Concorso Cavaleri, 2°posto Liceo. Alessandro Gallo: "Il rumore di un viaggio" - Tempostretto

Concorso Cavaleri, 2°posto Liceo. Alessandro Gallo: “Il rumore di un viaggio”

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Concorso Cavaleri, 2°posto Liceo. Alessandro Gallo: “Il rumore di un viaggio”

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giovedì 13 Giugno 2019 - 07:23

Messina- Il 2° posto tra gli elaborati presentati dagli studenti del Liceo è una poesia ma anche molto, molto di più

Prosegue la pubblicazione dei vincitori del concorso Silvana Romeo Cavaleri tra i licei cittadini ed al quale hanno partecipato oltre 120 studenti

II POSTO – ALESSANDRO GALLO (IV C LICEO MAUROLICO)

Il rumore di un viaggio

Odo riecheggiar il dolore

ad ogni bacio con cui miei passi

si fanno desiderare dalla vergine terra.

Risuona straziante

alle mie spalle rosse di successo,

lontano e geloso della sua preda.

Mi sfiorano ammalianti le suppliche

di un ricordo vivo che non è mai passato,

mentre la vita scorre fangosa.

E so che dall’altra parte

troverò un motivo per le mie preghiere,

la redenzione dalla mia avidità di vita.

Il canto di Uriah viene accompagnato dalla pietra focaia, reso dalla maestosità impetuosa del battere della pioggia più simile al suono di una speranza incondizionata.

“Finchè il vento tirerà verso nord, passando oltre ed abbattendo le vostre misere tende di foglie intrecciate, finchè porterà con sé la pioggia siamo destinati a patirlo”, Uriah aveva avvertito gli altri uomini della grotta, ricevendo l’ammonizione di fare silenzio.

«Tu non hai diritto di dirci cosa fare in casa nostra» le parole di Primo risuonano nella sua mente più e più volte.

«Certo, voi conoscete la vostra grotta, ma non conoscete il lamento del vento fra le montagne al confine, la vostra ignota fonte di riparo» gli aveva risposto il viaggiatore. «Né conoscete le cause che le hanno portate a cedere sotto il peso del tempo. Non conoscete che le storie dei vostri avi, salvi dal freddo».

Al ripensare alla conversazione, Uriah scuote la testa e riprende a cantare, facendo ondeggiare e cadere col respiro le gocce che gli pendono dal labbro e che si ripresentano ad ogni scarica.

Ignora le urla degli altri due, ignora la sua stessa voce; abituato e devoto alla solitudine, non esiste persona alcuna in grado di svegliarlo da questo sonno. Ogni tanto, quand’è assopito dai suoni e dai colori del caos, riesce a sentire le voci delle sue persone, quelle che hanno una voce e che brillano nell’opacità dei ricordi. Una volta finiva sempre per piangere, ma poi sorride, quasi in modo consolatorio. Se guardare nei suoi occhi fosse più semplice di scrutare nell’abisso alla ricerca di una luce, qualcuno potrebbe addirittura affermare che sorrida di gioia.

Il vento irrompe nello spazio angusto prendendo a schiaffi i te uomini da più direzioni, ne butta a terra uno che ha il volto bagnato più dalle lacrime che dalla pioggia e strappa loro di dosso coperte e vestiti. La tempesta sembra infuriare tutta fra quelle pareti di roccia come una pena per espiare un male che nessuno riconosce, mentre Primo, strisciando, comincia a spostare i massi, spingendoli sul terreno fangoso verso l’ingresso della grotta. Lo stesso inizia a fare Tristano, senza neanche riuscire a vedere dove li stesse spingendo e, accompagnati dal crescete canto di Uriah, al calmarsi della tempesta riescono a mettere su un riparo, benchè minimo. Fradici, esausti, si accasciano al suolo, soffrendo le palpitazioni, mentre Uriah cessa di intonare il suo canto, alzandosi e andando a spingere altri massi per alzare il muro.

Nessuno si chiede cosa fare del muro dopo la tempesta o come metterlo giù, né si cura della stanchezza. Il viaggiatore, l’estraneo più che ospite, conosce bene questa sensazione di apatia e gli viene da ridere.

Il patto era semplice: “puoi restare per una notte, poi togli il disturbo. Questa non è casa tua. Avrebbe potuto pregarli, avrebbe potuto offrire in cambio le sue conoscenza, sarebbe stato certamente utile. Ma Uriah ha solo aspettato di vedere il momento in cui la loro “casa” li avrebbe trattati con tanto disprezzo. Ed ora ride, ride per come qualcuno possa credere di essere protetto da un qualche luogo e non da se stesso. Ride dell’uomo che crede che la natura sia a servizio della sua razza o che la vita stessa gli debba uno scopo.

Alcuni uomini non devono lottare, così perdono di visti i motivi per farlo, e lui ride di questo.

«Avete mai avuto paura prima d’ora?» le parole di Uriah rimbombano nella grotta. «Intendo veramente paura».

Tristano lo guarda, colmo di disprezzo; gli si getterebbe addosso se ne avesse le forze, ma rimane impantanato nella sua antipatia.

«Ci sono uomini che passano la vita ad avere paura, paura di disgrazie che possono accadere oppure no» continua, raccogliendo le sue pellicce volate via per la caverna. «E vivono bloccati da catene che li legano alla codardia. Ma questi uomini hanno la fortuna di nascere vicino a un fiume, lontano dalle scorrerie, in una casa: non conoscono la paura».

«Ci stai dando dei codardi?» obietta Primo a gran voce, alzandosi sulle ginocchia.

«Vi sto dando degli incoscienti e presuntuosi!» risponde Uriah, osservando da lontano lo schiarirsi del cielo in vista dell’alba. «Se pensate di aver appena avuto paura, vi sbagliate di grosso. La paura vi tiene in piedi per scappare dalle disgrazie, dalla morte e dalla vita stessa. Voi che reclamate questa terra non sapete che i vostri avi l’hanno calcata in principio morenti. Non sapete da dove siamo venuti, quanto siamo andati lontano o cosa si siano lasciati alle spalle».

Uriah è costretto a strizzare i suoi abiti grondanti, per liberarli un minimo dall’acqua che li appesantisce come fossero i pesi che porta sulla coscienza.

«I vostri avi hanno avuto paura, perché la paura più grande per un uomo non è la morte» riprende dopo un po’, scrutando impietosito i pallidi volti dei due fragili uomini, prossimi al cedimento «bensì perdere la propria cosa».

Le ombre della notte lentamente si dissolvono e presto li troverà il mattino. Un mattino grigio, umido, freddo, molto freddo. Non il più freddo, né l’ultimo: solo uno dei tanti mattini freddi, ma caldi, paradisiacamente caldi di speranza. Non tutti hanno la fortuna di aprire gli occhi alla luce del sole, non tutti hanno un altro giorno per cercare.

«Vi invidio, per la morte a cui andate incontro» mugugna, dopo aver aspettato a lungo una loro risposta, ma i loro corpi esamini giacciono sul fango più dignitosamente che da vivi.

«In casa vostra, insieme. Mentre io vivrò senza una casa. E non importa quanto starò al mondo o quanto andrò lontano, tutto ciò di più simile ad un senso di accoglienza che troverò sarà della misera pietà».

Legato il coltello alla cinghia, stringendo le dita atrofizzate si volge verso le orme già calcate dalla coscienza del suo nuovo cammino.

«Ma voglio andare dove chi, dopo di me, non debba più aver paura».

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