Dal viaggio all'incubo, il calvario del messinese Simone Salvo: "Sono quasi morto a Bali"

Dal viaggio all’incubo, il calvario del messinese Simone Salvo: “Sono quasi morto a Bali”

Giuseppe Fontana

Dal viaggio all’incubo, il calvario del messinese Simone Salvo: “Sono quasi morto a Bali”

domenica 19 Aprile 2026 - 08:12

Il giovane ha avuto un brutto incidente nel 2024 e da allora combatte tra interventi chirurgici e ospedali. E c'è anche l'aspetto legale: "Se non torno lì il caso sarà archiviato".

ROMA – C’è una storia che ha fatto il giro d’Italia, tra quotidiani nazionali come Il Messaggero, AdnKronos e La Repubblica, e pagine social a rilanciare la vicenda a tutte le ore. Riguarda Simone Salvo, giovane coinvolto in un incidente a Bali, in Indonesia, nell’estate del 2024. Non tutti sanno che quel ragazzo, oggi a Roma, città da cui sta combattendo la sua battaglia, è nato e cresciuto tra Villafranca Tirrena e Messina.

La storia di Simone Salvo: l’incidente a Bali

Ma qual è la storia? Simone l’ha raccontata per primo sui propri canali social, fondando anche un blog. In estrema sintesi, il 24 luglio 2024 si trovava a Bali in vacanza. Di rientro dalla visita alla cascata di Nungnung, è salito su un mototaxi diretto alla città di Ubud. Una scelta che ha quasi rischiato di ucciderlo. Un sorpasso azzardato dell’autista ha causato un incidente con un camion. Simone si è ritrovato rapidamente disteso sull’asfalto, a perdere sangue dalla gamba destra. Ma soprattutto da solo, vista la fuga del conducente.

Dalla prima operazione all’infezione

Una vicenda agghiacciante già soltanto così, ma che si è via via complicata sempre di più. Simone ha perso litri di sangue e i soccorsi non sono arrivati rapidamente. È stato operato poi nella notte tra il 24 e il 25 luglio, anche grazie alla polizza sanitaria stipulata prima della partenza. Si salva, Simone, e riesce a rientrare in Italia. Pian piano torna a camminare senza stampelle, ma nel marzo 2025 arriva un’infezione grave. Nel corso dei mesi successivi la situazione precipita e le sue condizioni peggiorano. Ciò nonostante riesce a laurearsi al master, in streaming dal letto dell’ospedale in cui si trova, nel dicembre scorso.

Le spese e il risarcimento: Simone deve tornare a Bali

E intanto le cure proseguono, gli interventi chirurgici si susseguono (ben 7 in totale, 5 dopo l’infezione) e le spese crescono. E adesso? Chi paga? Perché c’è anche un altro aspetto della storia, legato alle responsabilità di un uomo la cui condotta ha quasi portato un giovane alla morte o a perdere una gamba. Per questo Simone ha chiesto giustizia, ma il governo indonesiano pretende che rimanga nel Paese per 60 giorni. Cioè per tutta la durata del processo. Se invece non dovesse presentarsi, il caso sarà archiviato. Risarcimenti? Ad oggi, nessuno.

Il racconto di Simone: “Ho pensato…”

A raccontare nel dettaglio la sua storia a Tempostretto è stato lo stesso Simone, raggiunto telefonicamente mentre si trova in ospedale a Roma. Il messinese ha ripercorso quanto accaduto nel luglio 2024: “Ho avuto tanta paura, mi sembrava tutto così assurdo… Immagina ritrovarsi lì, con la gamba aperta, sul ciglio della strada. Ho pensato: ‘Siamo agli sgoccioli’. Non ho avuto la forza di chiamare a casa per dire di aver avuto un incidente. Volevo prima avere la garanzia di potercela fare, sarebbe stato uno strazio inutile. Una mia amica brasiliana si trovava a 3 ore di moto e l’ho chiamata. Lei e il suo fidanzato si sono fiondati, partendo dall’altra parte dell’isola. Ma la sensazione di restare lì a bordo strada non si può esprimere a parole”.

L’arrivo dei soccorsi e l’indifferenza dei “local”

I soccorsi sono arrivati “dopo 10 minuti, ma sono sembrati lunghissimi. E so che poteva andare molto peggio, visto dov’ero. Tantissime persone non si sono fermate per aiutarmi. La cosa più assurda è che in tanti hanno accostato, abbassato il finestrino e fatto video, senza chiamare l’ambulanza. È arrivato poi un signore che mi ha dato la sua giacca per comprimere la gamba ed è rimasto lì con me, salendo anche in ambulanza e aiutando l’infermiera nel tenermi fermo. Il ritratto dell’empatia è stato soltanto lui. Oggi, quasi due anni dopo, in tanti mi hanno scritto dicendo che hanno vissuto questo lato di indifferenza in incidenti simili”.

