Lo smantellamento del modello Taormina tra numeri ambigui, il rischio di fuga dei medici del Bambino Gesù e l'oblio del bacino calabrese
Il futuro della cardiochirurgia pediatrica in Sicilia orientale è ormai sospeso tra freddi parametri burocratici e la realtà di un centro, quello di Taormina, che da dieci anni salva vite con numeri da record. La Regione siciliana, spinta dai ministeri della Salute e dell’Economia e su proposta dell’assessore Daniela Faraoni, ex direttrice amministrativa dell’Asp di Catania, ha imboccato la strada del trasferimento al Policlinico di Catania. Una scelta che, analizzata nel dettaglio, si rivela un mix pericoloso di dati ambigui e rischi clinici.
La differenza tra pazienti adulti e pediatrici
La Regione giustifica il “trasloco” citando una casistica superiore a Catania: 926 ricoveri contro i 336 del Papardo di Messina e 79 procedure Ecmo contro 11. Ma questi sono numeri riferiti principalmente alla cardiochirurgia per adulti. È ovvio che il Papardo o il Policlinico di Messina non abbiano volumi sulla pediatria, visto che per oltre un decennio la programmazione regionale ha concentrato tutto a Taormina. Usare i numeri degli adulti per decidere dove curare i bambini è una forzatura tecnica: gestire una macchina cuore-polmone (Ecmo) su un neonato di 3 chili richiede competenze diverse, anche se si ha molta esperienza con pazienti di 80 chili.
C’è persino un’indicazione geografica: il Policlinico di Catania più vicino al “San Vincenzo” di Taormina rispetto al Papardo di Messina. E’ vero, per pochi chilometri, visto che il “San Vincenzo” è al confine con Giardini Naxos ed è equidistante dai Policlinici di Messina e Catania, mentre il Papardo è a Messina nord. Ma in questi termini non può essere un criterio di scelta.
Il mito del Dea di II livello e il valore del personale
Il pretesto tecnico è che l’ospedale San Vincenzo di Taormina è “solo” un Dea di I livello. Ma in dieci anni a Taormina non sono mai stati segnalati eventi avversi gravi legati alla mancanza di altri reparti. L’équipe del “Bambino Gesù” ha dimostrato che la qualità del servizio e l’esperienza del personale superano di gran lunga la classificazione amministrativa delle mura. Spingere per il trasferimento significa passare da un “ingranaggio perfetto” in un ospedale di I livello a un centro tutto da costruire in un ospedale di II livello.
Il rischio del salto nel buio: l’addio ai medici di Roma
La giunta Schifani parla di “affrancamento” dalla convenzione con il Bambino Gesù, il più grande Centro di ricerca pediatrico in Europa. Un termine burocratico per presentare la fine del rapporto con il polo romano come un traguardo di autonomia. I cardiochirurghi e gli specialisti sono dipendenti del “Bambino Gesù”: se la convenzione cade, loro torneranno a Roma. Catania si ritroverebbe con stanze nuove ma senza i “cervelli” che hanno garantito alti livelli di assistenza sanitaria. Formare una nuova équipe da zero richiede tempi di rodaggio che la cardiochirurgia pediatrica non può permettersi.
Lo scippo al territorio e il fattore Calabria
C’è un dato che la politica finge di ignorare: il 30% dei pazienti di Taormina arriva dalla Calabria. Taormina è il centro naturale per lo Stretto e garantisce alla Sicilia milioni di euro in “mobilità attiva”. Se il centro si sposta a Catania, il baricentro salta: le famiglie calabresi potrebbero non scendere più a sud per riprendere i viaggi della speranza verso il nord. Messina viene così doppiamente punita: perde un’eccellenza e vede svanire il suo ruolo strategico di riferimento, nonostante il Papardo (che potrebbe diventare Dea di II livello) e anche il Policlinico di Messina (che è già Dea di II livello) avrebbero le carte in regola per ospitare il reparto, se proprio il “San Vincenzo” dovesse essere considerato inadeguato.
Una battaglia politica contro la logica clinica
Il limite del Decreto Balduzzi, che prevede un centro ogni 5 milioni di abitanti, è l’ostacolo burocratico. Ma la Sicilia, essendo un’isola e servendo anche la Calabria, ha diritto a una deroga permanente. Smantellare il Ccpm di Taormina per “normalizzare” la situazione secondo gli standard ministeriali significa distruggere un modello di successo per assecondare logiche di potere locale. La soluzione non è Catania: è la permanenza a Taormina o, in alternativa, il potenziamento di Messina come polo dello Stretto. Il resto è solo un gioco sui numeri che rischia di costare caro ai piccoli pazienti.

Ma sì dai facciamo due provincie, al posto delle fantomatiche nove.
Non soltanto è una mortificazione per Messina, ma per i messinesi è un danno gravissimo, perchè le spese saranno a carico dell’ASP di Messina che dovrà finanziare le carriere di medici del Policlinico di Catania, -perchè di questo, alla fin fine di tratta- sottraendo queste somme alla sanità della provincia di Messina. Almeno gli elettori se ne ricordassero quando andranno a votare per i deputati di maggioranza, i vari Galluzzo, Grasso, Amata, etc, proni e schiacciati a terra dalle decisioni del padrone Schifani e del gruppo di catanesi.
Ora tutti si ribelleranno e grideranno allo scandalo… forse si doveva essere più presenti ed efficaci prima ed ai tavoli delle decisioni
La verità è che il peso specifico di questa provincia dal punto di vista politico è quello che si è visto dai risultati… nessuna opinione in merito ma solo evidenza dei fatti
Bisogna prenderne atto e a poco valgono i proclami di super poteri e aspirazioni di “conquiste” che abbiamo visto tutti come e dove sono andate a finire
La politica regionale sempre pronta a umiliare Messina.
E i nostri politici consenzienti
A Messina ci hanno scippato di tutto , grazie ai nostri politicanti che mandiamo a
Roma che non si sanno fare valere. Un grazie veramente sentito…… a proposito
volevo ricordargli che ci saranno le prossime elezioni.