere indotti a imparare una lingua straniera ed è una cosa degna di ammirazione». Kilito si sofferma anche sul commento della Poetica di Aristotele da parte di Averroè («Il filosofo di Cordoba ignorava il teatro greco, dunque il malinteso era inevitabile») e sul rapporto che abbiamo con lo straniero che apprende la nostra lingua: «Possiamo essere fieri o ilari verso chi cerca con difficoltà di apprendere la nostra lingua. Invece lo straniero che riesce a dominare la nostra lingua ci destabilizza: è come se usurpasse la nostra stessa identità».
Vorrei cominciare l’intervista sottolineando un grande pregio del suo libro, l’aver saputo trattare un tema difficile, elitario, in modo coinvolgente e con una scrittura scorrevole. Ma com’è nato questo volume e soprattutto con quale intento?
«Il libro nasce dal mio interesse per la letteratura araba e i suoi modi di rapportarsi alla
letteratura europea. Questo interesse comparativo è d’altronde condiviso dai lettori arabi e non da oggi. Ricordiamo l’attrazione degli arabi per la filosofia greca nel IX e X secolo, età d’oro della traduzione. Ripensiamo ad Averroé, che i teologi latini chiamavano il Commentatore (di Aristotele). È noto che a partire dal XIX secolo gli arabi hanno rivolto i propri interessi alle letterature europee, quella francese, inglese, italiana, spagnola e poi si sono inseriti in quel che Goethe chiamava Weltliteratur, la letteratura mondiale. Tra lo scrittore arabo dei giorni nostri e lo scrittore del passato ovviamente sono cambiate molte cose, ma il mutamento essenziale è da ricercare nel rapporto con la traduzione: gli arabi dell’età classica, grandi traduttori, non si curavano di essere tradotti laddove gli arabi odierni, modesti traduttori, si preoccupano, loro sì, al massimo della traduzione delle proprie opere nelle lingue straniere».
Vorrei girarle il quesito sollevato da Gahiz: E’ davvero impossibile padroneggiare due lingue, vivendo nel limbo della “traduzione permanente”?
«Gahiz, o piuttosto uno dei suoi personaggi, nel IX secolo pensava che quanto si apprende in una lingua nuova si perda in quella d’origine. Il traduttore, sosteneva, vive un conflitto permanente tra lingua di partenza e lingua d’arrivo. Le lingue, in base a questa opinione, sono gelose e si detestano, come le diverse donne di uno stesso uomo. Alcuni teorici contemporanei esprimono questo conflitto, sottolineando che il problema del traduttore è di essere servo di due padroni, dover gestire sia la lingua estranea sia la lingua familiare. Detto questo, parecchi manifesteranno il proprio disaccordo con Gahiz e faranno riferimento a scrittori che, padroneggiando almeno due lingue, le utilizzano come lingua di scrittura: Mimonide, Rilke, Beckett».
Gahiz giunge alla conclusione che la poesia, diversamente dalla filosofia, è intraducibile e lei chiosa affermando che la poesia è “prigioniera” della lingua nella quale viene espressa. Dunque cosa dovrebbe fare il lettore, rinunciare a priori o tentare di imparare una nuova lingua per conoscere anche nuovi poeti e i loro versi?
«Credo di aver letto da qualche parte che James Joyce abbia imparato l’italiano per leggere Dante. Per amore di un poeta si può essere indotti a imparare una lingua straniera ed è una cosa degna di ammirazione. Tornando a Gahiz, notiamo che non è il solo a pensare che la poesia sia intraducibile. Pensi ad Antoine Galland, primo traduttore de Le mille e una notte all’inizio del XVIII secolo: ha tradotto le storie di Sharazade ma, ed è significativo, ha omesso di rendere versi e poesie che figurano nell’opera, così come ha fatto peraltro con i brani erotici (esiste un nesso tra poesia ed erotismo?). Oggi si tende a non condividere il punto di vista di Ğāhiz e si ritiene che un poema tradotto non perda necessariamente nel ‘cambio’, che possa acquisire qualcosa nella traduzione, un supplemento di senso, una vita nova. Ricordiamo a tal proposito la traduzione che Holderlin fa di Sofocle».
Lei sottolinea come il commento della Poetica da parte di Averroè sarebbe potuto essere il perfetto incontro fra il mondo arabo e quello greco, invece finisce per essere un labirinto per il filosofo di Cordoba. Perché secondo lei, non abbandonò l’impresa riconoscendo i propri limiti?
«Averroé lesse la Poetica di Aristotele nella traduzione araba elaborata su una traduzione siriana. La parola tragedia vi è resa con una che significa «panegirico» e la parola commedia con l’equivalente di «satira». È vero che nella commedia vi è anche satira, ma esiste un’enorme differenza tra le satire di Orazio e di Boileau, tra le commedie di Aristofane e quelle di Molière e questa differenza è la forma teatrale. Il dramma di Averroé è che ignorava tutto quel teatro, mentre commedia e tragedia costituiscono un pilastro essenziale della Poetica. Il malinteso era dunque inevitabile. Il filosofo di Cordoba non si rese conto dell’impossibilità di comprendere la Poetica senza conoscere la letteratura greca o, quantomeno, senza un’idea delle sue forme del discorso, dei generi che la compongono e degli autori citati da Aristotele. Di certo avvertiva che alcuni aspetti del testo gli sfuggivano, ma risolveva il problema sostenendo che si trattava di specificità greche mentre lui, in Aristotele, cercava proprietà universali. Il risultato è un commento assolutamente inconcepibile e per noi, oggi, patetico. Può indurre al riso ma devo dire che, leggendolo, provo un sentimento di vergogna poiché so ciò che Averroé ignorava. Borges ha ben colto tutto questo, raccontandolo in modo straordinario nel suo La ricerca di Averroé».
