... un viaggio fra i kunama
Un viaggio nel Corno d’Africa è sempre un modo per ripercorrere il passato “recente” del nostro paese che, in quell’area geografica, ha cercato di realizzare una “sponda” coloniale, in linea con tutte le altre potenze europee dell’epoca.
Asmara, infatti, è un esempio concreto di quella italianità che ancora resiste sia nell’architettura delle case e dei palazzi che nella lingua, ancora parlata dagli anziani e tenuta viva da una delle più grandi scuole italiane all’estero.
Fa un certo effetto, infatti, leggere le insegne dei negozi scritte in lingua italiana oppure visitare una delle più grandi scuole italiane all’estero e, ancora, ascoltare la S. Messa nella nostra lingua o parlare per strada con le persone senza alcun problema linguistico.
La mia visita di Asmara parte da Harnet Avenue, il cuore della capitale, dove si affacciano molti dei palazzi governativi ed amministrativi; da non perdere assolutamente sono il Teatro dell’Opera, la Cattedrale cattolica con annesso campanile da dove si gode un panorama a 360° sull’intera città ed il Cinema Impero.
Proprio su questa via si affacciano graziosi bar, sempre affollati da asmariti che si rilassano sorseggiando un cappuccino accompagnato da ottimi dolci locali.
Lasciata la via principale, è piacevole farsi trascinare dalla brezza dell’altopiano e girovagare fra le stradine laterali dove si trova la zona del mercato (suddiviso per settori merceologici: dall’ortofrutticolo ai prodotti per la casa, dall’artigianato locale ai tessuti in genere); un mercato particolare è quello di Madebar, un vecchio caravanserraglio dove vengono riciclati tutti i materiali recuperabili per trasformarli in utensili vari; è davvero un colpo d’occhio, di forte impatto, che va visitato prima che sparisca.
Ma è tutta la città che va vissuta casa dopo casa, palazzo dopo palazzo, passando dalla Fiat Tagliero al Cinema Roma, dalla Cattedrale coopta alla grande Moschea, dalle Scuole Italiane al Cimitero italiano; affascinante diventa “perdersi” nell’estesa periferia disseminata di villette Art Deco dove dimoravano intere famiglie italiane.
Bisogna stare almeno due giorni ad Asmara per gustare un po’ della sua vivace architettura realizzata dagli italiani negli anni ’30 e, paradossalmente, rimasta intatta grazie all’isolamento provocato dalla guerra e dalla povertà del paese; due giorni sono inoltre necessari per richiedere il “pass” per poter circolare all’interno del territorio.
Infatti, per gustare l’africanità di questo paese, bisogna allontanarsi dalla capitale e percorrere le vie che gli italiani costruirono durante la loro presenza.
Decido, quindi, di visitare la remota regione del Gash-Barka.
Qui, il paesaggio offre i panorami più svariati: distese di sabbia che si spingono fino alle pendici di maestose formazioni rocciose mentre i letti dei fiumi lambiscono macchie boschive di Tamarischi e Palme Dum.
Con la jeep percorro quindi la strada che costeggia la vecchia ferrovia (sempre costruita dagli italiani) e attraverso piantagioni che imprenditori italiani avevano creato dal nulla; in un paio di ore arrivo a Keren dove mi aspetta una visita di alcune ore all’ordinato cimitero degli italiani e degli ascari, al maestoso baobab che “ospita” al suo interno una piccola cappella votiva e al mercato degli orafi.
Risalgo sulla jeep fino e proseguo fino alla Scuola Agraria di Agaz dove mi fermo per visitare questa interessante sperimentazione gestita dagli italiani; finalmente, dopo altre tre ore di strada raggiungo Barentu, capoluogo della regione; inizio qui la mia scoperta/incontro delle varie etnie che popolano questo territorio, dei loro usi e delle loro tradizioni.
Questo è il territorio dei Kunama: etnia maggioritaria in questa regione, che ha origine nilotiche e che è la più antica etnia esistente in Eritrea.
