Dibattito al Genio Civile. Parla il responsabile del servizio sismico della Regione Sicilia: Messina la città con il cemento armato più vecchio

Dibattito al Genio Civile. Parla il responsabile del servizio sismico della Regione Sicilia: Messina la città con il cemento armato più vecchio

Dibattito al Genio Civile. Parla il responsabile del servizio sismico della Regione Sicilia: Messina la città con il cemento armato più vecchio

venerdì 04 Febbraio 2011 - 10:19

Di seguito le riflessioni di Leonardo Santoro, responsabile del servizio sismico della Regione Sicilia e redattore delle “Linee guida regionali per l’effettuazione delle verifiche sismiche in Sicilia. Un importante momento di confronto che deve aiutare Messina a liberarsi dall’ancestrale paura del terremoto

Ritengo utile contribuire al dibattito instauratosi in città a seguito dell’iniziativa dell’Ufficio del Genio Civile relativa al rischio sismico, ponendo sul tappeto le seguenti considerazioni.

Che l’iniziativa di riunire attorno ad un tavolo forze sociali ed istituzionali per affrontare i problemi dell’edilizia in una città ad elevato rischio sismico, sia lodevole, ritengo, nessuno abbia dubbio. Non foss’altro per la rivendicazione delle originarie funzioni dell’ufficio del genio civile consistenti nella vigilanza attuativa sia di norme di sicurezza idraulica che, e vale in maniera particolare per il genio civile di messina, di sicurezza sismica.

L’ufficio è sostanzialmente nato per coordinare la costruzione sismica della città ed è la struttura pubblica designata a seguito dell’emanazione del decreto luogotenenziale del 1909, di classificazione sismica, il primo ufficio in italia che ha iniziato ad approvare, prima dell’edificazione, i progetti per la ricostruzione della messina postsismica.

E’ parimenti vero che Messina, laboratorio mondiale dei sistemi antisismici degli inizi del 1900, oggi si ritrova, unica al mondo, con il cemento armato più vecchio. Un cemento armato che, ripeto, laboratorio privilegiato, solo a messina può essere studiato al fine di comprenderne fino in fondo la reale durata ed efficacia nel tempo. Ben venga quindi, a mio avviso, l’iniziativa di aprire un dibattito cittadino sul tema. Non certo per deviare però l’attenzione verso una non più possibile aggressione incontrollata del territorio, ma per avviare un recupero dell’edificato esistente.

Gli strumenti legislativi in materia sono già a disposizione dei tecnici che vorranno cimentarsi in tale attività.

Quale redattore delle “Linee guida regionali per l’effettuazione delle verifiche sismiche in Sicilia” in gazzetta ufficiale con un decreto del dicembre 2004 ho messo, nelle mie allora funzioni di dirigente del servizio sismico regionale, a disposizione dei tecnici siciliani, la sintesi normativa nazionale, oggi finalmente vigente, e l’esperienza accumulata in 20 anni di studi sui danni causati dai terremoti in diverse parti d’italia.

Parimenti da quell’osservatorio privilegiato ho potuto rilevare come, allora, i tempi non fossero ancora maturi per accogliere tali attività, proprio a messina.

Città come Agrigento, Palermo, Trapani, forse non offuscate dall’atavica paura del terremoto, hanno visto una vivace attività di formazione prima e di azione poi, da parte di ingegneri, architetti, geologi, geometri, in materia. Messina no. Me ne chiesi per anni le ragioni. Oggi ho la risposta, osservando le reazioni all’iniziativa dell’ingegnere capo del genio civile di messina.

La nostra città, i nostri tecnici, hanno bisogno di essere esorcizzati dalla paura del terremoto.

Vedete, l’ho potuto constatare in diverse crisi sismiche, gli effetti del terremoto ti entrano nel DNA, fino agli anni quaranta, i tecnici e le maestranze messinesi erano le più capaci e scrupolose nella progettazione e nella costruzione antisismica (la paura era ancora troppo forte).