Dal primo intervento all’infezione

Quel giorno Simone ha cambiato tre strutture: una guardia medica, un primo ospedale e poi il secondo, in cui è stato operato. Da qui la prima parte del suo percorso: “All’inizio ho fatto un intervento in Indonesia e un altro a Bologna, il 19 agosto, al femore e al piede. La fase di recupero non è stata lenta, se si pensa che a fine autunno già riuscivo a camminare senza stampelle, pur zoppicando. A inizio dicembre io camminavo sulle mie gambe e iniziavo a riavere un po’ di autonomia”. Poi, però, tutto è cambiato: “Nella primavera del 2025 si è scoperto che la tibia non stava guarendo come avrebbe dovuto. E contemporaneamente un’infezione di cui non ero a conoscenza stava spingendo verso l’esterno le placche. Una ha forato la pelle, aprendo una fistola”.

Il grande problema del 2025

Da allora “non ho più avuto la gamba completamente chiusa, a causa di questo stafilococco che era rimasto lì intrappolato e poi ha fatto sì che questi mezzi di sintesi risalissero verso la cute. Questo è stato il mio grande problema del 2025. Non posso fare nemmeno una doccia completa”. Da qui interventi chirurgici, punti di sutura, il fissatore esterno: “La strategia intrapresa per guarire mi ha portato a dovermi sottoporre a diverse operazioni. Pensa che 5 su 7 le ho dovute fare dopo l’infezione. Ma fin qui sono tutte fallite. Ad oggi, però, la strategia resta sempre questa, e cioè la tecnica di Masquelet”.

Cos’è la “tecnica di Masquelet”

Si tratta di “una tecnica che consiste nel togliere la parte infetta e sostituirla con cemento antibiotato. Poi bisogna aspettare 2 mesi prima di mettere un innesto osseo proveniente da un’altra parte del corpo, in questo caso dall’anca. In questo modo si può ricostruire l’osso. Ma tutte le volte ci siamo fermati al primo step. È come se io avessi fatto 4 primi tentativi di Masquelet. Adesso, se tutto va bene, a maggio farò il secondo tempo di questa chirurgia”. Intanto le condizioni generali non sono migliorate, anzi la fistola “è peggiorata e i tessuti si sono sempre più impoveriti. Hanno dovuto coprire il difetto osseo con nuovi lembi, dal polpaccio e dalla coscia”.

L’aspetto legale: Simone dovrebbe tornare a Bali

E in attesa di questo nuovo intervento chirurgico, c’è anche l’altra faccia della medaglia: l’aspetto legale. Per la legge indonesiana Simone dovrebbe tornare a Bali e restare lì per tutta la durata dell’indagine. Ma ovviamente nelle sue condizioni è impossibile: “Esatto, è incompatibile con il mio stato di salute. Dopo il mio racconto sui social, diversi giornalisti hanno contattato l’ambasciata. Il Consolato italiano si sta muovendo per chiedere al governo indonesiano una sorta di permesso speciale, così da farmi partecipare da remoto. L’esito positivo, però, è tutt’altro che scontato. Anzi, è difficile che il governo accetti questa cosa”.

Il dilemma: “Il conducente rischia 5 anni”

E in più, ha aggiunto il messinese, “un altro dei miei problemi è che, se agissi per queste vie, il conducente rischierebbe 5 anni di galera per omissione di soccorso. Ce l’ho a morte con lui per avermi lasciato lì e perché, se sono in questo stato, è a causa di una sua leggerezza e di quel sorpasso. Non ho certo un buon rapporto con lui. Ma augurargli 5 anni di carcere… mi sentirei molto in colpa a farlo condannare. Questa storia ha preso una piega tale che la condanna sembra quasi scontata, se si agisse con la causa penale. Per me è un freno anche superiore dei 60 giorni a Bali”.

L’idea della causa civile: “Mi hanno offerto 1.500 euro di compensazione”

Simone ha proseguito: “Per questo sto cercando di portare avanti un’altra strada, quella della causa civile alla società di mototaxi. Ma la corsa era stata cancellata dall’app perché il conducente mi ha detto che non sarebbe arrivato a destinazione con il prezzo dell’applicazione, a causa della distanza. Per portarmi mi ha fatto un prezzo forfettario, più alto perché comprendeva anche il ritorno. Di fatto, però, non era ufficiale. Io risulto agganciato all’app, ma risulta anche la cancellazione e questa cosa dal punto di vista legale fa la differenza per loro. Ciò nonostante i miei legali sono riusciti a tirarli in ballo, visto che il conducente era vestito con la divisa della società e ha fatto un illecito tale da danneggiare anche l’immagine della compagnia”. Da qui la società ha deciso “di offrire 1.500 euro di compensazione. Ma ovviamente per noi è poco e abbiamo detto no”.

