"Oltre il muro", come l'arrampicata sportiva può aiutare i bambini con autismo (e non solo)

“Oltre il muro”, come l’arrampicata sportiva può aiutare i bambini con autismo (e non solo)

Giuseppe Fontana

“Oltre il muro”, come l’arrampicata sportiva può aiutare i bambini con autismo (e non solo)

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sabato 17 Gennaio 2026 - 08:00

Sport e inclusione nel racconto di Annamaria Cucinotta, psicologa clinica da tempo al fianco di bimbi e famiglie: "Ora a Messina, però, non c'è più il corso"

MESSINA – Che lo sport possa giocare un ruolo fondamentale nel favorire l’inclusione di bambine e bambini con disabilità fisica non lo si scopre certo nel 2026. Da decenni le attività in tal senso crescono, di pari passo con un’attenzione sempre maggiore e una sensibilizzazione portata avanti da eventi come le Paralimpiadi (che a breve torneranno in Italia, con i Giochi invernali di Milano-Cortina). Ma l’attenzione a bambine e bambini con neurodiversità o disabilità cognitive, ad esempio, è la stessa?

“Oltre il muro”, quando la parete non è un ostacolo

Se l’è chiesto Annamaria Cucinotta, laureata in “Psicologia clinica e della salute nel ciclo di vita” con una tesi sperimentale, una scoping review dal titolo “Oltre il muro: l’arrampicata sportiva come via di inclusione e autoregolazione dei bambini con Asd, disturbo dello spettro autistico”. Il muro non è soltanto metafora di quelle barriere che ogni giorno questi ragazzi si ritrovano davanti. Anzi, in questo caso, è proprio una parete fisica. È quella dell’arrampicata sportiva, che diventa, appunto, “via di inclusione e autoregolazione nei bambini con Asd”. Un’intuizione, quella della giovane psicologa, che l’ha portata a coniugare il proprio percorso professionale e una passione sportiva nata quasi per caso, con un unico obiettivo: aiutare bambini e famiglie.

Il progetto Skill In e la storia di Annamaria Cucinotta

A raccontare la sua storia a Tempostretto è stata la stessa dottoressa Cucinotta, che ha iniziato nel 2023 un percorso lungo due anni negli spazi della cittadella universitaria gestita dall’SSD Unime e all’interno del progetto “Skill In – Lo sport per tutti”. Ha spiegato: “Mi sono laureata nel 2023 alla triennale e nella stessa settimana della laurea è uscito il bando Skill In cui si cercava una figura per l’arrampicata sportiva. Ho partecipato, coniugando questa attivata con lo studio, proseguito per diventare una psicologa. La passione per l’arrampicata invece è nata un anno prima, quasi per caso: “L’ho scoperta dopo un infortunio sullo snowboard. Facevo spinning, ma la mia bike era confinante all’area dell’arrampicata. Incuriosita, dopo la guarigione, ho iniziato”.

Il progetto “Skill In” l’ha portata a diventare la tutor di una decina di giovani atleti, con disabilità intellettiva e relazionale. La messinese ha spiegato: “Si trattava di lezioni singole di circa 50 minuti. Un rapporto individualizzato tra me e il bambino, a pochi passi dall’istruttore che invece gestiva la classe di bambini con sviluppo tipico. Non era possibile seguire più bambini contemporaneamente, poiché ciascuno presenta peculiarità specifiche che richiedono un approccio unico e individualizzato”

L’arrampicata “sport relazionale”

E ancora: “La mia osservazione si collocava innanzitutto su un piano qualitativo. L’arrampicata, infatti, è uno sport che si fonda su una dimensione eminentemente relazionale, una competenza che nei bambini con disturbo dello spettro autistico risulta spesso compromessa. In questo contesto, il mio ruolo si configurava come quello di guida e di stimolo concreto per permettere al bambino di affrontare il percorso. Si veniva così a costruire un’alleanza: solo nel momento in cui il bambino riconosce l’adulto come riferimento significativo diventa possibile ottenere un coinvolgimento autentico nell’attività. Per questa ragione, la mia attenzione iniziale si concentrava su alcune variabili chiave, prima fra tutte la capacità comunicativa. Tale aspetto risultava particolarmente rilevante considerando che, in questi bambini, la comunicazione verbale non è sempre presente o risulta limitata. La relazione si costruiva quindi attraverso canali comunicativi alternativi, prevalentemente corporei e gestuali, che richiedevano un’attenta osservazione e una costante sintonizzazione. In questo contesto, diventava fondamentale interrogarsi su come farsi riconoscere come riferimento significativo, essere accolti e legittimati all’interno della loro specifica modalità comunicativa e relazionale”.

I benefici dell’arrampicata, tra autostima e regolazione emotiva

I benefici dell’arrampicata si articolano su più livelli. Dal punto di vista fisico, si osserva un miglioramento della forza, dell’equilibrio e della coordinazione motoria. Sul piano cognitivo, l’attività stimola l’attenzione, la memoria di lavoro e le capacità di problem solving. A livello emotivo, contribuisce nella gestione delle emozioni . Sul versante sociale, l’arrampicata promuove la collaborazione, l’inclusione e la comunicazione. Infine, sul piano motivazionale, incoraggia il gioco, il senso della sfida e la partecipazione attiva. L’utilizzo della parete di arrampicata come ambiente controllato di stimolazione motoria e sensoriale produce, secondo gli studi e la pratica clinica riportati dalla psicologa, effetti significativi sullo sviluppo globale del bambino: “Si lavora sull’autoefficacia, sull’autostima, sulla regolazione emotiva, ma anche sulla percezione del tempo, attraverso il potenziamento della capacità di resistenza e di attesa, aiutando il bambino a confrontarsi con la frustrazione e a sviluppare strategie più efficaci per gestirla. Inoltre, l’attività favorisce la focalizzazione sull’impegno necessario per raggiungere dapprima obiettivi parziali e, progressivamente, il raggiungimento di un obiettivo più ampio”.