Oltre ai Kunama, lungo il percorso incontro popolazioni di altre etnie: i Beni Hamer, i Nara, i Tigrini, gli Afar, i Bileni, ed altri ancora.
Ognuno di loro è riconoscibile da alcuni “segni” particolari; ad esempio dalla pettinatura dei capelli, o dai “tagli” che portano sulle guance, ovvero dal colore dei vestiti o dai monili che indossano.
Insomma, è una vera e propria esplosione di colori che lungo la strada riempie di emozione la mia fantasia.
Di tanto in tanto, scendo dalla jeep per vedere da vicino la moltitudine di persone che, quotidianamente, si sposta da un villaggio all’altro – a piedi o a dorso di dromedari o asinelli – in cerca di prodotti da vendere e da acquistare, di relazioni da mantenere, di opportunità da scoprire.
I turisti, in quest’area, sono oramai quasi inesistenti: solo qualche tecnico e personale di organizzazioni internazionali; infatti, le difficoltà di circolazione imposte dal governo per motivi di sicurezza non permettono agli stranieri di muoversi con facilità in questa regione che si trova, non dimentichiamolo, al confine con il Sudan e con l’Etiopia (con la quale l’Eritrea ha concluso da qualche anno una sanguinosissima guerra senza aver raggiunto ancora una pace definitiva).
I segni degli aspri combattimenti sono ancora ben visibili lungo la strada, ai cui bordi si ammassano tuttora carcasse di cingolati e mezzi corazzati; non mancano le trincee dove tanti uomini e donne hanno combattuto per anni per conquistare l’indipendenza.
E intanto continuo a girare attraverso i villaggi che incontro lungo il mio percorso: Bimbilna, dove insiste un’azienda agrumicola gestita dai frati cappuccini, Fode, Ebaro, Delle, Shambuko, Kona e tanti altri; in alcuni mi fermo e, dopo un attimo di perplessità, la gente mi invita ad entrare nelle loro capanne: i tukul.
E’ davvero disarmante vedere come le loro abitazioni – costruite ancora con fango e paglia – sono essenziali ma pulite ed ordinate e, nonostante ciò, gli abitanti riescono ad offrire all’ospite una calorosa accoglienza con quel poco che c’è: una tazza di te, qualche dolcetto, un sorriso.
Arrivando in un villaggio, non è difficile (come mi è capitato) trovare la gente riunita sotto il maestoso baobab per discutere e prendere decisioni importanti per l’intera comunità.
A Tesseney, paese al confine col Sudan, visito alcune piantagioni di banane e di cotone; vengo anche invitato al “rito” del caffè: si chiacchiera mentre una donna inizia a tostare i chicchi del caffè per poi pestarli nel mortaio e quindi inserire il prodotto già polverizzato in un utensile in terracotta (a forma di bottiglia) dove l’acqua prenderà il profumo e l’aroma del caffè fresco.
Questa operazione dura alcune ore e l’ospite non può sottrarsi al “cerimoniale” e bere almeno due/tre tazzine colme.
Sono tempi e ritmi che noi “occidentali” abbiamo perso oramai da tempo per rincorrere con affanno i vari impegni della quotidianità, a scapito delle relazioni umane e del benessere personale.
A Tesseney, città di frontiera, si nota un grande movimento di gente e di merce: il commercio con il vicino Sudan è continuo e anche l’influenza religiosa delle vicine madrasse è visibile grazie alla presenza di folti gruppi di fedeli che partecipano alla preghiera nella grande moschea.
Insomma, questo viaggio in Eritrea mi ha fatto scoprire non solamente un paese ricco di fascino e di bellezze naturali ma soprattutto un’umanità ricca di dignità che riesce ancora a trasmettere, attraverso uno sobrio stile di vita, alti valori di ospitalità e generosità.
Il mio viaggio, però, non finisce qui; ancora vi sono altre regioni da scoprire e che, in più viaggi, ho avuto la fortuna di visitare. Non mi rimane altro che invitarvi alla prossima “avventura in Eritrea”.
