Rischio di infiltrazioni mafiose, concorrenza con i casinò online, diversi rifiuti negli anni passati anche verso altre regioni. Quale sarà l’ultima parola sull’apertura delle due case da gioco a Taormina e a Palermo?
L’Ars ha approvato nel pomeriggio di mercoledì il ddl Leanza relativo all’apertura delle case da gioco in Sicilia, uno a Palermo l’altro a Taormina. Il tentativo della regione di avviare dei casinò nell’isola viaggia senza trovare un punto di approdo da almeno tre legislature. Prima con Totò Cuffaro, poi con Raffaele Lombardo, adesso con Rosario Crocetta. Il mito del casinò a Taormina nasce con la storica casa da gioco di Domenico Guaraschelli che sorgeva nella Villa Mon Repos e che fu chiusa nel 1965 dopo soli due anni di attività. Il motivo ufficiale che ne decretò la chiusura fu che la licenza di “don Mimì” permetteva la gestione di un casinò a Tripoli; il motivo ufficioso fu la paura del governo che si cementificasse nell’isola un giro di denaro sporco per mezzo del gioco d’azzardo.
L’elemento mafioso costituisce da 50 anni il primo ostacolo all’apertura di case da gioco in Sicilia, ma anche nel resto d’Italia la situazione è la medesima. E’ noto a tutti che siano quattro i casinò nel Nord Italia (Sanremo, Venezia, Saint Vincent e Campione d’Italia), sorti grazie a manovre legislative “particolari”, giudicate da alcune sentenze incostituzionali e che mantengono acceso il dibattito sulla questione. Il quadro normativo infatti andrebbe rivisto: o tutti o nessuno è il principio base reclamato da più parti.
Tra i motivi che portarono alla legittimazione dei quattro casinò italiani ci fu la necessità di frenare i flussi di giocatori diretti oltre frontiera, problema arginato solo a metà visto che tutt’oggi la Slovenia come Malta attirano ai loro tavoli verdi molti italiani. L’alibi dell’infiltrazione mafiosa rischia inoltre di far trapelare un messaggio sbagliato, quello della rassegnazione dello Stato dinanzi al fenomeno mafioso. Ma l’evidenza dei fatti è purtroppo quella che vede i due ex governatori della Sicilia, che avrebbero dovuto garantire controllo e legalità, l’uno in carcere per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, l’altro indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Nel 2007, l’allora Ministro degli Interni Giuliano Amato, dichiarava: “Io sono perfettamente consapevole del fatto che il turismo può trarre beneficio dall' esistenza di case da gioco, ma queste sono foriere di fenomeni anche diversi dal turismo, specie in una regione nella quale esiste una organizzazione criminale di antica data che è alla ricerca continua di canali migliori e più adeguati per il riciclaggio di denaro sporco. Voglio che la Sicilia abbia più turismo, ma vorrei che riuscisse ad averlo dalle sue meravigliose bellezze naturali, dalla sua storia”. L'attuale ministro, Angelino Alfano, in un incontro con i deputati regionali Picciolo e Germanà e con il sindaco Eligio Giardina del novembre scorso, invece, ha fatto intravedere uno spiraglio di speranza, parlando di “un elevato livello di sicurezza raggiunto” e “una rivoluzione culturale di contrasto al crimine organizzato” che potrebbe offrire alla Sicilia opportunità in passato negate. Ma, soffiata via la diplomazia delle parole di circostanza, da Roma non spirano venti di ottimismo verso la Sicilia.
I casinò farebbero concorrenza ai casinò online, quelli sì autorizzati, o alle varie videolottery che spopolano da qualche anno e sono diventati la terza impresa in Italia. Si potrebbe azzardare un paragone con la sigaretta elettronica, sulla quale il governo è intervenuto con misure tese chiaramente a disincentivarla. C’è un’ipocrisia conclamata nell’azione dello Stato che da una parte vieta e dall’altra autorizza e anche l’azione di contrasto al gioco d’azzardo si svuota di senso di fronte ai dati sulla ludopatia: 800 mila gli italiani colpiti, più di 1 milione e 700 mila le persone che hanno un rapporto problematico con il gioco. Qua, poi, si insinua un altro paradosso: secondo un dossier del Conagga (Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d'Azzardo), nel 2012 l’Erario, a fronte dei 94 miliardi spesi dagli italiani ne ha incassati solo 7,9, mentre nel 2004 con un giro di affari di 24 miliardi ne aveva incassati 7,3. E indovinate chi paga le spese per chi è affetto dal disturbo patologico del gioco d’azzardo? Lo Stato che, stando ancora a quanto dichiarato dal Conagga, spende tra i 5,5 e i 6,6 miliardi di costi sociali all’anno.
La questione è dunque complessa e sul piatto della bilancia pesano più gli svantaggi dei vantaggi. Ma per saper come andrà a finire non possiamo far altro che aspettare.
Giusy Briguglio

ovvvio che la boccerà, il rischio di infiltrazioni mafiose, si sa, c’è solo al Sud!
Penso che verrà approvato visto che è uno dei tanti modi che ha lo Stato per far cassa infischiandosene dei problemi dei cittadini, la gente andrà a giocare sperando di fare “il colpaccio” e s’impoverirà fino al suicidio.
Lo Stato se ne laverà le mani mettendo un fogliettino con su scritto: il gioco crea dipendenza!
Che schifo!!!