Ma gli Indignati non vogliono tutti la stessa cosa

Ma gli Indignati non vogliono tutti la stessa cosa

Ma gli Indignati non vogliono tutti la stessa cosa

giovedì 20 Ottobre 2011 - 18:18

La società in cui viviamo non ci piace e bisogna tentare di cambiarla. Ma come? Troppe volte le rivolte di piazza, nate per cambiare tutto, non hanno cambiato nulla. O addirittura hanno generato nuove ingiustizie più gravi delle precedenti. Bisogna almeno cercare di capire dove possono sboccare le proteste prima di applaudire indiscriminatamente quelli che protestano. Perché spesso vogliono cose molto diverse e non tutte portano maggiore giustizia e uguaglianza. Anzi ...

Grazie all’italico vizio di guardare ai fatti con le lenti della convenienza di partito o dell’ideologia, giornali e televisioni sono riusciti a dare resoconti dei fatti accaduti a Roma sabato scorso in modo notevolmente diverso. Contribuendo così a confondere ulteriormente le idee degli Italiani.
Migliaia di black block o solo qualche centinaio? Forze dell’ordine che hanno impedito che “ci scappasse il morto” o totalmente impreparate a fronteggiare un’attesa dimostrazione di piazza o che addirittura hanno causato l’esplodere della violenza? E, soprattutto: cosa volevano i dimostranti, pacifici o meno che fossero?
A parte una condanna della violenza – in qualche caso molto generica e insincera –, l’unico punto in comune tra le diverse testate è stato: “Gli Indignati, in particolare se giovani, hanno ragione da vendere”.
Persino Draghi ha sostenuto questa tesi, dimenticando che uno degli elementi che univa i dimostranti era il netto rifiuto della politica del rigore che l’ex Governatore della Banca d’Italia e futuro Presidente della Bce ha sempre condiviso. Il fatto è che non tutti coloro che hanno sfilato a Roma volevano la stessa cosa; e sarebbe bene che gli ineffabili rappresentanti delle nostre scalcagnate istituzioni ne prendano atto una volta per tutte. Draghi compreso.

Senza entrare in dettaglio e senza impantanarci negli squallidi fatti della politucuccia italiana pro o contro Berlusconi – che, in tali problemi di dimensione planetaria c’entra come l’influenza nella lotta all’AIDS -, possiamo distinguere tra coloro che contestano il sistema alla radice e coloro che, accettando le fondamenta dell’economia capitalistica, ritengono urgente correggerne le storture. Rimanendo all’interno dell’ambito delimitato dall’Unione Europea.
Una delle principali peculiarità dei primi è costituita dalla convinzione che gli Stati più indebitati (Italia, Grecia, Portogallo e qualche altro) dovrebbero rifiutarsi di onorare i propri debiti sovrani. Per la ragione che sarebbero i più poveri a pagarli, mentre sono stati altri a trarne enormi benefici.
L’abbiamo sentito dire anche in televisione da un’indignata applauditissima dai partecipanti a un talk show. Tutti con abiti firmati e scarpe prodotte da Diego Della Valle.

