La benedizione ferma alla dogana.

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martedì 02 Dicembre 2008 - 10:32

Vos et ipsam civitatem benedicimus.

E’ che noi messinesi siamo fatti così. Non ce ne frega.

Siamo siciliani, prima di essere messinesi e quindi non ce ne frega molto di niente. Che si stia parlando di Obama presidente, della crisi economica mondiale o della quantità di piselli da mettere negli arancini, il succo del discorso non cambia. “Mah-, è la sintesi del nostro modo di vedere le cose.

Forse però non è proprio esatto metterla in questo modo. In realtà la nostra noncuranza per ciò che accade nel mondo, la noncuranza siciliana e messinese soprattutto, ha qualcosa di più cosciente e ragionato: abbiamo ereditato nei nostri DNA una sorta di mesta rassegnazione agli eventi che ci circondano. I nostri avi, i nostri antenati, si sono trovati nella posizione di poter decidere qualcosa di importante per se stessi e per la loro vita, in piena autonomia e libertà, assai di rado. Si chiamassero essi arabi, spagnoli, francesi, terremoti, ci sono sempre stati altri che decidevano per loro. Abbiamo splendide città costruite da altri, splendide parole insegnateci da altri, abbiamo occhi azzurri e capelli rossi regalatici da altri, abbiamo monumenti e tradizioni trapiantate qui da altri.

Ed è per questo motivo, a mio parere, che noi buddaci abbiamo quell’aria un po’ così, quelle facce un po’ così, quelle espressioni un po’ così. Un osservatore esterno potrebbe definirci “pessimisti-. Probabilmente è così. E’ un pessimismo però che trae il suo vigore dal fatto di essere monopolista del nostro modo di vedere la vita: non vi è mai stato alcun punto di vista ottimistico, a fargli concorrenza. Siamo pessimisti di un pessimismo orgoglioso, perché in fin dei conti ci va bene così. Noi non abbiamo nessuna intenzione di cambiare, perché, come è scritto ne Il Gattopardo, noi siamo Dèi.

E nonostante ci piaccia frequentare i lidi estivi della zona nord, accalcarci dentro i M’ama solo perché fa figo, girare con le Smart per arrivare ovunque e andare a prenderci un caffè al Cavallino, che così si fa, siamo anche un popolo di apatici. Il signor Giletti lo sappia: siamo apatici. Non omertosi. È diverso.

Siamo apatici come i tram che si trascinano attraverso la città, sempre in ritardo. Apatici come i negozi che aprono e chiudono in continuazione. Come i treni del binario 4, che non servono a niente. Apatici come le transenne dei lavoro in corso, sempre lì, sempre uguali a se stessi, sempre inutili. Siamo lenti, non cambiamo.

La mia è una generalizzazione voluta. Io sono un fervente sostenitore delle generalizzazioni, perché credo che a volte sia necessario agire in questo modo per comprendere alcune faccende che altrimenti risulterebbero assai frastagliate.

Messina è una città strana e strani sono i suoi abitanti. Sembrerebbe a prima vista la meno siciliana tra le siciliane. È la più vicina al continente, vi si respira un’aria più italiana, ci si sente meno isolati (anche se per meri motivi geografici) col resto del Paese. Da noi non si parla un dialetto così marcato, l’accento messinese è ben diverso dai più caricaturali accenti catanesi e palermitani. Parliamo la stessa lingua che si parla nella Calabria meridionale e nel Salento. Siamo stati a lungo un crocevia importantissimo, unico filtro tra la Sicilia e il resto del mondo. Andata e ritorno, signori, con lo stesso biglietto.

Eppure siamo forse la rappresentazione più verace dell’intero meridione italiano, come una sintesi o una spremuta di sud. Siamo ospitali con chi viene da fuori, allo stesso tempo gelosi della nostra intimità, siamo ottimi compagnoni ma spesso, come dice il nomignolo affibbiatoci da altri, cialtroni. E siamo dannatamente scarsi a prendere posizione.

Certo, non di rado diamo vita ad accorate proteste, andiamo come ospiti a Domenica In, come fanno un po’ tutti. Okay, certe volte scendiamo in piazza ad urlare, se vogliamo lamentarci di qualcosa, con tanto di striscioni e bandiere. E sì, è vero, capita che ci riuniamo in gruppi politici, sindacati, comitati di protesta, club privati, circoli culturali. Ma tutto quel che parte da Messina, purtroppo, ha vita breve. Lo dico con grande rammarico.

Io amo la mia città, la sua gente, le sue strade, i suoi monti e il suo mare. Ma sono anche consapevole che ogni scoppio culturale, ogni tentativo di cambiamento, ogni iniziativa sociale, altro non è che un fuoco di paglia. Sempre.

Messina è fatta così, è una città strana. E strani sono i suoi abitanti.

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