Blue Economy. Il mare vale miliardi: cosa frena e cosa può far decollare la Sicilia

Blue Economy. Il mare vale miliardi: cosa frena e cosa può far decollare la Sicilia

Redazione

Blue Economy. Il mare vale miliardi: cosa frena e cosa può far decollare la Sicilia

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lunedì 04 Maggio 2026 - 14:56

La Sicilia è tra le regioni italiane più attive nella Blue Economy. Eppure il gap tra potenziale e risultati rimane ampio

L’Italia è la terza economia del mare in Europa, con 76,6 miliardi di euro di valore aggiunto diretto, oltre un milione di occupati e quasi 233mila imprese. In questo grande contesto, la Sicilia occupa un posto di rilievo, con una crescita di aziende che non si è fermata nemmeno negli anni difficili. Ma guardando ai numeri nel dettaglio, emerge una fotografia contraddittoria: una regione ricca di mari, coste e infrastrutture portuali, ancora lontana dal trasformare tutto questo in valore aggiunto adeguato alle potenzialità.

I numeri della Sicilia

I dati del XIII Rapporto sull’Economia del Mare, elaborati dall’Ufficio Studi di Bper Banca, dipingono una Sicilia che corre, ma non abbastanza. Con 29.561 imprese del mare e una crescita del +2,6% rispetto al 2023, l’isola è terza a livello nazionale, dopo Lazio e Campania. La Blue Economy pesa per il 6% sul valore aggiunto regionale e per il 6,2% sull’occupazione totale: numeri rilevanti, ma inferiori a quelli di Sardegna (8,8% di VA e 7,8% di occupazione) e Liguria (13,8% e 15,4%), le due regioni di riferimento per specializzazione marittima.

La struttura delle imprese: turismo prima di tutto

Come nel resto del Mezzogiorno, il tessuto imprenditoriale siciliano della Blue Economy è dominato dai servizi di alloggio e ristorazione, che costituiscono il segmento più ampio e dinamico. Palermo, con 7.076 imprese blue, è una delle prime dieci province italiane per numerosità assoluta — sostenuta soprattutto dal turismo (quasi 4.900 imprese), con la logistica a 900 e la cantieristica a 400. Anche Messina è nella Top Ten con 5.294 imprese di cui 3.700 nel turismo, 700 nella logistica, 300 nella cantieristica, 300 nell’Ittico.

Anche Messina appare tra le province rilevanti per traffico passeggeri: i suoi porti — in particolare quello dello Stretto — si collocano ai primissimi posti in Europa per movimentazione di passeggeri marittimi. Secondo i dati europei del 2023, il porto di Messina è il primo in tutta l’Unione europea, con oltre 10,9 milioni di passeggeri, davanti a Reggio Calabria (10,7 milioni) e Helsinki. Un primato costruito però quasi esclusivamente sui traghetti dello Stretto — un traffico ad alto volume ma a basso valore aggiunto.

Le criticità: perché la Sicilia non decolla

Cantieristica minore e assenza di poli ad alto valore. La cantieristica siciliana è classificata come “cantieristica minore e refit” — un posizionamento utile ma lontano dall’eccellenza industriale di Liguria, Toscana e Friuli-Venezia Giulia, dove si concentrano superyacht, navi da crociera e navalmeccanica avanzata. Il refit (manutenzione delle imbarcazioni) è un comparto in crescita nel Mezzogiorno, ma deve ancora esprimere a pieno tutte le sue potenzialità.

Traffico passeggeri ad alto volume, basso margine. Il primato di Messina nel traffico passeggeri europeo è reale, ma la sua natura — prevalentemente traghetti locali dello Stretto — genera ricavi contenuti.

Filiera ittica in contrazione. La pesca siciliana è storicamente rilevante, ma il comparto registra una flessione generalizzata: a livello nazionale, le imprese ittiche calano del -3,6% nel 2024, e la Sicilia non fa eccezione. Pressioni strutturali come il ricambio generazionale, l’aumento dei costi energetici e la concorrenza internazionale erodono la base produttiva.

