La passione per la musica li accompagna fin da ragazzi, bravura e talento hanno permesso loro di sbarcare oltreoceano
Come vi siete avvicinati alla musica e ai vostri strumenti?
L.T.: Mi sono avvicinato alla tastiera a circa sei anni, ma il mio primo strumento è stato la batteria, che già armeggiavo da un paio d’anni. Da allora ho sempre suonato ogni giorno, improvvisando. Avevo un organo a due tastiere. Il piano i miei genitori me lo regalarono quando avevo 14 o 15 anni. La svolta della mia vita musicale avvenne nel 1980, quando vidi Bill Evans dal vivo, a Londra.
G.M.: Ho iniziato all’età di 5 anni a suonare la chitarra e da allora non ho mai smesso. Ho attraversato diverse fasi, dal rock alla classica fino al jazz e alla musica improvvisata. Suono anche diversi strumenti a corda, come oud, bouzuki e sitar (n.d.r.: e strumenti a percussione, come le tabla), dei quali ho approfondito la tecnica nel corso degli anni.
Raccontate il vostro percorso musicale, anche attraverso i progetti che avete, insieme e separatamente, realizzato
L.T.: Sono sempre stato autodidatta. Dopo la laurea in giurisprudenza, mi sono dedicato più approfonditamente agli studi jazzistici, frequentando seminari e campus specializzati (Siena , Perugia, Londra e altri), ma soprattutto ho studiato privatamente per circa sei anni con Salvatore Bonafede, mio modello assoluto. Ho anche preso alcune lezioni private a New York da Richie Beirach, uno dei miei pianisti preferiti.. Ho iniziato a suonare in pubblico all’inizio degli anni 90 con il quartetto Jazz Entertainment, di cui faceva parte anche la vocalist Rosalba Lazzarotto, con cui collaboro ancora oggi. Mi sono dedicato alla creazione di laboratori musicali con progetti originali: mi piace ricordare quello del 2001, diretto da Kenny Wheeler. Nel 2002 è nato il Mahanada Quartet, con Giancarlo, Carmelo Coglitore e Carlo Nicita, con cui abbiamo registrato tre CD, ci siamo esibiti in varie parti del mondo ed abbiamo ottenuto tanti riconoscimenti.. Mahanada è stato ed è tuttora, per me, una tappa fondamentale del mio percorso artistico. E poi, importantissima, la musica per teatro e il laboratorio universitario coordinato con lo stesso Giancarlo.
G.M.: Dopo gli studi al Conservatorio di chitarra classica e Jazz, mi sono dedicato a vari progetti che spaziavano dall’etno-jazz al jazz. Il mio primo cd è stato ISOLOGOS (Ethnoworld), in cui accostavo strumenti etnici quali il sitar, il bouzuki e le percussioni orientali, all’arpa, al violoncello e al flauto di estrazione classica. Successivamente, insieme a Luciano e a Carlo Nicita e Carmelo Coglitore, abbiamo formato l’ensemble Mahanada Quartet, con il quale abbiamo inciso tre Cd: UNO (Ethnoworld), TARANTA’S CIRCLES (Splasc(H) Records) e MANNAHATTA (Splasc(H) Records), che segnano tre punti di svolta fondamentali nel percorso artistico della formazione. Contemporaneamente, insieme a Luciano, ho realizzato sette colonne sonore di opere teatrali e un laboratorio di musica per teatro presso l’Università di Messina. Un episodio a sé è il mio progetto per chitarra sola PURE LANDSCAPES (Dodicilune), nel quale ho fissato la mia visione della chitarra classica attraverso 12 composizioni dal sapore intimo e impressionista.
Com’è nata la vostra collaborazione?
L.T.: Con MAHANADA certamente. Si è cristallizzata suonando musica di scena per un paio di anni, nel 2005-2006, in una esperienza formativa assai importante. Suonavamo insieme quasi tutti i giorni.
G.M.: E’ nata con l’ensemble MAHANADA, ma si è focalizzata nel corso della nostra esperienza teatrale, che ci ha portato a suonare insieme quasi ogni giorno per due anni.
Cosa vi piace l’uno della musica dell’altro?
L.T.: Giancarlo è un chitarrista senza eguali. Lui capisce perfettamente, in tempo reale, il contesto musicale, la direzione che la musica sta prendendo, e te la restituisce nel modo che non ti aspetti: così la interazione musicale può prendere direzioni sempre più sorprendenti ed infinite. E poi non devo preoccuparmi mai di cosa lui si aspetta che io suoni: e questa è la cosa che preferisco in assoluto in un musicista.
G.M.: Luciano è un pianista unico con uno stile assolutamente personale. Della sua musica mi piace la capacità di essere ironico e poetico allo stesso tempo e di prevedere, suggerire o assecondare le trasformazioni del materiale sonoro che si susseguono quando suoniamo in duo.
Com’è nato, tre anni fa, “Seven Tales about Standards Vol. 1” (Splasch Records)?
