Federico Maria Sardelli e l’Ensemble Modo Antiquo, una riscoperta della musica di Vivaldi

Federico Maria Sardelli e l’Ensemble Modo Antiquo, una riscoperta della musica di Vivaldi

Giovanni Francio

Federico Maria Sardelli e l’Ensemble Modo Antiquo, una riscoperta della musica di Vivaldi

lunedì 10 Febbraio 2025 - 09:00

Un concerto/racconto di grandissimo interesse, quello andato in scena sabato al Palacultura, per la stagione musicale dell’Accademia Filarmonica, dedicato alla musica di Antonio Vivaldi, ed in particolare come la stessa sia stata, per fortuna e quasi per caso, riscoperta, nel 1926, dopo quasi due secoli di oblio totale.

Protagonista, Federico Maria Sardelli, musicista e musicologo, che, insieme ai bravissimi musicisti dell’Ensemble Modo Antiquo, ha imbastito una narrazione, chiara ed esaudiente, ma anche appassionante, tratta dal suo libro “L’Affare Vivaldi”, testo che racconta appunto la vera storia della riscoperta della musica del “Prete rosso”.

Il singolare spettacolo è iniziato con l’esecuzione, da parte dell’Ensemble Modo Antiquo, del Concerto in re minore RV 813 di Vivaldi. I musicisti, nella fattispecie Federico Guglielmo volino solista, Stefano Bruni e Raffaele Tiseo violini, Pasquale Lepore viola, Bettina Hoffmann violoncello e Gianluca Geremia alla tiorba – affascinante strumento barocco, della famiglia del liuto – diretti da Sardelli, hanno eseguito mirabilmente questo splendido, anche se poco conosciuto, concerto, in cinque movimenti, la cui tonalità minore gli conferisce un tono drammatico nei movimenti veloci, malinconico e contemplativo in quelli lenti.

Sardelli – che oltre dirigere in maniera inappuntabile l’Ensemble, si è confermato in seguito anche un eccellente flautista, nell’esecuzione del “Largo” dal Concerto in fa maggiore Op 10 n. 5 per flauto e archi di Vivaldi – ha quindi iniziato il suo racconto, non senza premettere che il concerto ascoltato, così come tutti gli altri (circa cinquecento) del musicista veneziano, non lo avremmo mai conosciuto senza la straordinaria scoperta che si accingeva a narrare. La narrazione e le letture dal libro di Sardelli sono state intervallate da brani concertistici eseguiti dall’Ensemble, fra i quali una bellissima Sonata per violino, violoncello e basso continuo, ove il basso continuo è stato efficacemente reso dal contrabbasso e dalla tiorba.

Il racconto è iniziato narrando come, a seguito della partenza di Vivaldi, sommerso di debiti, a Vienna, per cercare di vendere alcune sue partiture, e della sua morte in questa città, nel 1741, tutti i manoscritti relativi alle sue composizioni rimasero a Venezia, nella propria abitazione, ma i creditori, che ottennero il sequestro della stessa per soddisfare i propri crediti, non li trovarono, perché nel frattempo gli stessi furono prelevati, probabilmente ad opera del fratello Francesco, e venduti ad un aristocratico veneziano, appassionato di antiquariato, Jacopo Soranzo.

Dopo varie vicissitudini, tutti i manoscritti finirono prima presso la famiglia Durazzo, a Genova, ove furono suddivisi in due parti a seguito di una ottusa divisione ereditaria (i volumi dispari separati dai volumi pari). In seguito, i volumi dispari finirono in un convento dei Salesiani nel Monferrato, ove il vescovo salesiano subentrato a quello che li aveva ricevuti senza rendersi conto del loro valore, volle farli stimare, per venderli e con il ricavato ampliare il convento. Per la stima i manoscritti entrarono in possesso della Biblioteca Nazionale di Torino, ove il direttore, resosi conto di essere entrato in contatto con qualcosa di grandioso, chiamò un noto musicologo per stimarli, Alberto Gentili. Quest’ultimo fu il primo che comprese lo straordinario valore della scoperta, un enorme numero di concerti, opere, musica vocale, sonate da camera, di ineguagliabile valore artistico. Molto bello il passo, letto da Sardelli dal suo testo, del momento in cui Gentili volle sedersi al pianoforte per provare uno di questi capolavori, “In memoria aeterna” da “Beatus vir” RV 795, eseguito poi dall’Ensemble. Si tratta di un brano per voci e orchestra da camera, la cui riduzione strumentale è sufficiente per svelare, contenuta in una breve pagina, tutta la meravigliosa arte del compositore veneziano: un brano severo, di una profondità dolce, drammatica e serena ad un tempo, reso magistralmente dai musicisti dell’Ensemble.

Incredibili coincidenze fecero sì che questo patrimonio musicale sia ora fruibile a tutti. Infatti, dato il valore notevole emerso dalla stima, la biblioteca di Torino, al fine di acquistare la raccolta, dovette rivolgersi ad un mecenate, individuato nella persona di Roberto Foà, che dedicò la raccolta al proprio figlio, morto all’età di diciassette mesi, tragico evento raccontato in maniera commovente nel testo di Sardelli, che ne ha letto il relativo passo.

Anche i volumi pari, dopo varie peripezie, vennero rinvenuti presso un membro della famiglia Durazzo, e il relativo acquisto si concretizzò grazie ad un altro mecenate, Filippo Giordano, che dedicò la raccolta a suo figlio, anch’egli scomparso prematuramente.

Recuperati finalmente tutti i volumi, l’opera di Vivaldi è ora conosciuta da tutti, ma il racconto non ha un lieto fine.

Nel 1938, entrate in vigore le leggi razziali emanate dal regime fascista, Alberto Gentili, che era ebreo, fu costretto a lasciare il suo incarico di docente e a trasferirsi al confine con la Francia. Nel treno che lo portava nella sua nuova abitazione, leggendo il giornale, scoprì la notizia della riscoperta dell’opera di Vivaldi….. per merito dell’Accademia Chigiana di Siena! Allora, con le lacrime agli occhi, gli sovvenne la meravigliosa melodia del “In memoria aeterna”, da lui eseguita per prova in quel pianoforte, nel 1926, quando scoprì per primo i capolavori vivaldiani. Così, mentre l’Ensemble suonava nuovamente le note del “In memoria aeterna”, si concludeva tristemente l’appassionante e appassionato racconto, fra gli entusiasti applausi del pubblico.

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