Sono l'amministratore unico e tre collaboratori di una società ora in liquidazione
MESSINA – Caporalato digitale. A conclusione di un’indagine coordinata dalla Procura di Messina, è stato notificato un “avviso di conclusione delle indagini preliminari” a carico dell’amministratore unico e di tre collaboratori di una società messinese operante nel settore della consegna cibo a domicilio. Agli indagati è contestato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (art. 603-bis c.p.), il cosiddetto caporalato, aggravato dal numero di lavoratori coinvolti: diverse decine di rider italiani.
Parallelamente, è stata contestata la violazione di diverse disposizioni previste a tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro (art. 18 D.Lgs. 81/2008) e la responsabilità amministrativa degli enti (D.Lgs. 231/01), in quanto i reati sarebbero stati commessi nell’interesse e a vantaggio dell’azienda attraverso un modello organizzativo palesemente contrario ai principi di legalità. L’operazione è stata condotta dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro (Nil) di Messina, coadiuvati dal Nucleo operativo del gruppo per la tutela lavoro di Palermo.
Sfruttamento in un contesto fragile
Le risultanze investigative hanno delineato un sistema che traeva profitto sistemico dallo stato di bisogno di una platea composta da studenti universitari e giovani locali. In un contesto economico fragile, i rider erano costretti a utilizzare mezzi propri per fare consegne remunerate con compensi inferiori, in alcuni casi, a meno della metà degli importi stabiliti nel Ccnl, spingendoli a esporsi a rischi stradali elevati pur di raggiungere una soglia minima di sussistenza.
In particolare, dalle indagini sono emerse gravi violazioni dei parametri giuslavoristici: corresponsione di compensi sistematicamente inferiori rispetto ai minimi stabiliti dai Contratti collettivi nazionali (Ccnl) di trasporti e logistica: paghe a cottimo tra i 2,40 e i 3 euro per consegna. Imposizione di ritmi, orari di impiego e metodi di sorveglianza degradanti e lesivi della dignità del lavoratore e della normativa vigente. Totale assenza di formazione specifica sui rischi connessi alle mansioni svolte e mancata sottoposizione alla sorveglianza sanitaria e alle visite mediche obbligatorie.
Il caporalato digitale e l’algoritmo
L’indagine ha svelato l’esistenza di un vero e proprio “caporalato digitale”. La società coinvolta utilizzava una piattaforma informatica proprietaria che, mediante algoritmi predefiniti, gestiva unilateralmente l’assegnazione degli ordini, i vincoli operativi e il controllo costante delle prestazioni dei ciclofattorini. L’attività dei militari del Nil (Nucleo ispettorato del lavoro) di Messina ha dimostrato come tale sistema – integrato dall’utilizzo di chat WhatsApp per la direzione immediata dei lavoratori – configurasse una chiara etero-organizzazione algoritmica.
La tecnologia non fungeva da supporto all’autonomia, ma esercitava i poteri tipici del datore di lavoro (pianificazione, controllo e valutazione), mascherando un rapporto di lavoro subordinato sotto le spoglie di prestazioni autonome e occasionali. Per massimizzare i profitti ed evitare i “tempi morti” tra una consegna e l’altra, tra le direttive aziendali vi era l’obbligo per il rider di inviare la parola “libero” tramite l’applicazione e di aggiornarla ogni minuto.
Il controllo ossessivo della prestazione
Questo serviva a confermare la disponibilità continua non appena terminato un servizio. I responsabili aziendali monitoravano i tempi d’esecuzione e, in caso di ritardi o lentezze, interpellavano telefonicamente i rider. Spesso imponevano direttamente come velocizzare il turno e stabilivano d’imperio quale fosse l’ultima consegna della giornata, senza concedere alcuna possibilità di replica ai lavoratori.
Il rider non aveva la libertà di rifiutare una consegna. Ogni rifiuto doveva essere “ben motivato” e, in caso contrario, comportava rigidi ammonimenti o la perdita del diritto di ricevere l’assegnazione per gli ordini successivi. Questo sistema generava una totale subordinazione, obbligando di fatto il fattorino ad accettare ritmi di lavoro estenuanti.
Sanzioni e tentativi di occultamento prove
A seguito dell’accertamento delle violazioni in materia di “salute e sicurezza”, i Carabinieri del NIL hanno proceduto all’irrogazione di sanzioni per quasi 67mila euro (nell’organizzazione aziendale l’integrità fisica dei lavoratori è stata considerata un danno collaterale. A riguardo, è emblematico il caso di una giovane rider che, rimasta coinvolta in un incidente durante l’attività lavorativa, subiva pressioni psicologiche, volte a indurla a dimettersi per evitare controlli dell’Inail). Contemporaneamente, sono state avviate le procedure di recupero degli oneri (contributivi, previdenziali e assistenziali) elusi per un importo di quasi 700mila euro.
Con riferimento alla frode contributiva, è stato accertato che gli indagati, costantemente, monitoravano i compensi corrisposti a circa 300 rider per non superare la soglia dei 5.000 euro annui, tetto utilizzato come scudo per evitare i versamenti previdenziali e mantenere il simulacro della “prestazione occasionale”. Gli indagati, venuti a conoscenza delle indagini nei loro confronti perché destinatari di un decreto di perquisizione, mettevano in atto una serie di strategie per nascondere le prove a loro carico: chiedevano al gestore della banca dati aziendale di rimuovere fisicamente i dati degli ordini degli anni precedenti dall’archivio e modificare tempestivamente le credenziali e le password di accesso al sistema, così da impedire eventuali ispezioni telematiche; prendevano in considerazione anche la possibilità di nascondere il computer aziendale e modificare il “file cassa” per abbassare gli importi registrati, mascherare il reale giro d’affari e coprire i pagamenti in contanti non dichiarati. La società, attualmente in fase di liquidazione, è stata formalmente diffidata alla regolarizzazione dei lavoratori e all’adozione di assetti organizzativi idonei a prevenire il reiterarsi di fenomeni di sfruttamento.
