La scia di fango su Messina: tracce, sensazioni, immagini

La scia di fango su Messina: tracce, sensazioni, immagini

La scia di fango su Messina: tracce, sensazioni, immagini

domenica 04 Ottobre 2009 - 23:39

Da Giampilieri a Scaletta quello che gli occhi riescono a raccontare

Il fango scivola sporcando la pioggia che cade e le lacrime di chi ha perso tutto. Giampilieri, Briga, Scaletta: uniti nel dolore e soffocati da quell’aria che sa ancora di terra. Da Altolia e Molino l’urlo neanche si sente. La richiesta d’aiuto rimane strozzata in gola. I centri sono isolati. Nella maggior parte dei casi il torrente e la montagna hanno trascinato con sé i sacrifici di un’intera vita, oltre alla certezza di una casa e alla pace delle comunità. Dalla notte di giovedì tutti i sentimenti sono stati risucchiati da quella valanga di detriti e polvere. Paura, terrore, angoscia, disperazione. Ma anche felicità, perché un proprio caro è ancora vivo. Nei volti dei nostri concittadini c’è tutto.

L’asfalto scivola lento e scostante. Continue pozzanghere melmose calpestate dagli stivali che dentro vi sguazzano a stento. Intorno è devastazione: di automobili, cassonetti, case e persino di binari. Poi attraversi la ferrovia che diventa l’unica via d’uscita e di entrata da quella tana maledetta blindata dalla forza della natura. Sali e vedi spalare con fatica e sudore, perché bisogna reagire subito. I ragazzi dell’Esercito, gli esperti della protezione civile, i tecnici, le forze dell’ordine, i volontari, il loro impegno e la grande solidarietà fa purtroppo solo da contorno alle storie traumaticamente forti che chiedono di non essere dimenticate.

Si piange e si scava in attesa di una buona notizia che con il passare delle ore si allontana come la speranza di stare vivendo solo un incubo. Il caos dei soccorsi si mischia allo spaesamento di chi vede sotterrato il presente. La pioggia che ogni tanto compare quasi a volere ancora sbeffeggiare chi è riuscito a superare il “ponte” della tragedia. I bambini vorrebbero giocare ma non è tempo, gli anziani hanno spazio per l’ultima preghiera e poi via, anche loro dovranno essere sfollati dopo una notte a cercare l’aiuto di Dio, facendo scivolare tra le dita i grani del rosario. C’è chi non risponde ai soccorritori, si barrica in casa: avendo perso la fiducia sente che la vita è racchiusa solo tra quelle mura che tuttavia continuano ad essere minacciate.

Quando cammini e ti impantani tra gli affetti della gente non puoi fare altro che guardarti intorno cercando una via d’uscita. Una via d’uscita non dal villaggio ma dalle cause che hanno provocato il disastro. Ti giri e ti accorgi di stare camminando ad un metro di altezza, ti appoggi alle ringhiere dei balconi dei primi piani e non ti rendi conto che sotto i tuoi piedi potrebbe anche esserci il corpo di uno di quei 40 dispersi che rimangono tristemente in un elenco di nomi senza volto. Dispersi come i pensieri di chi ha passato un’intera notte su un tetto, al riparo, lì dove la frana non poteva colpire. Dispersi come i vicoli di quei centri che hanno smarrito la propria conformazione, piegandosi insieme ad abitazioni diventate macerie. I corsi d’acqua continuano incessanti la loro marcia verso il mare. Si fa buio, poi giorno, poi ancora buio e nuovamente giorno. Il rumore dei mezzi di soccorso, degli elicotteri e delle pale che si alternano alle mani; si lavora ancora. Le notizie si susseguono nei collegamenti dei reporter ma non c’è ancora chiarezza. Nella mente delle persone rimbomba tutto, dall’estrema zona sud di Messina fin dove comincia la provincia ionica. La rabbia emerge “dura”, come i massi, dal petto di chi aveva già visto tutto due anni fa e sentiva che presto sarebbe riaccaduto. Sono passate oltre 72 ore, ma la furia della catastrofe non ha scritto interamente sul suo libro i nomi di coloro che ha portato via con sé.

Uomini, donne, famiglie, piccole creature, vivi o morti. Messina si strige intorno a loro. Negli occhi dei superstiti scorre la gara di solidarietà, ma il “trofeo” più importante dovranno conquistarlo altri mettendo al centro di ogni agenda di lavoro la sicurezza dei -propri- cittadini e la salvaguardia del proprio territorio perché come diceva Josè Ortega y Gasset, “Io sono me stesso più il mio ambiente, se non preservo quest’ultimo non preservo allora nemmeno me stesso”

Emanuele Rigano

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