Intanto il rischio amputazione resta

Guardando invece al prossimo futuro, cosa rischia il messinese a livello fisico? “Nel corso di quest’anno ci sono stati momenti in cui ho rischiato l’amputazione. Oggi c’è ancora un rischio, ma inferiore. Diciamo del 7-10%. Perché la chirurgia che sto facendo ha una percentuale di successo intorno all’80%, ma è già fallita varie volte. Quando si decide di non poterci più provare c’è soltanto un’altra tecnica, la Ilizarov, comune all’allungamento osseo. Ma, se anche quella dovesse andar male, gli ortopedici possono decidere di amputare. E per quanto riguarda il ginocchio, invece, nel mio futuro ci sarà sicuramente una protesi”.

L’aspetto psicologico: “Mi sento sospeso e fuori dal tempo”

Ai “danni” fisici si aggiungono comunque i traumi psicologici: “Questa vicenda mi ha travolto. Avevo 29 anni quando c’è stato l’incidente. Oggi ho 31 anni e mi sento ancora sospeso. Avevo una vita già incasinata, con tante deviazioni. Ero passato dalla laurea in Medicina a studiare giornalismo. E in quel momento è successo tutto questo. Non ho potuto più lavorare né dedicarmi a ciò che voglio. Mi sento in un limbo, in una terra di mezzo e nel momento meno opportuno. Ho perso la concezione del tempo, mi sento buttato in un’altra dimensione. Senza pensare ai traumi che mi porto dietro, ad esempio sulla velocità, su motociclette e motorini. Ma tornerei a viaggiare? Sì, certamente, però non nelle modalità precedenti. I mototaxi che ho preso in Brasile o in India non li prenderei più. Non riuscirei più a rischiare così. Tornato a casa piangevo anche per la velocità del passeggiare in carrozzina con mio padre”.

Perché raccontare dopo quasi 2 anni?

“Ho deciso di raccontare ora la mia storia perché prima non sarebbe stato facile, per me – ha raccontato Simone -. Tendevo a evitare il ricordo di tutte queste cose traumatiche. Ho avuto bisogno di molto tempo, non ce la facevo. Negli ultimi mesi sono riuscito, invece, a lavorarci, tra cartelle cliniche, documenti, foto e video. Paradossalmente, però, penso che questa storia sia più forte oggi di quanto non fosse prima. Gli ultimi mesi sono stati forse anche peggiori dei primi. Anche perché all’inizio amici, colleghi, famiglia mi chiamavano a tutte le ore. So che è una cosa brutta da dire, ma subentra anche l’abitudine e magari sono diventato quello che, poverino, sta ancora dietro alle chirurgie”.

L’affetto di centinaia di sconosciuti

Simone su questo aspetto ha proseguito: “Anche da questo punto di vista è stato un periodo difficile. Da dicembre ho vissuto ospedalizzazioni continue. Ora, dopo aver raccontato la mia storia sui social, ho ricevuto centinaia, forse migliaia di messaggi in direct su Instagram. Tantissimi sconosciuti mi hanno scritto e raccontato esperienze simili o anche diverse, ma vicine per il dolore provato e per le perdite vissute. Per certi aspetti è stato troppo. Una responsabilità troppo grande da gestire, sapere che queste persone quasi mi hanno fatto carico di questo loro dolore. Sono stato anche male, negli ultimi giorni. Dall’altra parte questo affetto ha dato senso a tutto e mi ha dato anche grande forza. È stata un’esperienza ambivalente, un’arma a doppio taglio”.

Il messaggio: “Può succedere a tutti, apprezzate la vita”

Anche tanti messinesi hanno scritto al giovane conterraneo: “Mi hanno scritto tanti vecchi amici e compagni di asilo, scuola e università. Per me è stato come vedere le mie diverse vite tutte unificate: la gente di Messina, i ragazzi stranieri, tutti insieme a ripubblicare i miei reel e i miei post. Mi sono sentito fortunato”. E infine, un messaggio: “Il più pratico è fatevi un’assicurazione completa, che copra infortuni e invalidità a lungo termine e non come quella che avevo io. Il mio sogno però è che si crei un fondo per le vittime della strada, anche al di fuori della Comunità europea. C’è chi non riesce a ottenere giustizia nonostante sia assicurato. Bisogna parlarne, aprire questa discussione. E aggiungo un messaggio ulteriore: tutti pensano che non possa succedere una cosa simile a loro. Lo pensavo anche io, ma non è stato così. Bisogna saper apprezzare la vita senza aspettare di arrivare a questi estremi”.

Il grazie al personale medico e ospedaliero

Il messinese ha poi concluso con un grazie particolare: “Sono grato ai sistemi sanitari italiano e indonesiano. Mi sono sentito curato bene sia qui sia in Indonesia, anche se c’era l’infezione che è uno dei rischi di questo tipo di traumi. I medici, i fisioterapisti e gli infermieri che ho incontrato mi hanno curato e accudito. Per me gli ospedali ormai sono quasi un rifugio. Ma dopo così tanto tempo credo sia normale. La routine ti porta a instaurare rapporti umani anche forti con tante persone. Il mio grazie va a loro”.

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