Con tutta probabilità entro venerdì la liberazione completa del -Villaggio Fatima-. Ci siamo recati nel campo della Zona Falcata per testare l’umore dei “residenti” che a breve abbandoneranno le fatiscenti strutture. La comunità si divide: da un lato coloro che desiderano una casa vera, dall’altra gli “aficionados” che non vogliono rinunciare alle -comodità-. Nel mezzo una città che spera nel ritorno di una cittadella veramente “Real”
Ventidue anni contro 24 ore, al massimo 48. Quelle che separano le 13 famiglie del campo rom di San Raineri dall’abbandono definitivo di uno dei luoghi, ci venga passato il termine, più “significativi” della città. Significativo perché quella parte di zona Falcata, a pochi metri di distanza dal cavalcavia che separa due mondi, rappresenta non solo il simbolo di una rinascita che Messina fatica a conquistare, ma anche il “regno” delle tante famiglie di extracomunitari, (per la maggior parte kosovari, serbi e macedoni) che lì hanno cresciuto almeno tre generazioni di figli: coloro insomma che nel linguaggio parlato siamo soliti definire “zingari”. Un’etichetta che loro stessi si attribuiscono senza troppi problemi, in modo anche piuttosto ironico, e che in fondo non li preoccupa, perché si sentono messinesi.
Non lo scriviamo per “sentito dire”, ma ce lo spiega in modo chiaro Joseph Faryzey, “capo-tribù” del campo, mentre sorseggiamo un buon bicchiere di “Birra del Sole” (che in questo periodo fa sempre bene) nella sua casa-baracca. Con lui abbiamo cercato di capire cosa significa, dopo oltre vent’anni, essere ad un passo dall’ingresso di una vera abitazione. Ci siamo dunque recati lì dove tra qualche giorno non ci sarà più nulla, se non i macchinari “assoldati” per demolire definitivamente strutture fatiscenti, che a prescindere dalle opinioni rappresentano un pezzo di “storia” di Messina.
C’è chi lava tappeti , chi prepara fagotti creati con enormi lenzuola, chi svuota le mensole degli armadietti mettendo da parte soprammobili e chincaglierie, perché buona parte di quelle cose dovranno lasciarle nel “Villaggio Fatima” di San Raineri: nelle nuove case non c’è spazio sufficiente e soprattutto bisogna adattarsi perché negli appartamenti, della grandezza più o meno di 100mq ciascuno, verranno sistemate due famiglie. Aspetto quest’ultimo che divide la comunità in due distinte fazioni: quella composta da coloro che non vedono l’ora di lasciare le baracche in cambio di un tetto e pareti degni di tale nome, e Faryzey e tra questi, e quelli che invece non hanno nessun intenzione di abbandonare quegli spazi, negli anni dotati di molti -comfort-tecnologici-, per andare a vivere in un appartamento provvisorio e, paradossalmente, considerato “di fortuna”. Anzi aggiungono: «Noi di qui non ce ne andiamo fin quando non abbiamo certezza di poter avere una casa nostra – ci spiega Giusppe Vitanza, messinese sposato con una ragazza rom di 24 anni che ha già dato alla luce tre figli – abbiamo bisogno dei nostri spazi, della nostra intimità. Come possiamo condividere la stessa casa con i parenti? Siamo riusciti con sacrificio a rendere vivibile questo posto e invece saremo costretti a lasciare qui la maggior parte delle nostre cose. Questa tv ad esempio ha anche il collegamento a sky per far vedere i cartoni a mia figlia, nella nuova casa come farò?». E Giuseppe, come detto, non è l’unico a pensarla così. Affermazione che lasciano sorpresi ma che di certo non è la prima volta che capita di sentire. Tanti infatti anche i cittadini messinesi a cui magari spetta un alloggio popolare nell’ambito del programma di risanamento, ma che si mostrano scontenti non appena gli viene data notizia di trasferimento.