“Il mio interesse – ha proseguito – riguarda il modo in cui questo sport, nella sua unicità, può favorire miglioramenti di tipo quantitativo: dalla capacità di programmare e tradurre l’azione in comportamento efficace, fino alla visualizzazione e al raggiungimento di micro e macro obiettivi attraverso impegno e azioni coerenti. Un altro aspetto centrale è l’integrazione visuo-motoria, ovvero la capacità di coordinare la percezione visiva con l’azione motoria, selezionando e discriminando gli stimoli rilevanti. Nell’arrampicata, il bambino è esposto a una molteplicità di prese diverse per forma, colore e posizione: deve scegliere consapevolmente quali utilizzare nel proprio percorso e, allo stesso tempo, ignorare gli stimoli non funzionali. In questo senso, la pratica sportiva rappresenta uno strumento efficace per allenare competenze trasferibili anche nella vita quotidiana”.

Cucinotta: “Uno sport fortemente sensoriale”

Poi ha aggiunto: “L’arrampicata è inoltre uno sport fortemente sensoriale. Può rappresentare una disciplina capace di contribuire al riequilibrio della regolazione sensoriale, spesso deficitaria, poiché coinvolge in modo integrato tatto, vista e sensibilità plantare. Il bambino si confronta con volumi ampi e superfici lisce da afferrare nello spazio, sopra, sotto o lateralmente, così come con prese più piccole che richiedono l’uso selettivo delle dita e un continuo adattamento alle diverse superfici. Per queste ragioni, l’arrampicata è una pratica da tenere in considerazione anche in ambito clinico, soprattutto perché consente di lavorare su queste competenze all’interno di una dimensione ludica e ricreativa”.

Lo sguardo altrove: il progetto Arrampi_Care

Annamaria, nel parlare del progetto e dell’impatto che può avere, ha lasciato trasparire tutta la propria passione. La stessa che è nata per caso, come dicevamo, ma che l’ha anche portata a studiare dopo essersi posta una domanda: “Come lo porto un bambino su una parete di arrampicata? E che tipo di beneficio può avere?”. La psicologa ha spiegato: “La curiosità è nata così e mi sono chiesta: ma possibile che soltanto io ci abbia pensato o c’è qualche altro che ha correlato le due cose? Ho iniziato a cercare e mi sono imbattuta, dopo alcuni mesi, in una realtà in Piemonte. È stato l’algoritmo di Instagram a mostrarmi una delle più antiche palestre di Torino in cui c’era un progetto finanziato da un privato e dal CNR. Si chiama ‘Arrampi_Care’ (dal verbo ‘to care’, in inglese ‘prendersi cura’, ndr). Questo ragazzo, anche lui psicologo, ha portato decine di bambini in palestra in quello che poi è diventato un progetto clinico-sportivo con un’equipe composta da diversi istruttori. Senza conoscere questa realtà non avrei mai potuto capire certe cose sulla relazione tra arrampicata e autismo. Anche grazie a loro ho scritto la mia tesi”.

L’appello: “Messina si renda conto di questa realtà”

Dopo due anni, però, il corso si è fermato. Da qui l’appello di Annamaria Cucinotta agli enti e alle istituzioni a riporre attenzione a questa disciplina per continuare ad aiutare i bambini. A Messina, però, non c’è nessun altro corso simile: “Vado a Barcellona Pozzo di Gotto perché mi hanno contattato da una palestra proprio per aiutare una famiglia e un bambino. Messina, che negli ultimi anni è diventata sempre più progressista e attenta, dovrebbe fare uno scatto in questo senso. La città è bellissima e i progressi sono innegabili. È un peccato che non ci si renda conto di una realtà che è in crescita e che va a portare attestazioni importanti. Penso all’ospedale Gaslini di Genova dove l’anno scorso hanno installato una parete da arrampicata basata su un sistema multisensoriale a led per i bambini con disturbo del neurosviluppo. In un servizio andato in onda su Rai3, tempo fa, è stata intervistata anche una famiglia di Messina, in Liguria proprio per qualcosa che in città non c’era. Una testimonianza importante. Il bambino non poteva essere seguito vista l’assenza di un ente con una parete d’arrampicata. Così hanno deciso di viaggiare mensilmente verso Genova, dopo aver riscontrato un beneficio evidente. Questa disciplina può offrire un contributo”.

Il messaggio finale di Annamaria

Il messaggio della messinese è questo: “L’arrampicata ha bisogno di essere conosciuta. Ma bisogna lanciare anche un messaggio di cura. Serve offrire interventi supportivi a realtà fragili, che rischiano di restare invisibili. Si parla tanto delle disabilità di tipo fisico, anche grazie all’attività degli sport paralimpici. Dal punto di vista dei bisogni psichici si deve ancora lavorare tanto. Il mio non vuole essere un messaggio di scontro, ma di incontro e proposte. Questo progetto, questa idea basata su questa disciplina, può dare tanto. Farlo conoscere e farne conoscere i benefici è il punto di partenza”. Nella sua tesi, Annamaria ha citato una frase di Reinhold Messner: “Arrampicare significa disegnare nella mente una linea a poi realizzarla con le proprie forze, come un artista con la sua tela”. E chissà che a Messina questa linea non possa, di nuovo, essere tracciata.

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