Più in generale, un traduttore come può sapere se è o meno all’altezza del proprio compito? C’è il rischio che pecchi di arroganza?
«Un vecchio proverbio arabo dice: «il narratore non ama il narratore». Possiamo aggiungere che sia la stessa cosa per i traduttori, nel momento in cui si interessano alla stessa opera o allo stesso autore (nonché dei commentatori). Borges osserva che i traduttori de Le mille e una notte si detestano a morte. Il capitano Richard Burton, per esempio, non perde occasione di scontrarsi con Edward Lane suo predecessore; è a questo livello che si manifesta l’arroganza. In linea di massima, il traduttore da prova di umiltà e si vota all’opera che traduce. Ma se l’originale gode di una prerogativa incontestabile, la traduzione può portare a risultati inattesi: alcuni americani preferiscono leggere Edgar Allan Poe nella versione francese di Baudelaire e alcuni tedeschi tralasciano l’originale della Fenomenologia dello spirito e preferiscono leggere l’opera di Hegel nella traduzione francese di Jean Hyppolite».
Il fatto che Donna Leon, scrittrice americana residente a Venezia, vieti la traduzione dei propri libri in italiano è perlomeno curioso. Lei che spiegazione si è dato?
«Non sono al corrente di questa vicenda, ma mi ricorda – anche se si tratta di una cosa diversa – il caso di un libro molto antico, Kalila e Dimna scritto in sanscrito, tradotto successivamente in persiano, quindi in arabo e nel corso del tempo, in diverse lingue europee. Il suo autore, Bidpay, chiede al re dell’India di vegliare affinché i persiani non lo traducano in modo che non lo leggano e non approfittino della saggezza che contiene… A un altro livello, quando un teorico afferma che la poesia è intraducibile, non impedisce implicitamente il suo passaggio nelle altre lingue?»
Vorrei chiudere con il bel paradosso sul quale lei si focalizza nel saggio di chiusura. Se è vero che proviamo grande empatia verso lo straniero che tenta faticosamente di imparare la nostra lingua, è altrettanto vero che sentirlo padroneggiare la nostra lingua ci destabilizza. Ma come mai?
«Con quanto piacere ascoltiamo uno straniero che parla la nostra lingua! Ci sentiamo riconosciuti, l’altro viene verso di noi, fa tutto quel che può per imitare il nostro modo di parlare. Allora noi lo incoraggiamo, lo aiutiamo al massimo, ed è un momento d’incontro, di solidarietà, di entusiasmo. Ma a volte la letteratura ci fa sentire un suono di campana diverso. Lo straniero che non parla perfettamente la nostra lingua diventa oggetto di ilarità, ci si diverte a contraffare il suo accento, a ripetere le sue parole incerte e la sua grammatica approssimativa. E se non si ride ci s’innervosisce; per punirlo di aver ferito la nostra lingua, gli si risponde nella sua, umiliazione suprema: gli si fa sentire di essere incapace o indegno di esprimersi nella nostra lingua. Il peggio però accade quando lo straniero domina perfettamente la nostra lingua e parla effettivamente come noi: allora proviamo un sentimento d’inquietante estraneità, come se egli ci rubasse qualcosa, come se usurpasse la nostra identità, il nostro essere, ciò che ci è proprio. La letteratura ci insegna che non abbiamo molta simpatia per quel genere di stranieri che si esprimono esattamente come noi. Hercule Poirot, il famoso detective di Agata Christie, lo sapeva bene; d’origine belga, vive in Inghilterra e, pur conoscendo l’inglese alla perfezione, commette deliberatamente errori di sintassi e usa un accento inverosimile, per eludere, dice, la sorveglianza dei suoi interlocutori e fare in modo che non diffidino di lui. In un romanzo di Amelie Nothomb che si svolge in Giappone, un imprenditore giapponese vieta alla sua dipendente europea di parlare giapponese e arriva ad imporle di dimenticare definitivamente quella lingua…»
Abdelfattah Kilito, nato nel 1945 a Rabat, dove attualmente vive e insegna presso la Facoltà di Lettere Muhammad V, è autore di diversi saggi di critica letteraria alcuni dei quali tradotti e apprezzati anche in Italia: L’autore e i suoi doppi. Saggio sulla letteratura araba classica, Einaudi, Torino 1988 e L’occhio e l’ago. Saggio sulle “Mille e una notte”, il Melangolo, Genova 1994. La sua capacità di abile narratore ne fa una delle voci più interessanti della letteratura marocchina contemporanea.