Ma questa, come detto, è solo la voce di una parte di San Raineri. A fargli eco le parole di Joseph Faryzey, che rispetto alle dichiarazioni fin qui riportate, afferma: «Ho fatto una grande fatica per riuscire a mettere tutti d’accordo – ci spiega mostrando anche notevole dimestichezza con la lingua italiana – sento di avere fatto tutto il possibile affinché questo giorno potesse arrivare. Anzi devo ringraziare tutte le associazioni che ci sono state vicino, il sindaco e l’assessore Caroniti: non mi sembra ancora possibile che veramente abbandoneremo il campo. Ero convinto che questo momento prima o poi sarebbe arrivato, ma non credevo così presto. Ero sicuro piuttosto che ci avrebbero portati via di qui per poi lasciarci per strada. Invece avremo una casa nostra». Appartamenti che i diretti interessati non hanno ancora avuto modo di vedere perché, date le passate esperienze, l’amministrazione ha preferito mantenere il massimo riserbo evitando il verificarsi di nuovi eventuali atteggiamenti di intolleranza.
Chiediamo a Faryzey se per caso non si senta preoccupato dell’accoglienza che potrebbe essere loro riservata dai “vicini”, ma con estrema serenità risponde: «Non è una cosa che mi preoccupa: io ho già spiegato a tutti che noi dobbiamo dare massimo rispetto perché siamo noi ad andare in queste nuove case, noi saremo gli ospiti. Se poi loro ci apprezzeranno bene, altrimenti non è un nostro problema. Noi però non daremo disturbo. Mai». Una dimostrazione di grande coscienza quella del rappresentante della comunità, che richiama i “suoi” sull’attenti per scongiurare spiacevoli episodi di insofferenza. Va ricordato che tale sistemazione sarà però temporanea: i rom occuperanno questi appartamenti per 18 mesi e nel frattempo seguiranno dei corsi di formazione per operaio, elettricista, fabbro, muratore che gli permetteranno di acquisire le competenze necessarie per costruire successivamente loro stessi l’abitazione definitiva, nell’ambito del famoso progetto di autocostruzione.
Nonostante la felicità perché il traguardo è ormai ad un passo, nonostante il desiderio di abbandonare quelle baracche troppo calde d’estate ma soprattutto troppo fredde d’inverno, esposte all’umidità e alle intemperie dello scirocco «che solo per un miracolo e per le nostre continue preghiere non ci ha mai trascinato via», negli occhi di Joseph Faryzey traspare un po’ di malinconia, e non la nasconde: «Mia moglie piange mentre prepara le cose da portare via. Ha cominciato a sistemare dopo che i city angels questa mattina (ieri per chi legge ndr) ci hanno comunicato che si sarebbero occupati anche di fornirci eventuali scatoloni nel caso in cui ci fossero serviti. E’ molto triste, così come lo sono io: dopo tanti anni sarà strano non vivere più qui». Gli chiediamo come pensa di trascorrere la prima notte “in casa”, o forse sarebbe più corretto dire “fuori casa”, lui ci risponde sorridendo : «Penso che tornerò a dormire qui». Il “capo-tribù” ci confessa poi che pur se con dispiacere assisterà anche al primo giorno di demolizioni: «Mi punge il cuore al pensiero, ma devo esserci, devo essere l’ultimo a salutare la mia casa».
Lasciamo il campo circondati da bambini che escono fuori da ogni angolo, così come al nostro ingresso. Il più piccolo di loro è ancora in culla, ha appena tre mesi e avrà la fortuna di non crescere tra topi, scarafaggi e sporcizia. Ed è questa per Joseph Faryzey la più grande -vittoria-.
Salutiamo e abbandoniamo l’accampamento di San Raineri dove tra qualche giorno, dopo ben 22 anni, non rimarrà che un cumulo di macerie. ELENA DE PASQUALE
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