"La firma" di Fava con due magistrali Bruschetta e De Benedittis

“La firma” di Fava con due magistrali Bruschetta e De Benedittis

Tosi Siragusa

“La firma” di Fava con due magistrali Bruschetta e De Benedittis

lunedì 09 Marzo 2026 - 14:44

Nell'Argentina della dittatura militare, due verità si fronteggiano nella drammatica rappresentazione in scena al Nuovo Teatro Scaletta

“La Firma”,scritto e diretto da Claudio Fava, interpretato da Ninni Bruschetta e Federica De Benedittis, l’8 marzo, alle 18:30, è andato in scena  al “Nuovo Teatro Scaletta”,  nel solco della Rassegna “Abitare il tempo”per l’odierna stagione. Una coinvolgente produzione Marche Teatro-Teatro della Città.

Una trentenne, tale Teresa e un uomo in età matura,il colonnello Avila, si confrontano nel grigio e spoglio parlatorio di un carcere. Duramente.
Teresa aveva per tutto questo tempo ritenuto l’uomo quale proprio padre, ma non si tratta della verità. In realtà i genitori biologici della donna avevano trovato la morte in Argentina durante la dittatura militare-civica del 1976/83,quando la Junta,preso il potere,aveva abolito lo stato di diritto,decretando lo stato d’assedio e la vera madre della giovane ,dopo il parto in prigione, era stata uccisa. Ora, dopo 30 anni, con l’arresto dell’uomo che le sta di fronte, Teresa deve affrontare quella tragica menzogna, che per troppo tempo ha reso falsa anche la sua stessa esistenza. I due dovranno provare a riscrivere il senso del loro legame e sarà dura farlo proprio in quel luogo di prigionia. Teresa dovrà apporre la propria firma per formalizzare l’accusa nei confronti della falsa paternità. Si assiste ad una sorta inversione dei ruoli e la vittima ritroverà  i propri  nuovi idoli ribelli posti sotto una luce differente,mentre il colpevole,contrattaccando,si porrà nei panni dell’accusatore di un sistema contro il quale aveva combattuto,reputandolo allora giusto.

E si addiverrà all’unica soluzione auspicabile,che consentirà alla giovane di ridivenire protagonista di quella sua vita che gli accadimenti intercorsi avevano relegata ai margini,da mera spaesata osservatrice.
E se si può generalmente condividere l’assunto secondo cui non possono sussistere schemi prestabiliti, ponendoci la vita stessa dinanzi alla mutevolezza della percezione dei fatti e dunque dei rapporti,di certo,però,nella fattispecie“de qua”,ove il magmatico groviglio sotteso è troppo oneroso da digerire,applicare siffatta regola di buon senso,risulta assai più complicato.Necessita,però,anche in tali frangenti ,porre la sordina a punti di vista manichei,assolutisti, ascoltando i differenti concetti di bene e male,cogliendo,laddove sussistente,una zona grigia,che potrebbe avvicinare i poli opposti. E se in via di principio la soluzione potrebbe richiedere la sospensione di ogni giudizio superficiale e non soppesato,nell’ipotesi in rappresentazione appare difficile non schierarsi,sia pure dopo aver ascoltato le ragioni del militare, e prendendo con ciò atto della fragilità e della imperfezione delle umane storie,nei loro irti percorsi.
La tematica di fondo, molto densa e controversa,con il chiaro intento di sensibilizzare ancor più l’opinione pubblica sui crimini,e,al di là del negazionismo,ristabilire i fatti, ha trovato fulgida direzione in Claudio Fava, che ha giustamente approntato la sua linea registica ,con la dovuta maestria, orientando l’espressione degli interpreti, Bruschetta  e De Benedittis,entrambi magistrali nella resa non scontata di personaggi con complesse sfaccettature,che hanno con  bravura encomiabile simboleggiato una delle tante storie silenziate,restituendo visibilità ad alcune,fra tante,micro particelle d’anima,assolutamente identitarie non solo di un Paese,l’Argentina di un cinquantennio addietro,ma di ogni altro in cui si è scatenata la feroce repressione fratricida interna.
E allora, la scenografia ha potuto limitarsi all’utilizzo di arredi e oggetti neutri, “tout court” funzionali alla performance, messi in evidenza a mezzo adeguata  illuminazione,anche perchè,a rendere l’inquadramento storico della piece hanno soccorso le immagini dei volti in bianco e nero che,mano a mano,si sono stagliati nella parete di fondo,fino ad occuparne ogni frammento spaziale,in rappresentazione anche della miriade di sconosciute vittime,in prevalenza una generazione di giovani,divenute tali a causa del genocidio per le loro presunte “azioni sovversive”.Quel sacrificio fu volto al contrasto del “terrorismo di Stato”, che li rese “desaparecitos”e oggetto di sequestro con prigionia,tortura,soppressione e materiale cancellazione dei loro corpi solo per l’opposizione al feroce sistema dittatoriale,definito “Proceso de reorganizatiòn national” ,che generò veri e propri campi di concentramento.
E poco rilievo per la caratterizzazione dei rispettivi ruoli hanno rivestito anche i costumi,essendo stata l’ambientazione riferibile al secolo attuale.
Né le melodie hanno ricevuto  alcuna evidenziazione,essendosi voluto con ciò sottolineare la asciutta crudezza della tematica.

Non si può, in conclusione, che esprimere apprezzamento, per la volontà di portare sempre più alla luce quegli orrori,facendo con ciò risplendere i rivoluzionari,e ciò è stato condiviso anche dagli spettatori che hanno affollato fino al “sold out” lo spettacolo teatrale di gran valore, tributandogli ripetuto meritato plauso. Una perfetta “mise en scène”, insomma, nel “Nuovo Teatro Scaletta” che, a buon titolo, può annoverarsi fra gli spazi performativi territoriali con rilevanza nazionale più qualificati, e ciò nonostante il suo  debutto solo recente nell’attuale stagione. 

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