“A te e famiglia”. Il teatro come riscatto nelle parole di Angelo Campolo - Tempostretto

“A te e famiglia”. Il teatro come riscatto nelle parole di Angelo Campolo

Emanuela Giorgianni

“A te e famiglia”. Il teatro come riscatto nelle parole di Angelo Campolo

lunedì 21 Novembre 2022 - 08:30

Al Teatro Annibale Maria di Francia, per il progetto NutrimentINPeriferia, un viaggio attraverso storie di vita difficili: quelle dei ragazzi del programma educativo “Liberi di Scegliere”

Un viaggio personale, fatto con occhi vigili e profondi; un percorso intenso, trasformato in parole, potenti, che squarciano ogni parete tra palco e pubblico.

È il racconto di “A te e famiglia. Storia di un’esperienza educativa”; scritto da Angelo Campolo e Giulia Drogo con le musiche dal vivo di Giorgia Pietribiasi. Una produzione Daf Project, in scena al Teatro Annibale Maria di Francia, per il progetto NutrimentINPeriferia.

Liberi di scegliere

Il teatro si fa testimonianza nella narrazione di Angelo Campolo della sua esperienza con i ragazzi del programma educativo “Liberi di Scegliere“, promosso dal giudice Roberto Di Bella (messinese anche lui come Campolo), attuale presidente del Tribunale dei minori di Catania. Nel 2019 Campolo lo raccontava, già, nel suo Stay Hungry, spettacolo vincitore della prima edizione del NoLo Fringe Festival.

Il programma del giudice Di Bella (reso famoso da un libro e una fiction con Alessandro Preziosi) si rivolge ai minorenni autori di reati, affidati ai servizi sociali e diviene, oggi, un protocollo governativo per offrire a decine di giovani nuovi orizzonti di vita.

“A te e famiglia”

Con profonda leggerezza, Campolo rende protagonista di “A te e famiglia”, ancora una volta, il suo vissuto, autentico, sincero, difficile, tra errori ed emozioni, delusioni e conquiste. Ma i veri protagonisti sono i ragazzi, le loro storie in cerca di un riscatto, e quelle degli educatori che con loro si confrontano, in un cammino che apre la strada al possibile anche laddove l’unica via percorribile sembrava quella di un destino già scritto.

Storie che si sviluppano tra Messina e Catania: quella di Antonino, del suo carattere complicato e del suo attaccamento alla mamma; quella di Teresa, l’educatrice catanese che nel dedicare la vita a questi figli acquisiti mette in crisi il rapporto con il proprio di figlio; quella di Elena, a vent’anni già mamma di due bimbi e vittima di pericolose dinamiche familiari.

Realtà ed esperienze diverse, accomunate da uno stesso filo rosso: quello dei legami familiari, della difficoltà del rapporto madre-figlio. Lo stesso Campolo confessa al pubblico proprio a inizio spettacolo (che sia vero o meno) di aver denunciato la madre alla polizia da undicenne, per poi ritirare la denuncia una settimana dopo.

La natura delle dinamiche familiari, le loro contraddizioni e l’inevitabile peso e condizionamento, che impongono sullo sviluppo identitario di ciascuno di noi, offrono alle vicende di vita particolare descritte un carattere di universalità. La riflessione sulla complessità di questi rapporti non resta più limitata al loro contesto di privazione e delinquenza, ma la storia di ciascuno dei ragazzi incontra la storia di ciascuno di noi.

Videoproiezioni e musiche

A rappresentare questo filo rosso sono, anche, le videoproiezioni firmate da Giulia Drogo. Contorni stilizzati e surrealisti danno forma a delle casette sullo sfondo, in una connessione di piani che le trasformano a volte in prigioni, altre volte, invece, lasciano spazio ad immagini di cieli e di paesaggi alberati come via di fuga.

Insieme alle videoproiezioni, sono le canzoni originali della giovane cantautrice Giorgia Pietribiasi a guidare lo spettatore tra le sue emozioni, accompagnando le parole in solo, con potenza vocale e intensità espressiva.

Storia di nuove possibilità

Linguaggi diversi in simbiosi, per mostrare un punto di vista mai a senso unico, dove a crescere e scoprire nuove possibilità non sono solo i ragazzi protagonisti.

Non solo Michele, che dichiara ad Angelo: “Sono felice che mi hanno arrestato, perché altrimenti non ci saremmo conosciuti e non avrei fatto tutto questo”, dando un senso ad ogni momento di crisi e cancellando ogni frustrazione. Ma tutti noi. Tutti noi che, come Camillo (ragazzo che collaborava al programma come assistente), scopriamo quanto la nostra idea di tali realtà sia condizionata da pregiudizi e stereotipi, e quanto invece questi giovani, come ripete sempre Teresa, siano molto altro rispetto a quei numeri in cui vogliamo rinchiuderli statisticamente, individualità sempre uniche, singolarità ricche di sfumature, e meritevoli di una possibilità di scelta.

Inno al teatro

In questo racconto di vita che esplode e raggiunge tutti, e di denuncia di una sconfitta che è prima di tutto dello Stato e della scuola, il teatro diventa strumento di riscatto, incarna quella possibilità tanto ambita e troppo spesso preclusa.

Con il suo ritmo sempre intenso, il teatro di narrazione di “A te e famiglia” si fa esso stesso inno al Teatro, alla potenza politica della sua arte, al suo processo di scoperta sempre vivo. E senza l’intenzione di esserlo, solo con la forza dell’esempio. 

Inno a quella “recita” (come è stato definito il programma educativo) capace di riscrivere un destino, mostrare un orizzonte altro, e sostare lungo i confini, i confini tra bene e male, giusto e sbagliato, provando a guardarli con occhi nuovi, a tracciarli in modo diverso.

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