Il report della Cisl e della Sicet sul problema degli alloggi pubblici e degli affitti. Genovese e Foti: «Servono piani di rientro e una riorganizzazione della macchina organizzativa, ma va tutelato solo chi è nella legalità»
Il Comune di Messina, tra i tanti “buchi” che ne affliggono le casse, ha una voragine in particolare: quella derivante dal mancato introito dei cosiddetti “fitti attivi”, ossia degli affitti delle case assegnate dopo la costruzione con finanziamenti pubblici. La cosiddetta “edilizia residenziale pubblica”, tema affrontato dalla Cisl e dal Sicet, l’associazione sindacale che tutela gli interessi degli inquilini, pubblici e privati. «Ma solo quelli che sono nella legalità», ci tiene a precisare Loris Foti, segretario del Sicet, che stamani in conferenza stampa ha presentato, insieme al segretario generale della Cisl Messina Tonino Genovese, il report dedicato proprio a questa situazione specifica. «Non può coesistere – ha ribadito Foti – il diritto ad alcuna tutela in assenza del rispetto dei principi minimi di legalità e degli obblighi a norme e disposizione di legge. E ciò perché il principio cardine che deve contraddistinguere il raggiungimento del bene comune non può prescindere dalla ricerca continua dell’equità sociale». Dal report emerge che vi sono fasce sempre più ampie della popolazione che non sono più in grado di sostenere i costi legati alla casa e quindi nasce la necessità di politiche della casa che vengano incontro a questa crescente difficoltà. Il valore di reddito da prendere a riferimento al di sotto del quale risulta assai problematico il vivere quotidiano, è indicato in circa 14.000 euro netti l’anno: queste categorie di cittadini, dove si concentra il massimo del disagio abitativo, sono costrette a destinare dal 63% al 94% del loro reddito per spese abitative, rispetto a una soglia di vivibilità che indica intorno al 30% la percentuale sostenibile di spesa per l’abitare. «Significa – ha spiegato Foti – che, per la fascia di reddito indicata, la quota di canone dovrebbe aggirarsi intorno alla soglia di 250-300 euro al mese».
Risulta invece che il mercato del libero affitto si attesta attualmente sui seguenti valori medi: contratti in essere 740 Euro; stipula di nuovi contratti 1.100 euro. Valori mitigati solo nel caso di canoni concordati che comunque interessano solo una piccola parte del mercato dell’affitto. «Di fatto quindi – ha aggiunto Foti – ci troviamo in un mercato dell’affitto composto da un’area a canone libero (1.100 euro), una di canone concordato (800/900 euro) e una a canone di edilizia sociale (80 euro). Ne discende, conseguentemente, che gli inquilini in Edilizia residenziale pubblica godono, da parecchi anni, dei canoni di affitto a maggior tutela». Nel caso specifico, Messina risulta tra le aree metropolitane con la percentuale di insoddisfazione della domanda tra le più elevate: a fronte di una domanda potenziale che si attesta sulle 37.000 necessità, la disponibilità reale di alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica è di circa 6000 unità con una percentuale di insoddisfazione della domanda dell’84%. Nel calcolo della disponibilità reale è stata inserita anche la quota di alloggi occupata da non aventi diritto e da famiglie che permangono negli alloggi con redditi superiori a quelli corrispondenti alla soglia di accesso. Fenomeno che non è certamente da sottovalutare se si tiene conto che solo la percentuale di occupazione di alloggi senza titolo (14,39%) fa della Sicilia la prima regione d’Italia con i picchi a Palermo (27%) e Catania (24%).
Per quanto riguarda il canone mensile, Messina si attesta intorno agli 86 euro mensili. Altro problema riguarda la morosità: non ci sono dati ufficiali per Messina, ma secondo quelli in possesso della Cisl ci si attesta intorno al 47 per cento. A Catania un quarto degli alloggi è occupato abusivamente, ma anche fra gli inquilini -regolari-, si fa per dire, il 92,5% non paga, mentre a livello nazionale il tasso di morosità sfiora il 13%. Colpisce, tra gli altri dati, la stanzialità degli inquilini che in quasi la metà dei casi abitano in un alloggio popolare da più di 16 anni. Soprattutto tra questi assegnatari -storici- se ne nascondono parecchi che abitano una casa popolare pur avendo perso i requisiti di reddito, in una condizione che secondo un’analisi Bankitalia dello scorso anno coinvolge più della metà della popolazione ex Iacp.
«Del resto – ha detto Foti, ed è qui il nodo del problema – il sistema sembra fatto apposta per favorire i «senza titolo»: i controlli biennali si basano su un’autocertificazione del reddito (l’Isee è utilizzato solo in Lombardia e Emilia Romagna), e i controlli incrociati previsti da un protocollo tra Federcasa e Guardia di Finanza sono stati bloccati dal Garante della Privacy con la stretta seguita alla diffusione online dei redditi 2005. La condizione economica della famiglia può migliorare, insomma, ma non mette in discussione l’assegnazione, e per questi inquilini la svendita di Stato può trasformarsi in un affare. Mentre solo nelle 10 città maggiori oltre 100mila famiglie rimangono in lista d’attesa». A Messina «il perpetrarsi nel tempo di assegnazioni temporanee e in custodia, in molti casi mai ratificate in definitive assegnazioni, l’assenza di una continuità documentale delle vicende degli aventi diritto (o meno), il sovrapporsi di normative regionali e nazionali nella determinazione del canone abitativo, hanno alimentato il caos amministrativo, spesso strumentalmente utilizzato ai soli fini clientelari. Tutto ciò, però, non può e non deve fornire alibi a nessuno, né alle Amministrazioni che negli anni si sono succedute, né a quella parte di inquilini che pur nella esiguità degli oneri di locazione hanno pretestuosamente attivato cavilli per eluderli».
«Bisogna quindi essere capaci di distinguere il disagio autentico dai comportamenti speculativi e strumentali, ricordando che gran parte delle colpe sono certamente addebitabili ad anni di lassismo e tolleranti politiche clientelari eseguite compiacentemente dal pachidermico tessuto burocratico- amministrativo locale. La sommatoria di tante omissioni ha colpevolmente comportato l’accumularsi di oneri di tali entità da rendere quasi impossibile oggi la loro esigibilità. Servono accordi e soluzioni concrete». Queste le proposte che avanza, dunque, la Cisl, da mettere nero su bianco attraverso un tavolo di concertazione: censimento dei soggetti morosi per fasce di reddito e tipologia abitazione; stipula di piani di rientro personalizzati con garanzia; convenzioni con istituti di credito; attivazione strumenti di mediazione; istituzione Fondo per la manutenzione straordinaria». Il tutto, ha aggiunto Genovese, sarebbe però vano se al tempo stesso «non avvenisse una riorganizzazione generale della macchina organizzativa comunale. Spesso avvengono “distrazioni volontarie” che agevolano la creazione di confusione». Ed è nella confusione, nel caos che “fermenta” l’illegalità.