Dopo quegli anni si è innescata la reazione opposta.

La tendenza a dimenticare, a rimuovere, a credere che ciò che avevano vissuto i nostri nonni non fosse mai accaduto.

Forse per questo il buon Dio invia periodicamente terremoti, più lievi (non certo con le astrazioni probabilisticamente assunte dall’attuale norma in vigore) per ricordare che il mostro è li.

Dorme ma può sempre risvegliarsi.

Ecco. Oggi plaudo ad un’iniziativa che non voglio credere isolata.

Soprattutto se sarà capace di risvegliare dal letargo istituzioni ed uffici che, fino a venti anni fa, quando si parlava e si scriveva della necessità di ridurre la vulnerabilità sismica, rispondevano facendo gli scongiuri o, peggio, screditando strumenti di prevenzione che si utilizzavano da anni in tutt’italia per tali scopi e solo a messina non andavano accademicamente bene.

In tal senso è stata significativa l’esperienza dell’Aquila dove, ho ritrovato a censire edifici danneggiati, oggi illustri cattedratici, allora assistenti di primo pelo, che utilizzavano gli stessi strumenti metodologici per la valutazione della vulnerabilità sismica che allora pubblicamente bistrattarono.

Infine una riflessione più ampia sulla questione della tutela del territorio.

Messina è una città ricostruita, è vero. Ma è anche, come ho accennato all’inizio, una città che ha individuato, dopo il grande sisma le aree dove riedificare.

Tali aree furono occupate dalle case baraccate all’inizio, dalle prime abitazioni stabili poi.

Messina oggi si ritrova aree pianeggianti, salubri, geologicamente stabili immense, ma degradate.

Aree per le quali non era necessario urbanisticamente scegliere di rendere edificabili le colline ma bastava creare i presupposti giuridici per una ri-ricostruzione.

Quella che poi, giuridicamente fu chiamata risanamento.

Tali aree risultavano caratterizzate dalla presenza di baracche ed abitazioni fatiscenti risalenti al secondo conflitto mondiale ed, in alcuni sporadici casi, ad interventi ricostruttivi temporanei successivi all’evento sismico del 28 dicembre 1908.

In tali spazi, peraltro caratterizzati da un forte pregio urbano, in quanto ubicati, per la massima parte, in aree subpianeggianti poste a ridosso del perimetro urbano degli anni ’50 ed oggi in esso inglobate integralmente, le norme prevedevano che il Comune di Messina provvedesse alla realizzazione ed attuazione di piani particolareggiati ed alla conseguente costruzione di alloggi di edilizia economica e popolare.

Gli alloggi dovevano essere integrati, per evitare la realizzazione di ghetti abitativi, da parchi urbani, infrastrutture primarie e secondarie, centri sociali e di aggregazione.

Le norme prevedevano un’azione amministrativa a doppia regia, da una parte l’Amministrazione Comunale di Messina responsabile della pianificazione urbanistica e della redazione delle graduatorie per l’assegnazione degli alloggi e, dall’altra, l’Istituto autonomo case popolari, Ente Regionale, quale braccio operativo con funzioni di stazione di progettazione e stazione appaltante.

Quel che avvenne nella realtà fu però diverso da quanto previsto nell’idea originaria del legislatore dell’epoca.

Si iniziarono a costruire insediamenti abitativi nelle aree più esterne, lasciando al degrado quelle più interne al perimetro urbano.

In queste nuove periferie, prive di servizi sociali, furono quasi “deportati” gli abitanti delle baracche che vivevano nelle aree di maggior pregio interne alla città.

Questa popolazione, la più “cittadina doc” dei sopravvissuti di Messina, al terremoto prima ed ai bombardamenti delle fortezze volanti degli alleati (di chi ?) si ritrovò trasferita in contesti sociali ed in luoghi estranei e lontani ai quartieri di origine.

Leonardo Santoro

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