Muore di depressione dopo aver denunciato gli usurai, la giustizia arriva tardi

Muore di depressione dopo aver denunciato gli usurai, la giustizia arriva tardi

Alessandra Serio

Muore di depressione dopo aver denunciato gli usurai, la giustizia arriva tardi

lunedì 16 Marzo 2026 - 16:00

La storia di una vittima degli strozzini dietro la condanna a un messinese

Messina – Sono 4 anni di condanna anche in appello per Giovanni Spadaro, il 59enne processato per usura dopo la denuncia di un infermiere, nel frattempo deceduto dopo anni di sofferenze e stenti. La Corte d’appello di Messina (presidente Giacobello) ha confermato la condanna emessa in primo grado e il risarcimento alla parte civile, assistita dall’avvocato Fabio Mirenzio. L’imputato era difeso dagli avvocati Antonino Cappadonna e Luigi Giacobbe. Sullo sfondo del processo c’è la vicenda dell’infermiere, morto troppo presto dopo aver perso casa, famiglia, dignità. La giustizia gli ha dato ragione ma lui non può saperlo: è morto pochi mesi prima della sentenza di primo grado, nel 2024, stremato da depressione e alcool, roso dal tarlo di aver deluso irrimediabilmente le aspettative dei suoi affetti, non riuscendo a prendersi cura di loro a dovere.

Disoccupato che presta denaro

L’infermiere lavorava in uno degli ospedali cittadini e nel 2017 aveva chiesto un primo prestito da 2 mila euro ad un disoccupato di zona, indirizzato dai vicini. Malgrado lo stipendio, faceva fronte con difficoltà alle spese familiari e, di nascosto dalla moglie, chiede il denaro, da restituire in due rate da 1275 euro ciascuno nei due mesi successivi. “Non sono soldi miei, dietro c’è brutta gente, stai attento a quello che fai altrimenti ammazzano me”, è la “raccomandazione” che gli sussurra l’usuraio, mettendogli in mano il denaro. Dopo aver onorato il primo prestito ne chiede un secondo da 2 mila euro a fronte di assegni post datati con interessi. Anche stavolta riesce a pagare ma per farlo usa la tredicesima della moglie, senza dirle nulla.

La spirale dell’usura

Torna una terza volta dall’usuraio che, stavolta, getta la maschera: gli interessi aumentano, il debito arriva a oltre 3 mila euro e quando l’infermiere ritarda comincia il pressing e la vittima barcolla: vende l’unica macchina che serviva a tutta la famiglia e restituisce 750 euro ma al creditore non bastano; ne ottiene altri 500 ma anche questi non gli bastano. “Sto venendo a casa tua”, dice l’usuraio all’infermiere che, spaventato, racconta tutto ai carabinieri, che si nascondono in casa e registrano l’incontro. In questa occasione il creditore si allontana senza che accada nulla di brutto e partono gli accertamenti.

Una esistenza rovinata

Ma mentre le indagini fanno il loro corso, il creditore è un uomo libero e il debitore invece “sequestrato”. L’infermiere se lo trova fuori dall’ospedale, alla fine del turno del lavoro, viene pedinato, una volta il creditore prova a speronarlo mentre in auto si reca con la famiglia alla messa domenicale. E’ l’inizio di una spirale sempre più stretta intorno a tutta la sua famiglia, che ormai vive in casa con le serrande abbassate, si nasconde, comincia a disgregarsi. Una volta per sfuggire ad un pedinamento l’infermiere si rifugia nella prima caserma dei carabinieri che incontra. L’usuraio prende a calci e pugni l’auto parcheggiata fuori e viene portato all’interno dai militari, che lo denunciano per resistenza. Non pago, poco tempo dopo si presenta all’uscita del lavoro con un coltellaccio, minacciandolo apertamente, strattonandolo, mettendogli le mani al collo. Per l’infermiere è una discesa libera, un gradino alla volta: da un lato il pressing del creditore, dall’altro gli viene pignorata e venduta la casa e perde la stima dei suoi affetti più cari, fino alla moglie che si separa. Lui continua a farsi una colpa di tutto, nella sua testa è un continuo: “Non sono riuscito a proteggerli, non sono riuscito a fare fronte a tutto come avrei dovuto”. Intanto parte il processo alla coppia ma, gradino dopo gradino, l’infermiere affoga nella depressione e nell’alcool, finisce al Sert poi in un centro di recupero.

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