Uno dei possibili futuri scenari che aspettano i nostri figli. Più realistico delle chiacchiere dei parolai della nostra politica. Il nostro Paese vive un momento difficile, del quale ancora non riusciamo a distinguere i possibili sbocchi socioeconomici. La politica nazionale e quella locale sono incapaci di offrire soluzioni adeguate. Purtroppo, il mondo se ne infischia delle nostre antiche tradizioni e della bellezza dei nostri panorami e la storia procede inesorabile verso …
Stanotte partirò per Guangzhou.
O meglio, tenterò di partire per Guangzhou, l’ex Canton, il grande porto sulla costa orientale del più potente e ricco Paese del mondo: la Repubblica Popolare Cinese
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Non sarà affatto facile: da quando l’Area dello Stretto e altri pezzi del nostro Mezzogiorno sono stati ceduti in affitto al consorzio sino-indiano Harbours & Bridge Corp., la sorveglianza della zona falcata e dei moli è molto aumentata.
L’appuntamento con chi dovrebbe farmi imbarcare – un importante esponente della Triade Acqua, Cielo e Terra di Shangai – è a mezzanotte, vicino al molo Quing Fu (l’ex molo Norimberga), proprio nel posto in cui, trent’anni fa, partivano i traghetti delle Ferrovie dello Stato con destinazione Villa San Giovanni.
Mio padre mi ha raccontato più volte dei così detti ferry boat, sui quali – caso pressoché unico al mondo – venivano imbarcati i treni diretti verso il continente. Mezzi tecnicamente superati, economicamente catastrofici, furono presto abbandonati e il servizio di traghettamento – insieme a quello ferroviario da e per la Sicilia – fu interrotto definitivamente alla fine del secondo decennio del XXI secolo.
Ho un vago ricordo di quegli anni, gli anni della Grande Decadenza; quando il rissoso Governo dei Parolai Uniti, triste simbolo di quello che era stato il Bel Paese, fu costretto ad ammettere di non essere in grado di onorare i titoli di Stato in scadenza.
Come in un tragico gioco del domino, si interruppe il pagamento delle pensioni e degli stipendi, i dipendenti pubblici smisero di lavorare e, uno dopo l’altro, vennero meno i servizi. L’organizzazione dello Stato, delle Regioni, delle Province, dei Comuni e delle migliaia di enti ad essi collegati, semplicemente, si dissolse.
Medici e infermieri degli Ospedali pubblici resistettero a lungo, tenendo eroicamente in vita una Servizio Sanitario Nazionale ormai agonizzante; ma poi dovettero rassegnarsi ad abbandonare le corsie sempre più polverose e passare alla Sanità privata o emigrare, spesso verso i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), nei quali si stavano formando le classi dirigenti del futuro.
Come il Principe di Metternich aveva detto poco più di duecento anni prima, l’Italia tornava ad essere un’espressione geografica. Divisa in pezzi che si riorganizzarono autonomamente.
Da Gioia Tauro fino alle porte di Roma si formò un’entità magmatica, indefinita; controllata dalle bande armate della delinquenza organizzata formatesi al momento della liquefazione dello Stato. A Nord di quel grande porto abbandonato – ceduto anch’esso con Messina, Reggio ed Augusta alla Harbours & Bridge –, bande calabresi e campane, legate alla criminalità organizzata, si impadronirono della maggior parte del Mezzogiorno, contrastate, nel Salento e nelle Murge, da feroci organizzazioni criminali albanesi e montenegrine.
Più a Nord, oltre il rinato Stato Pontificio, le dolci colline toscane e umbre ospitano migliaia di ricchi Russi, Brasiliani, Norvegesi e Australiani che, incantati dalla qualità della vita, dal clima e dal fascino dei luoghi, si dedicarono ai preziosi vigneti che producevano gli splendidi vini che, un tempo, arricchivano le tavole dei miei compatrioti.
Superato il Po si arriva nelle terre conquistate – prima economicamente, poi politicamente e infine amministrativamente – dalla GD, la Grosse Deutschland.
Ancora all’inizio del terzo Millennio, quegli sciocchi dei leader padani si illudevano di poter rivaleggiare con la poderosa macchina economica tedesca. Poi, quando la maggioranza delle piccole e medie imprese a Nord del Po – schiacciate dall’asfissiante regime fiscale italiano e private degli sbocchi commerciali verso un Mezzogiorno dal quale si erano ottusamente separate – si delocalizzò nei Paesi dell’Est, la terribile crisi economica costrinse il vecchio Maroni a implorare il Bundeskanzler affinché si prendesse cura di un territorio allo sbando, con una disoccupazione al 40%.
Fino a vent’anni fa nessuno si sarebbe aspettato che le camicie verdi si trasformassero in grembiuli verdi, al servizio degli industriali mitteleuropei.
Debbo però riconoscere che i disastri del Norditalia non mi consolano affatto: ho pagato un milione di “euro del Sud” per potermi imbarcare stanotte. E mi è andata bene: con il renminbi cinese che vale 35 svalutatissimi “euro del Sud” – ma si cambia a più di 50 a 1 al mercato nero -, poteva anche andarmi peggio.
So che sarà un viaggio duro. Dovrò affrontare prove molto difficili, svolgere i lavori più pesanti; durante la traversata sarò umiliato dai padroni della nave, indiani e taiwanesi, dovrò strisciare ai piedi dei ricchi nigeriani e coreani che, dall’alto del loro straordinario sviluppo economico, ormai disprezzano apertamente gli appartenenti alla razza scolorita.
Infine, arriverò alla terra del domani mio e, spero, dei miei figli: il lontano Oriente. Mi è stato promesso un posto di scaricatore a Guangzhou, il quarto porto della Cina con 40 milioni di container movimentati ogni anno. Non è il massimo, ma almeno avrò un lavoro e potrò guadagnare qualcosa. Per altro, non avevo altra scelta: ero stato scartato nell’unica selezione che si era svolta a Messina negli ultimi anni, avviata dalla Harbour & Bridge Corp che pare si accinga a realizzare imponenti lavori da un lato e dall’altro dello Stretto. Cercavano operai specializzati e, con il disastro delle scuole professionali il personale qualificato è introvabile in Sicilia e Calabria.
Corre voce che la grande multinazionale abbia voluto occupare questi pezzi di Meridione allo scopo di dare concretezza all’antica idea della Sicilia piattaforma logistica al centro del Mediterraneo, così da captare i flussi di traffico in crescita impetuosa da e per il continente africano.
I bene informati sostengono che verrà utilizzato il Fiammenghi-Marcheselli, il vecchio progetto del collegamento stabile approvato poco prima della Grande Decadenza, rivisitato in base alle nuove conquiste della tecnica. I lavori dovrebbero essere completati in 48 mesi, neanche un giorno di più.
Comunque, a me di tutto questo importa ben poco.
Stanotte partirò per Guangzhou.