Non è una tesi improvvisata: la storia d’Europa è piena di dichiarazioni di default – un tempo si chiamava bancarotta -, anche in tempi relativamente recenti: Re e Imperatori si indebitavano per finanziare guerre e, quando non potevano pagare i debiti, dichiaravano tranquillamente bancarotta. Era un modo per affermare la superiorità degli stati nazionali sul mercato. L’ultimo fallimento della Francia avvenne nel 1812, quello della Spagna nel 1882. Polonia, Germania e Austria proclamarono l’insolvenza 2 volte ciascuna meno di un secolo fa, prima della Seconda Guerra Mondiale.
Oggi, invece, è il mercato a comandare sugli Stati e il giudizio delle agenzie di rating terrorizza i Paesi occidentali. Il caso più significativo e temporalmente più vicino di “ribellione al sistema” è quello argentino.
Chiariamo cosa vuol dire, per uno Stato, dichiarare bancarotta e quali sono le prevedibili conseguenze.
Tutti i Paesi del mondo si finanziano mediante l’emissione di Titoli: CCT, BTP, BOT in Italia, T-Bond in America, Bundesanleihen in Germania, etc. Chi compra questi titoli altro non fa che prestare soldi al Paese che li ha emessi, ricevendone in cambio un certo beneficio economico (tasso d’interesse o rendimento). Per la più semplice legge di mercato, tale beneficio aumenta al crescere del pericolo di insolvibilità (mancata possibilità di rimborsare il prestito) del Paese che ha emesso i titoli.
Alla fine degli anni ’90 e nel primo anno del nuovo secolo, l ’Argentina aveva un forte disavanzo commerciale, un debito crescente e la sua valuta (il peso argentino), da 11 anni, era forzosamente legata al dollaro USA da un cambio fisso. Un po’ come avveniva per l’Italia quando era dentro al famoso “serpentone” che imprigionava al suo interno le valute europee prima della venuta dell’euro. Per finanziarsi, l’Argentina continuò ad emettere quantità crescenti di titoli ad alto rendimento (fino al 12-15%), fino a che non fu più in grado di pagare i suoi debiti.
Nel gennaio del 2002, dichiarò pubblicamente di essere insolvente, abbandonò la forzata parità col dollaro – come accadrebbe al nostro Paese, obbligato a uscire dall’euro se dichiarasse bancarotta – e bloccò la convertibilità della sua valuta. Il peso argentino, nel giro di pochi giorni, si deprezzò del 60% e la crisi provocò un blocco quasi totale dell’economia e un drammatico aumento del numero di disoccupati e di nuovi poveri. Crebbe a dismisura la piccola criminalità e si moltiplicarono gli atti di vandalismo contro banche ed esercizi commerciali. Naturalmente, i sacrifici gravarono soprattutto sui più poveri.
Fortunatamente, la svalutazione del peso favorì una forte crescita delle esportazioni con il conseguente rapidissimo miglioramento della bilancia commerciale.
Il cronico deficit di bilancio dovuto al vecchio ancoraggio del peso al dollaro si trasformò in un rilevante attivo già alla fine del 2002, il debito venne ristrutturato e ai detentori dei titoli di stato venne proposto un rimborso del 25% – immaginiamo con quale gioia dei milioni di sottoscrittori privati e istituzionali – ma, pur piovendo le condanne dei tribunali internazionali e del Fondo Monetario, l’Argentina non si piegò e i creditori e i loro Paesi dovettero fare buon viso a cattivo gioco.
Oggi (dieci anni dopo!) quel Paese è in forte ripresa e il periodo più difficile è stato superato. Alcuni degli sfortunati sottoscrittori dei tango bond lottano ancora nella speranza di recuperare qualche punto percentuale in più. E il mondo delle banche e della grande finanza ha ripreso a distribuire bonus milionari.
Qualcosa di simile accadrebbe all’Italia se aderisse alle richieste di quella parte degli Indignati che vuole il default, con la differenza che l’Argentina è grande quasi 10 volte l’Italia, è ricca di risorse naturali, autosufficiente in campo agricolo e alimentare e ha solo 40 milioni di abitanti. E che la vecchia Lira non esiste più e vi sarebbero grosse difficoltà tecniche a riesumarla. Tutto ciò vuol dire che, presumibilmente, le conseguenze di una bancarotta sarebbero, per il nostro Paese, ben più gravi e durature
I contestatori più moderati, come detto all’inizio, non chiedono una dichiarazione di default e sono rassegnati ad affrontare pesanti sacrifici, ma sostengono che un sistema economico di libero mercato deve assolutamente darsi regole ferree e punire con la massima severità chi le viola. Con chiaro riferimento alle grandi istituzioni finanziarie che operano da anni e anni nella più assoluta impunità. Un’impunità conquistata (o, meglio, acquistata) condizionando il sistema politico mediante le enormi risorse economiche di cui dispongono. Come gli Indignati newyorkesi di Zuccotti Park, quelli inglesi, francesi, canadesi, tedeschi e della maggior parte degli stessi Greci i moderati italiani pretendono “semplicemente” le manette per gli speculatori e per i politici che li hanno favoriti.
Al di là dell’entusiasmo che suscita questa eventualità suscita nel 90% dei cittadini, bisogna comprendere che non si tratterebbe della soluzione di tutti i mali: uno speculatore greco o italiano che teme di andare in galera altro non farà che trasferirsi in un altro Paese. Insieme al suo denaro. Inoltre, per assumere tale decisione, la classe politica dovrebbero avere una caratura culturale, un coraggio e un’onestà che non ha. Non si è mai visto ‘nu jadduzzu che chieda di anticipare Ferragosto. Persino Obama – che ha grandi poteri – non riesce a tagliare le unghie alla grande finanza di Wall street, come aveva promesso ai suoi elettori.
Manette o meno, la situazione greca è drammatica: 30 mila dipendenti statali saranno posti in “riserva lavorativa”, con una riduzione del 40% dello stipendio per 12 mesi. Trascorsi i quali verranno, molto probabilmente licenziati. Entro il 2015 subiranno la stessa sorte altri 120 mila dipendenti statali. Le pensioni sopra i 1.200 euro subiranno un taglio del 20% e analogo trattamento toccherà a coloro che sono andati in pensione prima dei 55 anni. E non basta: una patrimoniale fino a 10 € a mq colpirà le proprietà edilizie e la soglia minima di esenzione fiscale scenderà da 8 mila a 5 mila euro.
Una cosa è certa: sia nel caso argentino che in quello greco sono stati e saranno i poveri a pagare. Insomma, in entrambi i casi si tratta di una vera tragedia che lascerà indenne la classe padrona – che conta più (falsi) rivoluzionari che (veri) riformisti – e massacrerà i poveri.
Come sempre.
Valutiamo quanto è accaduto o sta accadendo nel mondo prima di sposare le tesi che politici e giornali ci propinano con grande leggerezza. E ricordiamocelo quando andremo a votare.

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