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Un “Aladdin” post-apocalittico tra replicanti e mutazioni genetiche

Pierluigi Siclari

Un “Aladdin” post-apocalittico tra replicanti e mutazioni genetiche

sabato 06 Aprile 2019 - 12:10
Un “Aladdin” post-apocalittico tra replicanti e mutazioni genetiche

È stato lungamente applaudito dal numeroso pubblico Aladdin e il genio di Agrabah messo in scena al Palacultura dalla Compagnia dei Balocchi per la Stagione della Luna diretta da Sasà Neri.

Presentando lo spettacolo, proprio Sasà Neri aveva parlato di una nuova versione che avrebbe sorpreso il pubblico. Principale innovazione del nuovo Aladdin è senza dubbio l’ambientazione post-apocalittica in cui si muovono i protagonisti. Tale scelta ha un buon effetto scenico grazie alle immagini di palazzi sventrati e relitti che si sono alternate sullo sfondo; immagini che siamo abituati a collegare più ad “anime” del dopo-bomba che a Le mille e una notte, ma purtroppo anche immagini che possiamo ritrovare nei telegiornali. Dove la scelta post-apocalittica convince meno è nella sceneggiatura. Per buona parte dell’opera argomenti come le mutazioni genetiche e la presenza di replicanti a robot rimane accennata, per poi condizionare fortemente lo sviluppo della trama – e la scelta di uno dei tre famosi desideri.

Il punto è che l’ambientazione post-apocalittica non pare apportare maggiore forza al vero cuore dell’opera, che già nella versione classica poneva bene in risalto sia il contrasto tra una libertà fatta di stenti contro una prigionia dorata, sia la morale che la vera ricchezza è quella interiore, e le spiegazioni sulla natura umana e sull’amore fornite da personaggi creati ad hoc non aggiustano il tiro.

Va detto però che se l’innovazione di cui sopra non rafforza l’opera, nemmeno l’indebolisce, e Aladdin e il genio di Agrabah coinvolge da subito con l’intensità tipica degli spettacoli diretti da Sasà Neri, nonostante qualcosa da rivedere sul canto – soprattutto relativamente ad alcuni assoli -, probabilmente per qualche problema tecnico. È invece nel ballo che i “Balocchi” danno il meglio di loro. Attraverso le coreografie di Claudia Bertuccelli – a cui al termine dello spettacolo il pubblico ha dedicato un caloroso applauso – l’intero cast si è mosso sul palcoscenico mostrando padronanza e trasmettendo passione.

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Venendo ai protagonisti, Giacomo Cimino e Marina Cacciola hanno esibito una buona intesa interpretando Aladdin e Jasmine. Credibilissimo Giuseppe Scopelliti nei panni di Jafar, magnetico Santi Lembo nel ruolo del genio e da segnalare Chiara Frisone (Abu) e Gaia Scorza (Iago). A curare le musiche è stata la band composta non solo dagli “storici” musicisti Giulio Decembrini al pianoforte, Riccardo Ingegneri alla chitarra e basso e Andrea Trovato alla batteria, ma anche da Gianfranco Rodi al sax e al basso, Maria Serena Salvatore alla tastiera e agli effetti, Cristina La Bella al flauto traverso, Elisabetta Zamponi al violino e Giorgio Sparacino al clarinetto.

Una nota positiva anche guardando verso il pubblico di Aladdin e il genio di Agrabah, composto da tanti giovanissimi, che hanno avuto una delle prime opportunità per imparare come la magia delle narrazioni non debba essere necessariamente filtrata da uno schermo.

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