La storia di Micos: la città perduta sul pianoro di Monte Scuderi

La storia di Micos: la città perduta sul pianoro di Monte Scuderi

Daniele Ingemi

La storia di Micos: la città perduta sul pianoro di Monte Scuderi

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domenica 09 Agosto 2026 - 08:26

Una delle montagne più affascinanti dei Peloritani per bellezze naturalistiche, panoramiche e archeologiche

Monte Scuderi è una delle montagne più affascinanti dei Peloritani. Non solo per le bellezze naturalistiche e panoramiche, ma anche dal punto di vista archeologico. Difatti, sul pianoro di questa montagna, caratterizzata da un forte carsismo, a 1253 metri di altitudine, si nascondono i resti di una vera e propria cittadella fortificata, probabilmente risalente al periodo bizantino. L’esistenza di un insediamento fortificato bizantino sul pianoro di Monte Scuderi non è una mera supposizione, ma un fatto storico confermato sia da evidenze archeologiche tangibili che da autorevoli fonti storiche medievali.

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Lontano dall’essere una semplice leggenda popolare, l’esistenza di questo insediamento d’altura, noto nelle fonti storiche con il nome greco di Micos o Vicos, trova conferme inoppugnabili sia nei testi d’archivio sia nei reperti archeologici emersi sul campo.

Un rifugio strategico contro l’invasione araba

L’insediamento nacque tra l’VIII e il IX secolo d.C. come un kastron, ovvero un villaggio fortificato d’altura. In un’epoca segnata dalle violente e continue incursioni saracene, le popolazioni bizantine della costa ionica messinese abbandonarono le pianure per cercare rifugio in luoghi impervi e facilmente difendibili. Monte Scuderi, con le sue pareti rocciose a strapiombo e la sua straordinaria posizione panoramica, offriva un controllo visivo assoluto sullo Stretto di Messina e sulle valli circostanti, configurandosi come uno dei baluardi difensivi più importanti del Val Demone.

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Le prove scritte dai primi esploratori e geografi arabi

A testimoniare l’importanza di questa fortezza non ci sono supposizioni, ma i testi dei grandi esploratori e geografi arabi, come Al-Idrisi e An-Nuwayri. Nei loro resoconti militari viene documentata con precisione la caduta di Micos, avvenuta nel 902 d.C. per mano delle armate islamiche, nello stesso tragico anno in cui capitolò anche la vicina Taormina.

L’insediamento venne poi definitivamente abbandonato, lasciando spazio nei secoli successivi solo a un parziale riutilizzo in epoca aragonese, alle attività dei nivaroli (con la costruzione delle caratteristiche neviere) e al fiorire delle suggestive leggende locali sulla grotta della Truvatura (il tesoro nascosto). Gli studi ottocenteschi dello storico Michele Amari hanno permesso di legare definitivamente queste croniche orientali ai ruderi visibili sulla montagna.

I tesori archeologici sulla cima del monte

Oggi chi compie l’ascesa al pianoro cammina letteralmente sopra la storia. I riscontri materiali sono evidenti. Lungo i crinali settentrionali e meridionali si notano i resti delle imponenti mura perimetrali in pietra calcarea, erette a secco per sbarrare gli unici punti d’accesso alla vetta. Inoltre, proprio nel cuore del pianoro, è presente una grande struttura rettangolare interrata che gli studiosi identificano come una monumentale cisterna bizantina per la raccolta dell’acqua piovana, fondamentale per resistere ai lunghi assedi. Poiché senza acqua non si resiste.

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Il terreno del pianoro restituisce continuamente frammenti di ceramica acroma, tegole e colli di anfore da trasporto dell’alto Medioevo. I ritrovamenti di monete bronzee bizantine coniano una datazione precisa che si interrompe bruscamente con l’arrivo dei conquistatori arabi. Questo straordinario sito archeologico a cielo aperto, oggi silenzioso custode di un passato glorioso, rappresenta una pagina fondamentale della transizione medievale in Sicilia, sospeso tra il rigore della storia documentata e il fascino selvaggio della natura peloritana.

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