Dopo le liste per Veltroni e la Bindi, tocca ai “lettiani-: in città il candidato che contende la leadership regionale a Genovese
Il rush finale è partito come un treno in corsa. Mancano, infatti, dodici giorni al giorno delle primarie che diranno chi guiderà, in Italia e nelle varie regioni, il nascente Partito Democratico. Ieri in città sono state presentate una delle liste pro-Veltroni e quella che sostiene la Bindi (entrambe appoggiano la candidatura regionale di Francantonio Genovese). Oggi tocca ai nomi di coloro che hanno scelto Enrico Letta come riferimento nazionale (alle 17.30 la presentazione ufficiale alla Provincia), e che non hanno voluto “accordarsi- alla candidatura di Genovese, appoggiando l’unica alternativa siciliana, il sindaco di Caltanissetta Salvatore Messana (nella foto).
Secondo Pippo Trimarchi, ex segretario provinciale dei Ds, candidato nel collegio Mata-Grifone, Messina Sud «Messana, unico candidato alternativo a Francantonio Genovese, intende incarnare un’idea della politica libera dal gioco di interessi personali e di gruppo, che non si nasconda dietro la retorica delle parole e dei vuoti proclami senza seguito ma sia davvero strumento di innovazione solidale, di trasparenza e di condivisione delle scelte».
«Perché questo obiettivo – prosegue Trimarchi – si possa davvero realizzare è necessaria, però, la partecipazione dei cittadini, altrimenti è forte il rischio che la spinta di cambiamento nei metodi e nelle prospettive non riesca a trovare esito positivo».
Abbiamo voluto conoscere, dunque, Salvatore Messana, che ci spiega perché ha deciso di scendere in campo.
«Noi abbiamo sin dall’inizio avvertito la necessità di proporre una candidatura, non necessariamente la mia. L’importante era ed è dare opportunità di scelta sia per i candidati sia per le diverse sensibilità che nelle liste sono rappresentate. In tanti hanno condiviso questa pluralità, portando ognuno la propria esperienza utile ad un approccio democratico. Certo, avremmo preferito più candidati, ma che dire, meglio due che uno solo».
Le decisioni prese sostanzialmente dall’alto che hanno portato al ritiro delle candidature di Lumia e Latteri vanno letti come segnali preoccupanti di un mancato cambiamento?
«Se è questo ciò che si percepisce, non fa bene al Partito Democratico. E’ comunque un discorso che non ci riguarda, perché non abbiamo ricevuto alcuna indicazione nemmeno da Letta, le nostre sono state candidature scelte e sviluppate in sede locale. Questo è il senso di una reale partecipazione democratica di base, anzi, sarebbe stato opportuno un ulteriore maggior coinvolgimento anche per le candidature regionali».
Dando un’occhiata alle vostre liste, si nota una folta rappresentanza della cosiddetta “società civile-. E’ questo il vero segno di innovazione?
«Le nostre sono liste mediamente giovani. C’è una presenza qualificata di cittadini non italiani, di candidati che non hanno ancora compiuto i 18 anni, e come la regola prevede c’è una forte componente femminile. La nostra idea era che questo non fosse il “partito degli ex-, e non a caso la quasi totalità dei candidati non ha ricoperto o ricopre incarichi istituzionali».
Perché Enrico Letta, piuttosto che Veltroni o la Bindi?
«Ci siamo avvicinati a Letta perché bene interpreta, a nostro modo di vedere, il senso di partito post-ideologico, per il quale di fatto è nata l’idea del Partito Democratico. L’idea di base era quello di apportare un cambiamento interno senza subire fattori esterni. La storia deve senz’altro essere il punto di partenza di tutti noi, ma non può essere il punto d’arrivo. Scegliere i candidati in base alla propria storia “politica- sarebbe stata, ed è stata in alcuni casi, una contraddizione di fondo. Su questi punti di principio Letta è sempre stato chiaro, è lo ha dimostrato sapendo applicare il metodo democratico senza condizionare la scelta dei nomi. La dimostrazione che la democrazia non è, secondo Letta e secondo noi, un principio astratto».
Genovese e Veltroni sono ritenuti i favoriti. Qualora queste primarie dovessero dar loro ragione, quale sarà il vostro ruolo all’interno del Partito Democratico?
«Lo stesso di adesso. La competizione elettorale è il principio della democrazia, il nostro ruolo sarà quello di continuare a rappresentare all’interno del partito le sensibilità che stiamo portando avanti in questi giorni».
Quella siciliana la potremmo definire una competizione tra sindaci. Quali sono i punti che la contraddistinguono dal primo cittadino di Messina, Genovese?
«Che ci siano due sindaci in pista è, a mio modo di vedere, un fatto positivo. Ed è la dimostrazione che la politica si ricorda sempre dei sindaci quando è in difficoltà. Questo per la vicinanza quotidiana che i primi cittadini hanno con la gente. E’ chiaro che io e Genovese amministriamo realtà diverse, Messina è un’area metropolitana, mentre Caltanissetta un comune di provincia. Genovese merita tutta la mia stima e amicizia, però arriviamo a queste primarie partendo da presupposti diversi. Nessuno ha deciso la mia candidatura, questo perché s’è voluto da subito dare un contributo forte alla libertà di scelta: io non chiedo un voto a mio favore che non sia realmente convinto. E’ una questione di metodo, non di progetto. Poi è chiaro che la nostra impostazione si innesta in quella che è la realtà regionale, e la nostra posizione è di criticità nei confronti della debole opposizione fatta dal centrosinistra, ma soprattutto di come il centrodestra ha governato questa regione».
