Concorso Cavaleri: 1°posto Maria Grazia Marchione "La nave per l'America" - Tempostretto

Concorso Cavaleri: 1°posto Maria Grazia Marchione “La nave per l’America”

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Concorso Cavaleri: 1°posto Maria Grazia Marchione “La nave per l’America”

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lunedì 10 Giugno 2019 - 07:41

Messina- I temi dei vincitori delle borse di studio Silvana Romeo Cavaleri.

Iniziamo da oggi la pubblicazione dei temi degli studenti che hanno partecipato al concorso Romeo Cavaleri e che hanno vinto. In totale hanno partecipato 120 studenti dei licei. Pubblicheremo i temi dei vincitori

I POSTO – MARIA GRAZIA MARCHIONE (II A MAUROLICO)

In questo posto non ci voglio più stare, c’è una gran puzza!

Puzza di sudore, di marcio, di sporco, di vomito e…letame?

Mamma da quando siamo partiti non fa altro che ripetere: “stai fermo, stai seduto”.

Avrei voglia di muovermi, saltare, giocare, ma non posso proprio far nulla. Gli altri bambini non vogliono parlare, se ne stanno lì, accucciati alle loro famiglie come fossero animali addomesticati.

Ogni tanto se ne vede qualcuno alzare la testa, aprire gli occhi e chiedere: “siamo arrivati?”, per poi tornare a dormire dopo un secco No.

Qui è una vera noia, non c’è niente da fare. Passo la sera a contar le pecorelle, quelle vere però. Non riesco a veder nulla lì fuori; le stelle sarebbero certamente di più. Contare i secondi fra un tuono e l’altro, lanciare qualche sassolino portato da casa… Mi ha stancato così tanto. Vorrei parlare con qualcuno, con qualcuno che non mi sgridi perché alzo la voce o faccio qualche giravolta.

“Io mi chiamo Sandro, e tu?” Ho nove anni e da grande, da grande vorrei essere come il mio papà. Lui è molto forte, riesce a sollevare me e la mamma in un sol colpo; riesce, o per meglio dire riusciva, a caricare sulle spalle due e anche tre sacchi di grano, quando i raccolti abbondavano e preferiva spostarsi una volta sola fino ad arrivare a casa.

Siamo in viaggio da quasi quattro o forse cinque giorni, potrebbe essere l’unica cosa di cui io abbia perso il conto.

Tutti sembrano esausti, è per questo che mi raccomandano di non disturbare…ma io ho fame, ho sete e voglio cantare.

Mio cugino Giovanni dice che sono diverso da tutti gli altri bambini, che mi distinguo per la mia parlantina.

Lui è rimasto a casa, a badare alla nonna e alle galline rimaste, che proprio qualche giorno prima della nostra partenza sono diventate mamme di giallissimi pulcini.

Ho pregato la mamma affinchè me ne lasciasse portare uno, ma non ha voluto: “non avremo abbastanza cibo per noi, come credi potremmo trovarne per lui?”.

In quest’ultimo periodo è molto preoccupata, sa solo sgridarmi: “questo non si fa, quello neppure e bla bla”.

Sarò anche cattivo, ma la sola cosa divertente di questo viaggio è stata vederla vomitare nel cappello di Luigi…meno gradevole, invece, è stato sapere che il cappello non è mai stato ripulito e la puzza è per questo ancora forte qui dentro.

Fa un caldo assurdo, se ne lamentano tutti; si sta così stretti.

Forse i capitani della nave credevano fossero tutti piccoli come me.

Certo è che non hanno messo in conto potessero esserci persone grandi il doppio, come lo stesso Luigi col suo vecchio cappello puzzolente. E se fosse venuto con noi Giovanni? Sarebbe stata una scena esilarante vedere i controllori chiedere il doppio biglietto, per lui e la sua panciona; vendere la fattoria di sua madre non sarebbe bastato.

Papà non faceva altro che ripetermi quanto l’America fosse bella, che l’aveva vista il suo amico Romeo e ne era rimasto entusiasta. Anche lui era partito con un’enorme nave, proprio come questa, ed era arrivato pochi giorni dopo, trovando quasi subito un lavoro che avesse permesso alla moglie e ai tre figli di raggiungerlo.

Questo era il nostro destino, secondo le parole di papà.

Finalmente felici, con le pance piene e senza alcuna preoccupazione. Questa per noi era la speranza: essere qui da giorni e sentire finalmente dalle proprie brandine urlare: “America!”

Mi chiamo Saira. La mamma piange e sembra quasi non voglia smettere. Le dico “basta, finirà”, ma non serve. Le dico “smettila, Rashid sta solo dormendo”. I suoi occhi sono chiusi, la sua pelle scotta sotto questo sole cocente. Bagnare la sua fronte non basta, tenere stretto il suo corpo, stringere le sue mani, a cosa servirebbe?

Il suo battito non si riesce a sentire, sarà il rumore delle onde a coprirlo; cerco di rassicurare lei che mi è accanto.

Sentire il mare esserci nemico, posticipare la verità che è ormai evidente, farci sperare e allo stesso tempo implorare pietà.

Cos’è per me la speranza? Solo una meravigliosa quanto catastrofica illusione; ed è ormai l’unica cosa che ci resta.

La speranza sta per me nel poter vedere gli occhi del mio fratellino aperti, il suo sorriso sulle labbra e le parole uscire dalla sua bocca anche stentatamente. Cos’è per me la speranza? Adesso, è arrivare viva a toccare terra.

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