Quali speranze per i medici di domani?

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mercoledì 25 Febbraio 2009 - 18:38

Il futuro degli specializzandi

Quali speranze per i medici di domani?

Il futuro degli specializzandi

Prendo spunto dall’articolo pubblicato oggi su Tempostretto (“Mobilitazione dei giovani medici..”). per fare alcune considerazioni, avendone anche esperienza personale. Ciò che sta accadendo agli specializzandi è assolutamente in tono con quello che sta succedendo alla sanità italiana in generale e siciliana in particolare. Qual il SSN italiano fu istituito, circa 30 anni fa, si disse che esso era stato copiato da quello inglese (NHS, National Health Service) ritenuto, almeno fino ad allora, il migliore del mondo. Dopo quasi trent’anni di vita del nostro SSN, l’unica conclusione che se ne può trarre è che, quanto meno, nella traduzione dall’inglese all’italiano, una buona parte del manuale debba essere andata persa. Per chi, come me , ha lavorato per il NHS, cercare di trovare qualcosa nel nostro SSN che abbia attinenza con l’omologo inglese, è una fatica improba. Innanzi tutto nel Regno Unito esiste un solo Ordine dei Medici che gestisce l’attività di tutti i medici, sfornando linee guide di altissimo valore, valide per tutti i medici britannici. Qui da noi ogni provincia, non si sa perché, ha il proprio ordine dei medici, il quale incassa ogni anno una tassa di iscrizione obbligatoria che è diversa da provincia a provincia (per esempio a Messina è quasi il doppio di quella di Reggio Calabria. Si deve pertanto pensare che l’Ordine di Messina offra il doppio di quello di Reggio. Sarà…), fornendo servizi poco chiari. Linee guida di qualunque tipo in Italia non esistono: non solo ogni provincia, ma ogni ospedale e clinica, in teoria, può farsi le proprie linee guida. Dico in teoria perché, di fatto, linee guida valide e rigide per tutti non esistono. L’Ordine dei Medici britannico formula rigide linee guida su rigidissime e comprovate prove cliniche: è la famigerata Evidence Based Medicine, che nel regno Unito è funzionante. Nessuno si prostituisce alle aziende farmaceutiche per avere in cambio favori vari. Lo Stato produce e fornisce i farmaci a più basso prezzo e quelli vanno usati. Inoltre la prescrizione non dipende dalla dissennata scelta del singolo medico ma dall’adesione alle linee guida di cui sopra. Non sarà un caso se da noi, in Italia, abbiamo infezioni che non rispondono più ad alcun antibiotico, mentre in UK si è ancora alle cefalosporine. Le forniture ospedaliere sono controllate strettamente: qui da noi anche una vite che è possibile comprare dal ferramenta sotto casa, se è destinata agli ospedali, costa 1000 volte di più: non sarà un caso che tra i più ricchi in Italia ci sono proprio i rappresentanti di forniture medicali. Le linee guida valgono anche per le discipline chirurgiche; qualche giorno fa hanno destato scalpore le dichiarazioni di uno dei chirurghi più famosi del mondo, uno statunitense di origini indiane, sulla necessità di applicare rigide linee guida per salvare più vite umane: è stata la scoperta dell’acqua calda: quelle stesse linee guida vengono applicate rigidamente in UK da almeno trent’anni. Ma veniamo alla formazione dei medici. In Italia, la formazione medica è di rigida pertinenza universitaria. Ciò, ormai lo sanno anche le pietre, ha comportato una gestione “allegra” della formazione, docenti che non insegnano nulla, che sfruttano gli studenti, che, dalla nascita dei disgraziati numeri chiusi, hanno inserito parenti e amici; non è una regola generale, ma sappiamo che è pratica diffusissima. Spesso i docenti non insegnano nulla perché non hanno nulla da insegnare. D’altronde se l’accesso alla facoltà di Medicina è regolato da un numero chiuso e lo stesso vale per le scuole di specializzazione, è assiomatico che nel tempo questa selezione “innaturale” porti in cattedra persone che non possono essere campioni della medicina. Mentre in tutti i paesi del mondo lo studente di medicina è considerato un medico già dal primo giorno e come tale ha gli stessi diritti (come il trattamento economico ) e gli stessi doveri (ma si tratta di doveri che vengono accettati con piacere perché comportano inevitabilmente un miglioramento umano e professionale), in Italia è un miracolo se in sei anni di medicina lo studente ha imparato a compilare bene una cartella. Quando poi ha la “fortuna” di entrare in Scuola di Specializzazione, gli va bene se, in cinque anni, riesce a tenere i ferri chirurgici in sala operatoria e a mettere la firma su quei lavori scientifici per i quali si è fatto il mazzo ma che deve sempre firmare il “Professore” come se fossero propri. Uscito dalla scuola di specializzazione, deve ancora avere la fortuna di trovare un posto di lavoro dove subirà altre umiliazioni, avendo difficilmente la possibilità di esprimere quella minima professionalità che è riuscito a conquistare da solo. Nel Regno Unito (ma vale per Francia, Germania, Spagna, Israele, a mia diretta conoscenza) chiunque esca dalla Scuola di Specializzazione ha all’attivo diverse migliaia di interventi chirurgici all’attivo (come primo operatore non come osservatore del “Professore”) e ha svariate pubblicazioni proprie. Perché questo? Semplice , perché gli specializzandi non sono condannati a stare in un policlinico universitario, ma ruotano ogni 6 mesi/un anno in ospedali diversi, quasi sempre non universitari, dove dei primari già arrivati gli insegnano veramente il “mestiere” senza invidie e senza temere concorrenza. Cosa sperano ora i nostri specializzandi? Già è una inaccettabile mortificazione quella di dover mendicare il proprio stipendio, cosa che si ripete ormai con allarmante frequenza. Mancando questa tranquillità d’animo, non hanno mai potuto portare avanti la più sacrosanta richiesta di lavorare davvero imparando, richiesta questa mai avanzata. Stante questa situazione, è chiaro che affrontare al giorno d’oggi un lunghissimo iter di studi con queste prospettive è da dementi. Meglio scegliere altre facoltà, lasciando il campo ai “figli di”, il che comporterà un progressivo calo a zero della qualità. Se, nonostante tutto, qualcuno è testardamente convinto, meglio studiare all’estero, se si può, o comunque specializzarsi all’estero, evitando accuratamente poi di fare l’errore di tornare al proprio Paese…

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