Con l’impegno di condurre una battaglia comune in nome della legalità
«Dietro ognuno di noi c’è il respiro di tutta la città». Don Salvino Raja, direttore dell’Oratorio salesiano che fin dal suo arrivo si è intestato una battaglia pacifica per il risveglio civile e morale della città, battezza così la nascita dell’associazione antiracket “Liberi Tutti”, punto di arrivo di un percorso intrapreso il 31 marzo 2009 con la grande manifestazione contro il pizzo e la successiva fiaccolata per le vie del centro.
Il parterre è d’eccezione: sono presenti il Sottosegretario al Ministero dell’Interno Mantovano, il procuratore della Dda di Messina Lo Forte, il prefetto Alecci, il procuratore capo di Barcellona De Luca, e ancora Tano Grasso e Giuseppe Scandurra, presidente onorario e presidente della Fai, il sindaco Candeloro Nania. Nelle prime file siedono le massime autorità locali e regionali delle forze dell’ordine, il vicario foraneo padre Tindaro Iannello, alcuni esponenti politici locali tra cui il presidente del consiglio Crinò. Ma i protagonisti sono loro: i commercianti e gli imprenditori che hanno messo la faccia, per la prima volta, quei 24 soci fondatori che hanno voluto a chiare lettere manifestare la volontà di essere liberi dalla piovra del racket delle estorsioni. Con loro altri commercianti, venuti dalla provincia, e ancora i rappresentanti delle associazioni che hanno costituito il coordinamento antiracket, molti sacerdoti e tanta gente comune, la cosiddetta società civile che non ha voluto far mancare il suo apporto. In tutti c’è la persuasione che si sia posto un punto fermo, ma anche che le difficoltà non mancheranno e occorrerà essere uniti, proprio come questa sera. Lo chiedono gli operatori economici per sentirsi protetti, aiutati e sostenuti nelle loro denunce. Lo ribadiscono i rappresentanti delle Istituzioni, a cominciare dal sindaco Nania: «È l’inizio di una battaglia, e noi faremo la nostra parte. Abbiamo iniziato con la consegna alla neocostituita associazione di un immobile confiscato alla mafia. Vogliamo creare un fondo di solidarietà per le vittime del racket. Puntiamo a garantire la sicurezza dei nostri concittadini attraverso il controllo del territorio. Per questo chiediamo al Ministero un finanziamento per la video-sorveglianza».
«Stiamo conclamando che qui c’è il racket – dichiara il prefetto Alecci – Lo sapevamo già, ma oggi lo diciamo, ne prendiamo coscienza come collettività. Noi, rappresentanti delle Istituzioni, vi garantiamo che saremo sempre presenti. Ogni cosa che sarà fatta a vostro danno, sarà fatta sulla nostra pelle. E noi non vogliamo subire alcunché, dunque garantiamo noi per voi».
«Concorrere al bene comune è l’esercizio della democrazia – afferma Sofia Capizzi, nel presentare la neoassociazione di cui è presidente – Ed è proprio ciò che abbiamo fatto e vogliamo continuare a fare. Abbiamo scoperto che vivere questa esperienza ci fa stare bene, ci rende felici. Barcellona è fatta di gente onesta, dove i più desiderano un cambiamento. “Liberi tutti”, il nome che abbiamo voluto dare all’associazione, è il grido di liberazione a cui da bambini ci abbandonavamo quando si poteva uscire dal nascondiglio e si lasciava la morte al palo. Adesso siamo qui, e vogliamo assumerci le nostre responsabilità. Vogliamo essere presenti, diffondere una cultura di legalità tra i giovani, nella scuola. Perché la mafia ha paura della scuola e dei ragazzi».
«Oggi la mafia ha perso e perderà perché qui c’è un esercito di rinnovamento – sostiene infatti Scandurra – La vittoria è nostra e di Barcellona».
«Sono orgoglioso di essere il vostro procuratore – esordisce poi De Luca – Da oggi non si potrà più dire che qui non si riesce a distinguere una persona perbene da una che perbene non è. Sappiamo benissimo chi sono le persone perbene. La carica di rassegnazione è venuta meno. Stiamo ponendo le basi per superare decenni di buio. Auguriamoci reciprocamente in bocca al lupo».
«La costituzione dell’associazione antiracket riveste un’importanza rivoluzionaria per questo territorio – afferma Lo Forte – dove la mafia, attraverso l’estorsione e l’usura tenta di sostituirsi all’imprenditoria sana. Lo Stato deve fare la sua parte: chi denuncia ha bisogno della certezza della pena, di garanzie da parte delle istituzioni, di un forte controllo del territorio, di maggiore celerità nelle pratiche di risarcimento e del sostegno delle associazioni e della società civile». Ma un cambiamento all’interno delle istituzioni è già in atto: «Stiamo lavorando con una serie di proposte di legge per favorire la lotta al racket e il sostegno agli imprenditori che denunciano – sottolinea Mantovano – Ad esempio proponiamo di allungare i termini di sospensione delle procedure esecutive ai danni di quegli imprenditori che si ritrovano in difficoltà perché soffocati dal pizzo. Bisogna inoltre evitare che l’istituto di credito revochi o riduca l’affidamento al commerciante vittima del racket, penalizzandolo due volte, solo perché considerato a rischio di insolvenza. Da parte degli enti locali è importante l’affiancamento delle vittime con la costituzione diretta come parte civile. Oggi il contrasto alla malavita sta avvenendo soprattutto con l’aggressione ai patrimoni. Confiscare la villa di un mafioso al centro del paese, simbolo della sua arroganza e della sua prepotenza, e destinarlo a scuola materna o a centro giovanile è uno sfregio permanente che è difficile tollerare. Attualmente la stima dei beni sequestrati è di nove miliardi di euro, e quella dei beni confiscati è di 2 miliardi di euro. Bisogna, però, che nel Mezzogiorno si sconfigga definitivamente l’atteggiamento di vittimismo di chi chiede senza far nulla per ottenere e non collabora ritenendo di non ricevere. È un circolo vizioso che va spezzato. E questa sera – conclude Mantovano – si è lanciato un segnale importante di collaborazione tra istituzioni e società civile».