L.T.: Durante una pausa in una rappresentazione teatrale a Taormina Arte. Quel giorno gli attori non provarono e, nel teatro vuoto, abbiamo registrato
G.M.: Quasi per caso, nel corso di una tournèe teatrale abbiamo registrato di getto diversi standards tra cui quelli contenuti nel disco.
Riscontrate differenze di approccio interpretativo agli standard nel vostro recentissimo lavoro, “Seven Tales About Standards Vol. 2” (Splasch Records), rispetto a tre anni fa?
L.T.: Anche se sono passati tre anni dal primo, credo che i tratti fondamentali siano rimasti.. Può sembrare, ma solo apparentemente, più ortodosso rispetto al primo.
G.M. Per quanto mi riguarda, nel Vol. 1 ho usato la chitarra classica, mentre nel Vol. 2 la chitarra da jazz semiacustica, con notevole differenza fra i due dischi sia dal punto di vista timbrico che espressivo.
Qual è il senso di suonare gli standard oggi?
L.T.: Lo standard per me rimane quanto di più bello da suonare e da ascoltare. Il più delle volte perfetto nella sua concezione compositiva, perfettibile nella mente del jazzista ed estremamente decifrabile per l’ascoltatore.
G.M.: Lo standard rappresenta un pezzo di memoria collettiva e nello stesso tempo un contenitore che racchiude in sé infinite possibilità di sviluppo degli elementi musicali che lo compongono.
Quale obiettivo vi prefissate, nell’atto di suonare, a livello sia tecnico che emotivo, nella dimensione del duo?
L.T.: Raccontare una storia in due. Possibilmente la propria.
G.M.: Una musica spontanea e libera da schemi.
Accostare due strumenti armonici come piano e chitarra può essere una sfida e una risorsa: quanto avete sentito tale accostamento come una sfida e quanto come una risorsa, nella realizzazione dei due volumi di “Seven Tales about Standards”?
L.T.: Sinceramente non ho mai percepito problemi armonici. Sento, invece – ed è una cosa che mi piace molto –, un senso di profonda “coscienza armonica”.
G.M.: Non abbiamo mai percepito il senso della sfida, ma cerchiamo sempre di sfruttare al massimo le grandi risorse dei nostri strumenti.
Quali sono le vostre prossime date in duo?
L.T.: Il prossimo aprile suoneremo negli Stati Uniti a Philadelphia e New York: uno dei concerti, il 15 Aprile, sarà al Metropolitan Room di New York, una specie di “culla” dello standard americano. Lì si esibiscono soprattutto le grandi star di Broadway. Di questo, sinceramente, sono molto contento, perché il mio amore per il jazz nasce soprattutto dal musical americano.
G.M.: E la cosa piuttosto inusuale del nostro tour americano di quest’anno è che andremo a suonare in tre posti completamente diversi l’uno dall’altro: infatti, oltre al Metropolitan Room, suoneremo, l’11 Aprile, al Chris Jazz Cafe,, jazz club per puristi, probabilmente il più conosciuto di Philadelphia, e, il 12 Aprile, in una delle “tane” della musica d’avanguardia di New York, l’ABC No-Rio, in un set totalmente improvvisato, con la partecipazione del sassofonista americano Blaise Siwula, molto conosciuto nell’area creativa newyorkese.
Parlate della vostra esperienza in campo didattico
L.T.: Seguo, con grandissimo piacere, alcuni pianisti, ma anche strumentisti in generale. Inoltre, insieme al batterista Filippo Bonaccorso, a Messina, conduciamo un workshop settimanale sull’improvvisazione.
G.M.: Insegno chitarra jazz al Conservatorio di Trapani, Composizione per la Popular Music e Improvvisazione al Conservatorio di Vibo Valentia. Tengo seminari e workshops sulla chitarra jazz, la musica improvvisata e gli strumenti a corda del Mediterraneo.
Come vedete la scena del jazz nel meridione d’Italia?
L.T.: Nel Meridione ci sono tanti bravissimi musicisti, che meriterebbero di essere più apprezzati..
G.M.: Purtroppo, come succede in tutti gli altri aspetti della cultura, un meridionale deve “dimostrare” lontano dalla propria terra le proprie capacità per poi essere riconosciuto in loco!
“Seven Tales About Standards” Vol. 1 e Vol. 2: ci sarà un Vol. 3?
L.T.: Certo! A New York, al termine dei concerti americani, registreremo il terzo volume della serie. Sarà interamente dedicato alla musica di Howard Dietz e Arthur Schwartz.
G.M.: Il Vol. 3 lo registreremo a New York alla fine del tour e sarà interamente dedicato alla musica di H. Dietz e A. Schwartz.
Progetti per l’immediato futuro, anche al di fuori del Duo?
L.T.: Un progetto un po’ complesso a cui sto lavorando dal 2005: un CD di piano solo che spero sarà pubblicato entro il 2009. Inoltre, è appena uscito il secondo CD di Rosalba Lazzarotto, in cui suono il piano.
G.M.: A New York registrerò anche un disco di standard per chitarra sola. Prossimamente uscirà un CD del mio trio con la partecipazione di Salvatore Bonafede al piano.
Giuseppe Alfredo Restuccia