Assenza nei comparti innovativi. Il report segnala un ritardo dell’Italia — e a maggior ragione del Sud — nelle energie marine offshore, uno dei settori a più alta crescita della Blue Economy europea (+42% di valore aggiunto eolico offshore nel 2022). La Sicilia, pur geograficamente esposta ai venti del Mediterraneo, è sostanzialmente assente in questo comparto. Lo stesso vale per la blue biotechnology e per la digitalizzazione della logistica marittima.

Infrastrutture portuali frammentate. Con 142 strutture portuali — la dotazione più alta d’Italia — la Sicilia soffre di una frammentazione che disperde risorse e impedisce la formazione di hub competitivi. La mancanza di un porto capace di intercettare grandi flussi di merci internazionali pesa sulla competitività logistica dell’isola rispetto ai grandi scali del Nord Europa.

Le opportunità: cosa la Sicilia può ancora fare

Nonostante le criticità, il report individua traiettorie di sviluppo concrete — alcune delle quali vedono la Sicilia in una posizione favorevole di partenza.

Potenziamento del refit e dei servizi di lusso. Il Mezzogiorno — e la Sicilia in particolare — è identificato dal report come un’area con crescente vocazione per il refit e i servizi ad alto valore per la nautica di lusso. La domanda di superyacht cresce, e le infrastrutture potrebbero essere potenziate per intercettare una clientela internazionale disposta a spendere molto durante la sosta. A Messina questa opportunità ha trovato concretizzazione nell’avventura aziendale di Zancle 757 dell’imprenditore Rocco Finocchiaro che, purtroppo, però. ha dovuto scontrarsi con difficoltà di varia natura.

Turismo crocieristico e portualità turistica. Con 1.652 km di coste e un patrimonio culturale, paesaggistico e gastronomico unico, la Sicilia ha margini enormi per rafforzare il turismo marittimo di qualità. Ma questo richiede investimenti in infrastrutture di accoglienza, nella fluidità delle operazioni portuali e nel collegamento con l’entroterra, anche urbano, laddove possibile come a Messina.

Nuovi poli cantieristici nel Mezzogiorno. Il report segnala esplicitamente che “il potenziamento delle infrastrutture portuali e la creazione di nuovi poli cantieristici nel Mezzogiorno potrebbero aumentare significativamente il valore aggiunto industriale”, anche sfruttando la domanda legata alla difesa e alla cantieristica dual-use (cioè per fini militari e civili). La Sicilia, con la sua posizione strategica nel Mediterraneo e la vicinanza alle rotte militari, potrebbe candidarsi a ospitare capacità produttive navali di maggiore complessità.

Energie marine rinnovabili. L’Unione europea punta a 111 GW di eolico offshore entro il 2030. Il Canale di Sicilia e le acque meridionali italiane sono tra le aree con maggiore potenziale per l’eolico galleggiante, la tecnologia emergente che supera il vincolo dei fondali profondi. Intercettare questi investimenti significherebbe per la Sicilia creare migliaia di posti di lavoro qualificati e costruire una filiera industriale nuova.

Logistica mediterranea. Le tensioni geopolitiche — dalla guerra in Ucraina alle crisi nel Mar Rosso — stanno ridisegnando le rotte commerciali globali. Il Mediterraneo torna centrale e la Sicilia, per la sua posizione, potrebbe ambire a diventare un nodo logistico rilevante, a patto di investire in un porto capace di gestire traffici merci di scala internazionale.

La Blue Economy in Sicilia può ancora crescere

In definitiva, la Sicilia è una regione che ha già costruito una presenza solida nell’economia del mare — ma ancora lontana dall’esprimere il suo pieno potenziale. I numeri mostrano crescita, ma concentrata nei segmenti a minore valore aggiunto. La sfida dei prossimi anni sarà riuscire a salire lungo la catena del valore: trasformare un mare di traghetti e ristoranti in un sistema integrato di cantieristica, logistica avanzata, energia e turismo d’eccellenza.

Articolo scritto con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale

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